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Minacciati, aggrediti, intimiditi/ La missione del giornalista Emiliano Morrone: denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ‘Ndrangheta PDF Stampa E-mail
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Scritto da Maria Cristina Giovannitti   
Lunedì 13 Ottobre 2014 17:26
Minacciati, aggrediti, intimiditi/ La missione del giornalista Emiliano Morrone: denunciare la ‘Ndrangheta in terra di ‘Ndrangheta.
di Maria Cristina Giovannitti - 13 ottobre 2014

Sempre più giornalisti aggrediti fisicamente o verbalmente, sempre più beceri avvertimenti in stile mafioso per mettere a tacere verità scomode. Che garanzie hanno i giornalisti? Chi li tutela? A raccontarci la sua storia è Emiliano Morrone, giornalista, direttore de ‘La Voce di Fiore’ e blogger per 'Il Fatto Quotidiano'. È lui a scrivere di ‘Ndrangheta nella difficile terra di ‘Ndrangheta, la Calabria.

Sono 325 i giornalisti che solo nel 2014 – stime provvisorie poiché l’anno è ancora in corsohanno subìto minacce per aver pubblicato delle verità scomode a qualcuno. Una cifra che nasconde un numero molto più alto se si considera che non tutti denunciano intimidazioni – velate od esplicite. Parliamo di intimidazioni vigliacche, fatte con lettere minatorie, oppure semplici avvertimenti nel classico stile mafioso,  maggiori le aggressioni verbali o fisiche quelle in cui si vuol imbavagliare il giornalista con la violenza. Succede soprattutto al sud e soprattutto in Calabria dove, secondo i dati aggiornati di Ossigeno per l’Informazione, fino ad oggi ci sono già 30 casi accertati di giornalisti minacciati. Rischi che spesso si corrono senza poche – o nessuna – garanzie di sicurezza, considerata la precarietà della professione; denunce scritte  da giornalisti mossi solo dalla semplice voglia di migliorare i posti in cui si vive.

Emiliano Morrone è un giornalista e scrittore – autore di ‘La società sparente’ – direttore del giornale ‘La Voce di Fiore’ e blogger per ‘Il Fatto Quotidiano’. Una penna che scrive di ‘Nadrangheta e di infiltrazioni mafiose nella politica e nella religione senza paura, nonostante ne scriva in una terra figlia della ‘Ndrangheta, ovvero la Calabria. Emiliano ci racconta una chiara minaccia subìta quest’estate – precisamente il 17 agosto – avvenuta nel comune dove vive, a San Giovanni in Fiore, Cosenza: qualcuno ha tagliato circolarmente il vetro del parabrezza della sua auto, parcheggiata vicino casa dei suoi genitori. Né bravata, né vandalismo ma solo un modo per avvisare che, con le sue parole, è andato oltre. Una linea di verità che non bisogna superare e che, forse, il giornalista Morrone ha rivelato con troppo ardire. Un’intimidazione, non unica ai danni del giornalista, che è arrivata all’indomani di un dibattito pubblico organizzato da Morrone, in cui si denunciava l’arroganza del potere politico e il coraggio di informare.

Quest’estate ha subìto un’intimidazione che definisce “Un chiaro attacco alla mia persona”. Perché esclude che si possa trattare di un semplice atto vandalico o della bravata di qualche ragazzo del suo paese?

“Perché il vetro del parabrezza della mia macchina è stato tagliato con cura; perché abitualmente non parcheggio lì dove era l’auto; perché arrivavo da fuori; perché ero rimasto dai miei per poco più di un’ora e perché quattro giorni prima, intervenendo a un dibattito, avevo detto cose che potevano infastidire. Mi riferisco a irregolarità dell’amministrazione regionale e ad accordi di potere che si estendono su scala locale”.

Secondo lei, chi ha paura della sua penna?

“Politici e mafiosi, che a volte sono la stessa cosa”.

Le è già capitato di essere mira di questi vili gesti?

“Ho subito due furti di computer, con modalità incredibili: sono stati rubati soltanto i miei, quando in appartamento ce ne stavano altri. Inoltre ho subito forme d’intimidazione diretta, minacce e forse un sabotaggio dell’auto”.

Da anni, con grande coraggio, continua nella sua professione e nella lotta alla ‘ndrangheta. Che significa fare questo tipo di giornalismo in Calabria?

“Significa essere soli. Come Beppe Alfano lo era in Sicilia”.

Tanta solidarietà da parte anche di Salvatore Borsellino. Che rapporto vi lega?

“Un rapporto di fraterna amicizia, vivo, puro, meraviglioso”.

Tanta solidarietà eppure il grande silenzio arriva proprio dal suo comune, San Giovanni in Fiore, perché?

“Perché c’è ancora paura; paura di esporsi e di manifestare le proprie opinioni, il proprio pensiero, le proprie scelte”.

Il casus belli per questo becero gesto è stato, secondo lei, un incontro pubblico svoltosi giorni addietro “Cinghiali e bavagli”. Cosa avete denunciato e fatto emergere che, a quanto pare, non è piaciuto?

“Le gravi irregolarità, nella Regione Calabria, della gestione Scopelliti, nella cui maggioranza furono arrestati tre consiglieri regionali accusati di contatti con la ‘ndrangheta”.

Un bavaglio che di sicuro qualcuno vuol mettere a lei. Cosa risponde a queste minacce?

“Che provano i timori per la parola, per l’informazione corretta e vera, per l’appello di denuncia alla coscienza civile. Ho informato dei miei sospetti le più alte istituzioni. Credo che questo episodio non rimanga impunito”.

Ha intenzione di continuare a scrivere e denunciare irregolarità della sua terra?

Continuerò, perché è giusto e per dare il mio piccolo contributo, affinché in futuro la Calabria non sia terra di affari, emigrazione e deserto”.

Denunciare la ‘ndrangheta in terra di ‘ndrangheta quanta soddisfazione e paura le porta?

“Lo ritengo doveroso, ripeto. Non c’è nessun eroismo, la ‘ndrangheta e la politica, che è ancora più pericolosa, hanno distrutto una terra meravigliosa, in cui è essenziale una rivoluzione culturale”.

La forza e il coraggio di una penna, secondo lei, può sconfiggere la criminalità, i soprusi, gli abusi di potere?

“No. Ognuno deve fare la sua parte. Soltanto così potrà iniziare un cambiamento reale, finalmente non d’apparenza”.

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