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Calvaruso: 'Bagarella mi diede un quaderno. C'erano nomi da terza guerra mondiale' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 07 Ottobre 2014 21:26
di Aaron Pettinari - 7 ottobre 2014

“Erano i primi giorni del 1994. Bagarella mi diede un quaderno su cui c'erano appuntati nomi e cifre e mi disse di non farlo vedere a nessuno perché sarebbe successo un macello. Se quei nomi fossero venuti fuori sarebbe scoppiata la terza guerra mondiale”. A parlare del documento è il collaboratore di giustizia Antonio Calvaruso durante la deposizione al processo Borsellino quater, che si sta celebrando davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta. “Io non ho mai guardato cosa ci fosse scritto sul quaderno – ha poi aggiunto Calvaruso – lo conservai in un magazzino e poi lo consegnai ai Graviano su disposizione di Bagarella stesso. Ad essere precisi lo diedi a Nino Mangano”. L'ex autista del capomafia corleonese, collegato in videoconferenza, ha riferito pure che Bagarella e Tullio Cannella volevano fondare un partito chiamato “Sicilia libera” poco prima dell'estate del 1993: “All'iniziativa erano pronti ad aderire diverse figure di spicco di Cosa nostra come Giovanni Brusca e Matteo Messina Denaro. I fratelli Graviano avevano il compito di cercare appoggi politici e voti, soprattutto a Brancaccio”. E' storia nota che poi il progetto non andò in porto secondo Calvaruso perché “Tullio Cannella sperperava troppi soldi. Questa almeno era la lamentela di Bagarella. Poi all'unanimità ci fu un cambio di strategia. Si decise di votare Forza Italia”.


Gli incontri con Vittorio Mangano
Il pentito ha poi sostenuto che spesso incontrava lo “stalliere” di Arcore, Vittorio Mangano. “Lo conoscevo. Che fosse stato stalliere per Berlusconi lo sapevo in maniera diretta. Bagarella tuttavia non vedeva di buon occhio Mangano, da qui la decisione di eliminarlo. Incarico che venne affidato a me. Era tutto pronto ma il giorno in cui doveva scattare l’agguato, Bagarella mi fermò dicendomi che poteva servire come contatto con esponenti politici. E di incontri ve ne furono diversi nel tempo tra Bagarella e Mangano. Ricordo anche che Bagarella era una delle persone che si era prodigata per mettere Vittorio Mangano a fare lo stalliere in casa di Silvio Berlusconi tramite Marcello Dell'Utri. Tullio Cannella aveva pure fissato un incontro con Silvio Berlusconi, ma poi questo appuntamento non ha avuto luogo”.


Le stragi del 1993 per “far tornare la memoria ai politici"

Proseguendo nella propria deposizione Calvaruso ha anche parlato degli attentati del 1993: “Dovevano servire per far tornare la memoria ad alcuni politici perché in quel periodo ci stavano abbandonando. Volevano essere una forma di ribellione per far capire ai politici che noi non scherzavamo e che dovevano mantenere la parola data. In particolare dovevano alleggerire il carcere duro, dopo l'introduzione del 41 bis, per gli uomini d'onore e non dovevano toccare il nostro patrimonio. In particolare il cognato di Riina andò su tutte le furie quando vennero confiscati alcuni beni a sua sorella”. Sugli obiettivi da colpire l'ex “uomo d'onore” ha aggiunto: “Bagarella mi disse che si stava usando quella strategia perché aveva parlato con terroristi che volevano fare questi attentati in posti delicati. E lo spunto lo prese dopo la conversazione con un terrorista”. Tra le rivelazioni che il capomafia corleonese avrebbe fatto durante la sua latitanza vi sarebbe stato anche un riferimento al falso pentito Vincenzo Scarantino. “Eravamo in macchina – ha concluso Calvaruso – non ricordo come si entrò in argomento ma disse che questo Scarantino stava consumando un sacco di cristiani dicendo tante fesserie. Per me era normale che dicesse così anche perché lui era un collaboratore di giustizia”.


