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Processo Trattativa: Mori, Gelli, Pecorelli e l'eversione nera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 16 Settembre 2014 18:43
gelli-pecorelli-moridi Aaron Pettinari - 16 settembre 2014

Atti trasmessi anche alla Procura generale di Palermo
Un capitano con il “vizio per gli anonimi”, con il compito di gestire i rapporti con i fratelli Ghiron e con Pecorelli. Ed inoltre la possibile appartenenza ad una lista segreta della P2 di Licio Gelli. Si arricchisce sempre più di inquietanti particolari la permanenza dell'ex capo del Ros Mario Mori al Sid nei primi anni '70. A dieci giorni dalla nuova udienza del processo d'appello Mori-Obinu nuovi atti sono stati trasmessi alla Procura generale, e depositati al dibattimento sulla trattativa Stato-mafia, nuovi atti frutto delle indagini sul passato di Mori al Sid. Documenti importanti tanto che il Pg Scarpinato ed il sostituto Luigi Patronaggio potrebbero chiedere la riapertura dell'istruttoria dibattimentale alla Corte d'appello nell'ambito del processo in cui l'ex capo del Ros è imputato per favoreggiamento aggravato alla mafia.
La Procura ha ricostruito alcuni rapporti che l'ex ufficiale ha avuto al Sid (Servizio Informazioni difesa, ex Sismi, attuale Aise, ndr) nei primi anni ’70 quando entra come vice all'interno del centro controspionaggio di Roma (che coordina tutti i centri Sid d'Italia, ndr), al cui comando si trovava l'ufficiale Mauro Venturi.  

 

Ed è proprio quest'ultimo ad essere sentito in Procura nei primi mesi del 2014 per approfondire diverse tematiche come il repentino 'allontanamento di Mori nel '74 e le indagini sulla struttura eversiva “La rosa dei venti” che tra il '73 ed il '74 avrebbe dovuto organizzare un colpo di Stato.

All'interrogatorio di marzo il maggiore Venturi traccia l'immagine di Mori come quella di “pupillo” di Federico Marzollo, all’epoca la persona più vicina all’ex direttore del Sid Vito Miceli, con il vizio per la redazione di anonimi da inviare alle agenzie.
Un'operazione che avrebbe fatto con disinvoltura gestendo un rapporto particolare con Op (Osservatorio Politico) di Mino Pecorelli. Una frequentazione che compare anche tra le carte della Commissione d'inchiesta “Anselmi” (quella sulla Loggia P2, ndr) in un “appunto” consegnato dall’ex senatore ed ex Presidente della Repubblica Giovanni Leone, successivamente ad alcune dichiarazioni da lui rese durante un’audizione del 5 novembre 1982. L’appunto che Leone trovò “per caso”, come sostiene nella comunicazione accompagnatoria, tra le carte è datato 10 novembre 1975 e riferisce delle amicizie nell’Arma dei Carabinieri delle quali Pecorelli si sarebbe sempre avvalso per ottenere il rilascio dei passaporti (per sé e per quelli dei propri familiari). Nell’elenco figura anche il nome di Mori, allora capitano del RUS (Raggruppamento Unità Speciali).
Ma tra Mori e Pecorelli non sarebbe questa l'unica connessione. Se il secondo risultava essere iscritto alla Loggia massonica di Licio Gelli, il primo, secondo quanto raccontato sempre da Venturi, non prendeva certo le distanze. Tutt'altro, avrebbe cercato insistentemente di convincere il suo superiore ad iscriversi alla P2 in quanto non si trattava di “una loggia massonica come tutte le altre né a quelle del passato”. Quindi avrebbe proposto a Venturi di recarsi assieme a casa di Gelli che in quel periodo cercava adepti all'interno del Sid.
E quando Venturi si dimostrò titubante di fronte alla proposta Mori avrebbe persino spiegato che ai membri del servizio segreto sarebbe stata garantita la massima sicurezza con l'iscrizione in liste separate segrete.
Inoltre Venturi, pur senza aggiungere nulla sui motivi che hanno portato all'allontanamento di Mori dal Sid, spiega anche che quest'ultimo aveva ottime fonti esterne sia con Gianfranco Ghiron, (“uno con cui si trovava benissimo e che all'epoca era della destra più nera – usando le parole dello stesso ufficiale – Mori era più nero di lui”) che con il fratello Giorgio “che arrivò a chiedere un passaporto per cui lo stesso Mori si era adoperato”. Imprenditore il primo con una società di import-export sull'asse Italia-Usa, avvocato internazionale il secondo, noto per essere stato il legale di don Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo. Un'amicizia singolare se si pensa che gli stessi soggetti, Mori-Ghiron e Ciancimino, avranno un luogo anche nella questione trattativa.
Un rapporto che si ritrova anche in un altro documento acquisito al processo ovvero un verbale del 1975 in cui Gianfranco Ghiron rispose alle domande del giudice istruttore di Brescia che stava indagando sull'estremismo di destra un anno dopo la bomba di piazza della Loggia. Ghiron allora parlà di una fonte, Amedeo Vecchiotti, nome in codice “Piero”, estremista di destra che si trovava in carcere. Ghiron avrebbe messo in contatto quest'utlimo con Mori. E nel '74 ricevette un bigliettino da “Piero” in cui veniva avvertito che la settimana successiva Licio Gelli (nel bigliettino è scritto Gerli, ndr) sarebbe partito per la Francia per poi proseguire verso l'Argentina in quanto qualcuno lo aveva avvisato dell'arrivo di un mandato di cattura nei suoi riguardi. “Dico ciò – è scritto nel bigliettino – perché se la partenza di Gerli danneggia mister Vito (Miceli, ndr) lo fermino altrimenti se meglio che vada lo lascino andare”. Di questo Ghiron avrebbe dovuto avvisare il “dottor Amici” che secondo i pm di Palermo altri non sarebbe che il nome in codice di Mario Mori. Un fatto che sarebbe dimostrato anche da una patente assegnata a Mario Mori con la falsa identità di “Giancarlo Amici”.

