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Il pellegrino Salvatore Borsellino:«Porterò l’agenda rossa al Papa» PDF Stampa E-mail
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Scritto da redazione IlCittadino.it   
Martedì 19 Agosto 2014 13:42
di redazione IlCittadino.it - 18 agosto 2014

C’è un terreno sul quale Salvatore Borsellino crede necessario far camminare le parole: è la speranza. Quella che aveva il fratello Paolo, il magistrato antimafia ucciso nell’agguato mafioso di via D’Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, la stessa che Salvatore ha coltivato, smarrito, ritrovato e perso di nuovo. Senza, dice di non «avere diritto di parlare». Per raccoglierne germogli nuovi, il 3 agosto l’ingegnere palermitano oggi 72enne si è messo in cammino, e dal passo del Gran San Bernardo da dov’è partito, è giunto domenica pomeriggio a Orio Litta, quindicesima tappa di un pellegrinaggio lungo la via Francigena che lo condurrà a Roma. Ad accoglierlo c’erano il sindaco Pierluigi Cappelletti, la moglie Daniela e il presidente Cri di Ospedaletto Angelo Nava. In mano stringe l’agenda rossa, una riproduzione del taccuino su cui Paolo Borsellino annotava riflessioni inerenti le sue indagini. Come tutti sanno quell’agenda è scomparsa, meglio, «è stata fatta sparire», scandisce il fratello Salvatore che intende riportarla a casa, in via Vetriera nel quartiere della Kalsa a Palermo, dove la famiglia Borsellino visse 15 anni.

Da cosa nasce l’urgenza di partire?

«Dopo la morte di Paolo, obbedendo a una promessa fatta a mia madre, cominciai ad andare ovunque mi chiamavano per raccontare la “verità”.

Speravo che la morte di Paolo facesse quello che neanche il maxi processo era riuscito a fare, e poi sembrava che l’indifferenza si fosse dissolta, la gente ai funerali di Paolo aveva cacciato le autorità che erano venute a fare la solita passerella e i mafiosi erano stati presi. Ma quando ho visto che l’indifferenza cominciava a rimontare mi sono chiuso nel silenzio buttandomi nel lavoro, e intanto ho cercato di capire cos’era successo davvero nel ’92. Prima mi sembrava ci fosse stata l’incuria dello Stato che non aveva protetto Giovanni (Falcone, ndr) e Paolo, poi mi resi conto che c’erano stati pezzi di Stato che avevano trattato con la mafia e poiché Paolo si era messo di traverso era stato eliminato».

Ho letto nel suo blog che è partito “per riflettere, riprendere fiato”. Sono trascorsi 22 anni da quella data, che cosa la preoccupa ancora?

«Sono in corso due processi, il Borsellino quater a Caltanissetta in cui c’è tutto da rifare per i depistaggi che non hanno permesso d’individuare i veri responsabili delle stragi del ’92. E a Palermo, dove lo Stato processa se stesso, una cosa che Sciascia diceva non poteva succedere. Questo processo era per me il punto di arrivo, ma mi sto accorgendo che ci sono resistenze dei poteri forti, dello stesso Presidente della Repubblica, e non so se potrà arrivare alla fine o finirà con sentenza “il fatto non costituisce reato”, e questa è la cosa peggiore che potrebbe succedere. Preferirei essere morto, e siccome forse Dio non mi concederà di morire prima, lo devo a mio fratello e a tutti gli innocenti come lui, di combattere perché sia affermata la verità».

So che ha accolto come un segno di rottura lungamente atteso, la scomunica dei mafiosi pronunciata da Papa Francesco e che la sua intenzione è di portare al Santo Padre l’agenda rossa.

«È il primo Papa che ha lanciato verso i mafiosi la condanna principe della Chiesa. Si, avevo deciso di portare al Pontefice l’agenda, poi, dopo le stragi in Palestina, non ha usato la stessa forza e mi ero ricreduto. Ma è successo qualcosa durante il cammino. Per tre volte ho incontrato un giovane, mi superava e poi ci rincontravamo. L’ultima volta mi ha detto che era un prete, parroco a San Pietroburgo assegnato a Roma per gestire i rapporti tra la chiesa cattolica e ortodossa. Quando gli ho espresso le mie perplessità mi ha rassicurato che il Papa si stava muovendo attraverso la diplomazia per trovare una soluzione e che lui mi avrebbe fatto trovare a Roma un biglietto per andare in udienza. Un segno».

I turbamenti di un credente.

«Credo in Dio, ma credo sia qualcosa di diverso, io Dio lo chiamo “amore”. Quella particella d’amore che abbiamo dentro di noi. Paolo mi diceva che non capivo, che in Gesù Cristo la natura divina e umana sono due cose che vivono insieme. Dopo la morte di Paolo solo per un periodo ho conosciuto la fede e ora ne ho come un ricordo, come se dovessi raccontare un cielo stellato a un cieco».

Vorrei farle un’ultima domanda. In un suo verso Montale scrive: “Ed io me n’andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”. Ho l’impressione che le sia difficile. È così?

«Io guardo avanti, però ce l’ho questo segreto. Ora la speranza l’ho ritrovata, perché ho capito qual era la speranza di Paolo. Nei giovani».

da: IlCittadino.it

 

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