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Onorato: 'La Barbera usava Scarantino, portava indagine su strade diverse' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Miriam Cuccu   
Venerdì 17 Ottobre 2014 09:42
di Miriam Cuccu - 16 ottobre 2014

Nelle celle dell’Ucciardone i boss “si mettevano a ridere” commentando le primissime indagini sulla strage di via D’Amelio, nelle quali “venivano messi imputati persone fuori di Cosa nostra”. E il merito era tutto dell’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, capo del gruppo investigativo “Falcone e Borsellino”. È quanto racconta Francesco Onorato, ex reggente del mandamento di Partanna-Mondello, davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta che celebra il processo Borsellino quater. "La Barbera c'ha i corna dure, riesce a portare in una strada diversa questa indagine" dicevano i boss di Cosa nostra in carcere. “Quando Scarantino collabora – spiega Onorato – sia con Pino Galatolo che con qualche altro uomo d'onore si parlava di questo episodio, che La Barbera usava lo Scarantino per parare altre persone, portando una strada diversa da quella che poi realmente era. Eravamo nella stessa sezione nel '95-'96 io e Pino Galatolo, fratello di Enzo e rappresentante della famiglia dell'Acquasanta”.

Francesco Onorato, collaboratore dal ‘96, ha trascorso vent’anni tra le fila di Cosa nostra. Ha partecipato a molti omicidi, alcuni eccellenti, come quello del democristiano Salvo Lima, altri sui quali aleggiano ancora molti misteri, come l’assassinio dell’agente Emanuele Piazza o il fallito attentato all’Addaura contro il giudice Falcone. È stato ascoltato in centinaia di processi, tra cui quello sulla trattativa Stato-mafia. In nessuna occasione era mai uscita alcuna connessione tra La Barbera e Vincenzo Scarantino, il falso collaboratore sul quale è stato costruito un intero processo, salvo poi essere demolito dalle dichiarazioni del superpentito Gaspare Spatuzza. “Me ne sono ricordato un anno e mezzo fa – si limita a replicare il collaboratore di fronte alle obiezioni di pubblici ministeri ed avvocati – poi quando uno ha occasione di parlare ne parla…”.

La Barbera, prosegue Onorato era “in mano ai Madonia” i boss della famiglia di Resuttana che si vantavano anche “di avere ottimi rapporti con i servizi segreti” e anche con Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, “anche se lui era nelle mani di Rosario Riccobono di Partanna Mondello, e prima di Stefano Bontate”. A La Barbera, continua, “non lo volevano toccato” neanche quando Salvatore Biondino, reggente di San Lorenzo, preme per progettarne l’assassinio “perché aveva voltato le spalle a Cosa nostra”, e i Madonia si oppongono. Il progetto di uccidere La Barbera, dice ancora il pentito, “nasce per come aveva ammazzato due rapinatori mentre nessuno si poteva permettere, all’infuori di Cosa nostra, di uccidere a Palermo, neanche un poliziotto”. Proprio Onorato, nell’estate del ’92, aveva ricevuto l’incarico di “curare” le abitudini dell’ex questore, di pedinarlo per progettare l’attentato al residence La Perla del Golfo dove alloggiava. È lì che l’ex reggente di Partanna-Mondello apprende della collaborazione di Gaspare Mutolo, affiliato allo stesso mandamento: “Venne a dirmelo Simone Scalici un paio di giorni dopo, quando ancora la notizia non era uscita sui giornali ma noi già sapevamo”.
Con la pioggia di ergastoli disposti dalla sentenza del maxiprocesso non era solo La Barbera a figurare sulla lista nera dei boss: c’erano anche gli ex ministri Vizzini e Martelli – “aveva promesso che faceva uscire tutti i mafiosi dal carcere” – Salvo Lima insieme al figlio, i figli di Andreotti… “Nel ’92 se ne avesse avuto la possibilità Salvatore Riina li ammazzava tutti” assicura Onorato, descrivendo l’anno in cui Riina insieme a Biondino “erano soddisfatti per le strade nuove che avevano preso” parlando di “amicizie a livello politico e istituzionale” che, evidentemente, avevano messo sul piatto nuove garanzie.
 

Di Maggio: “Falcone e Borsellino dovevano morire nell’87”
“Falcone e Orlando devono morire” a dirlo era stato Totò Riina già nell’87 nel corso di una riunione della commissione provinciale. Nel progetto omicidiario, racconta il collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio, ex reggente della famiglia mafiosa di San Giuseppe Jato, rientrava anche Leoluca Orlando, attuale sindaco di Palermo.
Dopo aver ripercorso la sua carriera all'interno di Cosa nostra e i contrasti avuti con la famiglia Brusca dopo essere stato nominato reggente del mandamento, Di Maggio racconta di una riunione convocata da Riina poco prima delle elezioni politiche svolte il 14 giugno 1987: "Dovevamo dare uno schiaffo morale alla Dc dando i voti al Partito socialista e dopo questo discorso Riina disse: 'Devono morire Falcone e Leoluca Orlando, come e quando si vedrà. In quell'occasione fece pure il nome di Borsellino”.
I progetti di morte nei confronti di Borsellino furono al centro di una seconda riunione "dopo l'estate del 1987". Di Maggio ricorda che “mi fu ordinato di controllare Borsellino, Riina mi disse che c'era da fare un favore alla famiglia di Trapani". Di Maggio torna poi sul suo contributo all’arresto di Riina, risalente al 15 gennaio 1993: “Dopo il mio arresto mi fecero conoscere il capitano 'Ultimo', cui diedi indicazioni su alcune persone da tenere sotto controllo per arrivare alla cattura di Riina”.


La Barbera: “Alla fine del '92 Grasso doveva saltare in aria”

“Ho preso parte alla fase preparatoria e l'allora magistrato sarebbe dovuto saltare in aria a Monreale ma poi non se ne fece nulla. Il progetto venne accantonato anche perchè avevamo molte altre cose da fare. Salvatore Biondino mi disse di soprassedere". Lo racconta il pentito Gioacchino La Barbera, ex reggente della famiglia di Altofonte, parlando del progetto di un attentato contro l’attuale Presidente del Senato Pietro Grasso. In quel periodo Cosa nostra, prosegue il collaboratore, "dichiarò guerra allo Stato perchè le promesse non erano state mantenute". E quindi aggiunge: "Speravamo che qualcuno ci potesse aiutare, come era successo in passato, ma non fu così. Ogni uomo d'onore che in Sicilia la pensava come Totò Riina doveva dare il suo contributo per punire i traditori. Sentivo dire, in particolare da Bagarella, che a queste persone che ci dovevano aiutare e che non l'hanno fatto bisognava rompergli le corna". La Barbera spiega poi di aver partecipato “a tutte le fasi, da quella preparatoria a quella esecutiva, della strage di Capaci ma con l'attentato di via D'Amelio, non c'entro nulla. Quel giorno ero a Scopello insieme a Brusca che era latitante. Abbiamo appreso la notizia dal telegiornale. 'Hanno fatto presto', furono le prime parole di Brusca”.

Il processo è stato rinviato al 23 ottobre con le deposizioni dei fratelli Pasquale ed Emanuele Di Filippo e di Bruno Contrada.


Miriam Cuccu (AntimafiaDuemila)



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