La Rosa dei Venti
Tra gli atti depositati dalla Procura figura infine il verbale di interrogatorio a Giovanni Tamburino (fino a pochi mesi fa a capo del Dap, ndr), che negli anni settanta a Padova indagava sulla Rosa dei Venti da lui definita come “un'organizzazione di estremisti neri e militari in servizi al Sid, appoggiata dalla P2, che lavorava ad un progetto di golpe”.
Nella sua indagine Tamburino si imbatté in Amos Spiazzi, un tenente colonnello in servizio a Verona, a cui veniva contestato di avere attivato una cellula della Rosa dei Venti e ciò lo avrebbe fatto ubbidendo ad un ordine della sua “linea di comando”, un capitano che incontrava sul lago di Garda.
Alla luce di ciò Tamburino aveva chiesto al Sid una foto dell'allora capitano Mori, proprio per mostrarla a Spiazzi ma non fece in tempo.
L'inchiesta infatti venne dirottata su Roma dopo che la Cassazione decise che la competenza dell'indagine sulla Rosa dei Venti doveva essere riunita a quella sul Golpe Borghese. Un'indagine che culminò il 30 maggio 1977 con l'inizio del processo a 68 imputati. La vicenda giudiziaria si concluse in secondo grado in Corte d'Assise d'appello il 29 novembre 1984 con una complessiva assoluzione. I giudici disposero l'assoluzione di tutti i 46 imputati su cui gravava l'accusa di cospirazione politica “poiché il fatto non sussiste” aggiungendo con una velata ironia che l’intero caso altro non era che il frutto di un annoiato ed innocuo “conciliabolo di 4 o 5 sessantenni”, limitandosi a ridurre le pene per detenzione e porto d’armi inflitte nella sentenza di primo grado. Si ritenne anche che la presenza di 187 uomini del Maggiore Berti nei pressi della sede Rai di Roma fu da imputare ad una pura casualità conseguente ad un'esercitazione. Una delle pagine più brutte della storia della giustizia italiana. Ma questa è un'altra storia.

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da: ANTIMAFIADUEMILA.COM

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