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Stato-mafia, la procura: 'Mannino temeva di essere ucciso e avviò la trattativa' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Salvo Palazzolo   
Giovedì 09 Ottobre 2014 08:21
di Salvo Palazzolo - 8 ottobre 2014

Dice Roberto Tartaglia: "Mannino è accusato di aver dato l'input, è accusato di essere stato il motore del tentativo di interlocuzione. Risponde di un contributo morale, di istigazione". In una seconda fase, secondo i pm, l'ex ministro "avrebbe fatto da garante degli impegni presi sul 41 bis"

Accanto a Tartaglia, ci sono i suoi colleghi del pool: il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Nino Di Matteo e Francesco Del Bene.
 
"L'organizzazione mafiosa si è rafforzata da quel dialogo - prosegue la requisitoria - Il tentativo di interlocuzione ha finito in concreto per orientare la strategia stragista di Cosa nostra nel 1992-1993, l'ha modulata, l'ha cambiata". Così cambiando gli obiettivi che originariamente erano stati previsti: dopo Lima erano nel mirino della mafia altri politici ritenuti traditori. Ma la trattativa bloccò questo piano di Cosa nostra.

La strategia di Cosa nostra
La procura ripercorre i mesi del 1991 che precedettero la stagione delle stragi: "Riina si era giocato la faccia sull'esito del maxiprocesso. Sperava in un aggiustamento tramite il canale Lima, Andreotti, Carnevale". Ma la sentenza del maxiprocesso venne confermata in Cassazione. E Riina decise la morte di Salvo Lima. "Quell'omicidio - dice adesso il pubblico ministero Tartaglia - fu il primo atto di minaccia contro il governo. Perché Lima era l'uomo più vicino al presidente del Consiglio Giulio Andreotti".

Dopo il delitto Lima, il ministero dell'Interno diramò ben 12 circolari per segnalare il rischio che correvano altri politici: Giulio Andreotti, Carlo Vizzini e Calogero Mannino. "L'allora ministro dell'Interno Scotti rilanciò l'allarme - chiosa Tartaglia - ma Andreotti bollò quell'allarme come una patacca".

Il ruolo di Mannino

Secondo la ricostruzione della procura, Mannino avrebbe avviato la trattativa per salvare se stesso. "Mannino deve evitare un pericolo incombente - dice Tartaglia - non può denunciare apertamente pubblicamente perché se lo fa corre il rischio politico di essere assimilato a Salvo Lima". E, allora, Mannino avrebbe cercato il contatto con il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, che poi avrebbe allertato i suoi colleghi del Ros. E così sarebbero entrati in campo gli ufficiali del raggruppamento opetrativo speciale Subranni e Mori.

Tartaglia cita anche una deposizione dell'ex ministro Nicola Mancino, imputato pure lui del processo trattativa. "Ascoltato nel 2009 ci ha riferito una frase pronunciata da Mannino durante un incontro fugace: 'Il prossimo sono io'. Mancino ci ha detto che Mannino era in uno stato spaventoso di agitazione". Il pm taglia corto: "Mannino si sentiva un condannato a morte". Ecco perché si sarebbe mosso.

Le stesse preoccupazioni Mannino le espresse all'allora giornalista dell'Espresso Antonio Padellaro. All'epoca, Mannino non volle fare un'intervista, ma parlò a lungo con il giornalista: "Sono un condannato a morte - ribadì - e poi spiegò che la spiegazione di quanto era avvenuto andava cercata nel maxiprocesso". Tartaglia legge gli appunti di Padellaro consegnati alla procura di Palermo, sono le parole di Mannino: "Per il maxiprocesso era stato raggiunto una specie di accordo con il potere politico. Voi, disse Cosa nostra, ingabbiate la mafia perdente e qualcuno della mafia vincente. Ma l'accordo era che la Cassazione alla fine metteva tutti in libertà. Però, poi, il governo non ha mantenuto i patti - così spiegava ancora Mannino a Padellaro - Andreotti ha fatto approvare una serie di atti repressivi".

Ora Tartaglia trae le conseguenze: "O Mannino ha saputo di questo accordo da Cosa nostra, oppure lo ha fatto quell'accordo, da politico. Non c'è una terza alternativa".