Le testimonianze di Ciaramitaro e Gagliano

Il primo, dopo aver riferito dei propri trascorsi all'interno di Cosa nostra, si è lasciato andare in un lungo sfogo per quanto avvenuto successivamente alla deposizione al processo di Firenze che vedeva imputato Francesco Tagliavia, nel 2011, quando disse di aver appreso da Francesco Giuliano “che erano stati dei politici a dirgli questi obiettivi, questi suggerimenti, e in un'altra occasione mi fece il nome di Berlusconi”. “La ragione delle stragi – aveva detto all'epoca - era l'abolizione del 41 bis, l'abolizione delle leggi sulla mafia. Le bombe le mettevano per scendere a patti con lo Stato. C'erano politici che indicavano quali obiettivi colpire con le bombe: andate a metterle alle opere d'arte. In un'altra circostanza, durante una latitanza, chiesi a Giuliano perché dovevamo colpire i monumenti e le cose di valore fuori dalla Sicilia. Lui mi disse che ci stava questo politico, che ancora non era un politico, ma che quando sarebbe diventato presidente del Consiglio avrebbe abolito queste leggi. Poi mi disse che era Berlusconi”. Stavolta però di fronte alla Corte presieduta da Balsamo, non ha ripetuto le medesime dichiarazioni. “Quando misi i piedi fuori dall'aula bunker di Firenze venni massacrato – ha ricordato oggi il pentito – Io ho sempre cercato di difendere da tutto il mio passato la mia famiglia e non ho fatto altro che riportare quel che avevo appreso. Invece mi sono trovato da solo all'indomani. Mi sono dovuto spostare nuovamente, lasciare il Paese in cui stavo. Mi dispiace per le famiglie delle persone che sono morte. Ma se possibile preferirei non riparlare di queste cose. Non voglio far rivivere questa situazione alla mia famiglia”. L'esame si è quindi concluso con l'acquisizione, su accordo delle parti, dei verbali d'interrogatorio e della stessa deposizione a Firenze.
Successivamente è stato ascoltato il pentito Antonino Gagliano che ha ricordato i giorni della strage di Borsellino. “Io ero in servizio – ha detto - facevo il portiere. Mimmo e Stefano Ganci mi vennero a trovare e mi dissero 'sentiti 'u botto!' (senti il botto, ndr)”.
Il collaboratore di giustizia ha anche parlato del contatto tra i Ganci ed il commercialista Di Miceli. “Raffaele Ganci mi riferì che Di Miceli era incaricato per aggiustare la sentenza in Cassazione del maxiprocesso”. Come è noto poi con il maxi arrivarono le condanne definitive e a quel punto gli uomini di Cosa nostra stavano progettando la sua uccisione: “Dovevano pedinarlo e ucciderlo solo con un coltello, facendo finta di commettere uno scippo... Mimmo Ganci dopo la sentenza del maxiprocesso della Cassazione diceva che (Di Miceli, ndr) aveva preso in giro tutti. Poi i piani cambiarono. Si concentrarono sui politici, si dovevano uccidere i politici siciliani che non si erano interessati alle problematiche siciliane”. Quindi ha parlato di alcune riunioni tra Ganci, Riina e personaggi importanti: “Alla fine del '91, prima delle stragi, Domenico Ganci e Toto' Riina si assentarono da Palermo per alcuni giorni, perché dovevano andare a parlare con persone influenti, come ministri, politici e generali. Io e Stefano Ganci, pensavamo che Mimmo dicesse delle fesserie perché era un megalomane”.
In apertura di dibattimento il presidente Balsamo, su richiesta precedente effettuata dall'avvocato Fabio Repici, ha disposto l'esame dibattimentale del generale Mario Mori e dell'ex colonnello Giuseppe De Donno in veste di testimoni assistiti (art.197 bis) e non come invece avvenuto su richiesta dei pm come imputati di procedimento connesso (art.210). Una formula quest'ultima che aveva permesso ad entrambi, chiamati a deporre lo scorso 4 febbraio, di "avvalersi della facoltà di non rispondere". Stavolta però dovranno tornare sul pretorio e rispondere alle domande di pm ed avvocati. Il processo è stato quindi rinviato al prossimo 16 ottobre.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)





















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