Gli incontri con Subranni e Contrada
Dopo Guazzelli, Mannino incontrò a Roma il comandante del Ros Subranni e il numero tre dei servizi segreti Contrada. "Ne troviamo traccia nelle agende di Contrada", spiega il pm. "In quegli incontri si parlò ancora una volta delle minacce di morte rivolte a Mannino". Per la procura non ci sono dubbi. Nonostante le reticenze di Subranni. Secondo la procura, anche Mannino avrebbe mentito su quegli incontri. "Nel 1994, disse di avere avuto pochi incontri con Guazzelli, tutti avvenuti casualmente". Tartaglia parla di dichiarazioni "clamorosamente false". "Mannino escluse categoricamente di aver parlato con Guazzelli di tematiche riguardanti rischi alla propria persona". Ma il figlio del maresciallo Guazzelli lo smentisce.

Poi, il 4 aprile 1992, il maresciallo Guazzelli fu ucciso. "Chi voleva colpire Cosa nostra uccidendo Guazzelli?", si chiede Tartaglia. "Guazzelli era l'uomo di azione di Mannino, incaricato di risolvere il pericolo di morte dell'ex ministro". La procura cita a questo proposito una dichiarazione dell'allora colonnello Michele Riccio, che spiega come il delitto fu interpretato all'interno del Ros: "Veniva letto come un avvertimento per la linea Mannino e soci".

La Falange Armata
Anche il delitto Guazzelli, così come il delitto Lima, fu rivendicato dalla Falange Armata. "La finalità non era quella di depistare - dice il pubblico ministero Tartaglia - ma quella di destabilizzare". Le rivendicazioni della Falange Armata, dietro cui si nasconde Cosa nostra, coprono tutti gli eventi della trattativa Stato-mafia fra il 1992 e il 1993.

Il Corvo 2
Calogero Mannino era citato nell'anonimo giunto nella primavera 1992 a diversi indirizzi istituzionali. Borsellino cominciò subito le indagini, ricorda il pubblico ministero. "Il 25 giugno volle incontrare in grande segreto il colonnello Mori e il capitano De Donno - spiega Tartaglia - lo ha detto
l'allora maresciallo Canale, stretto collaboratore di Borsellino". E invece gli ufficiali del Ros hanno sempre sostenuto che in quell'incontro si parlò solo di mafia e appalti. Subranni fece di più: "Prima, i carabinieri fecero filtrare una notizia all'Ansa, secondo cui quell'anonimo era carta straccia. Poi, dopo la morte di Borsellino, Subranni chiese addirittura alla procura di archiviare l'inchiesta sull'anonimo".

Dopo la morte di Borsellino, accaddero davvero tante cose strane attorno a quel documento che ipotizzava una trattativa fra mafia e Stato. Subranni continuò ad occuparsi riservatamente dell'anonimo con Bruno Contrada. E un funzionario dei Servizi, Angelo Sinesio, tentò di scoprire se Borsellino avesse fatto indagini su Mannino. Dice il pm Tartaglia: "Ci fu un'attenzione morbosa del trio Mannino, Subranni, Contrada sulle indagini di Borsellino".

Il rapporto mafia e appalti

"Il rapporto del Ros viene utilizzato spesso dalla difesa. Si dice: 'I carabinieri denunciarono Mannino nel rapporto mafia e appalti'. Non è così, lo abbiamo scoperto ritrovando una relazione dell'allora procuratore Caselli alla commissione parlamentare antimafia. Nel rapporto consegnato alla magistratura non c'è traccia dei nomi di Mannino, Lima e Nicolosi". Il pm Tartaglia si chiede: "Chi poteva avere la possibilità di epurare i nomi dei politici dall'informativa del Ros?". E ancora: "Perché sarebbero state fatte queste omissioni? Furono il frutto di preliminari intese?". Per la procura, il rapporto mafia e appalti è un "boomerang per la difesa". E Subranni è "colui che non ha denunciato Mannino, commettendo dei falsi e coprendo le indagini sull'ex ministro per ben 19 mesi. Ci fu una gestione agghiacciante dietro quella sporca operazione di mafia e appalti, anche per proteggere Mannino".

La requisitoria viene rinviata al 4 novembre.


Salvo Palazzolo (La Repubblica)







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