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Borsellino Quater, Contrada: 'Mannino mi disse di temere per la sua vita' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Venerdì 24 Ottobre 2014 08:53
di Aaron Pettinari - 23 ottobre 2014

“Nel periodo tra gli attentati di Capaci e di via D'Amelio Mannino mi disse che temeva per la sua incolumità”. L'ex dirigente del Sisde Bruno Contrada, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ha deposto questa mattina davanti alla corte d'Assise nissena nel quarto processo per la strage di via D'Amelio, che vede imputati i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, per strage, ed i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Calogero Pulci, per calunnia. La deposizione dell'ex 007 è stata contraddistinta anche da una certa animosità. Alla domanda di chiarimento del pm Stefano Luciani su un riferimento ad un'appunto anonimo impresso nella sua agenda e l'annotazione su un incontro con Mannino per “parlare segnalazione cc e minacce di pericolo di cui si trova” Contrada è andato in escandescenza. “Ma lei l'ha letto quell'anonimo? (riferendosi al cosiddetto Corvo 2)” e Luciani ha ribattuto: “Qui le domande le faccio io”, così all'ex Capo della Squadra Mobile di Palermo non è restato che rispondere. “Con Mannino ci incontrammo in quel periodo. Lui mi disse chiaramente di temere per la propria incolumità. Discutemmo anche di una segnalazione dei carabinieri su pericoli per la sua sicurezza. La segnalazione era partita dopo che era venuto a galla lo scritto anonimo. Mi era stato chiesto di indagare per saperne di più. Io mi scervellai ma quel documento appariva davvero incomprensibile per molti tratti. Ricordo che mi telefonò il generale Subranni, con il quale eravamo molto amici, e mi disse che voleva una copia di quell'appunto”.

L'audizione è proseguita approfondendo proprio gli eventuali rapporti con i carabinieri anche perché, sempre rileggendo l'agenda di Contrada, appaiono alcuni incontri sia con Subranni che con il colonnello Mori. Alla domanda diretta dei pm se fosse mai venuto a conoscenza dei contatti tra Ros e Vito Ciancimino Contrada è stato categorico: “Né il generale Subranni né il colonnello Mori mi hanno mai parlato di rapporti dei carabinieri del Ros con Vito Ciancimino. Se avessi avuto sentore di qualcosa del genere avrei cercato di saperne di più perché faceva parte del mio lavoro raccogliere informazioni utili per la lotta alla mafia”.
L'ex dirigente dei Servizi ha dimostrato di avere una memoria precisa e puntuale nel raccontare le indagini sulla famiglia Madonia negli anni '70 ed anche su certi incontri avuti nel corso del tempo tra la strage di Capaci ed il suo arresto, spesso affidandosi agli appunti inseriti nella propria agenda. Tuttavia non è riuscito a dare una motivazione convincente per cui la stessa dovesse essere presa in considerazione come elemento di prova fedele della propria vita istituzionale. Contrada ha negato totalmente di aver incontrato il giudice Borsellino nel mese di luglio: “Mutolo mente - ha detto Contrada in maniera perentoria - A luglio non ho mai incontrato Borsellino. E non è vero che eravamo amici, come sostengono alcuni familiari, avevamo rapporti istituzionali. Se lo avessi incontrato non avrei avuto problemi a dirlo o a scriverlo sulla mia agenda”. Al pm Stefano Luciani, che ha fatto notare che nel mese precedente non sempre gli incontri erano stati annotati ha ribadito: “Non ho motivi di negare gli incontri. Nel maggio del '92 in una visita al centro Sisde di Roma e poi a giugno per la festa del giuramento degli armieri della Polizia. Nella sede del Sisde Borsellino incontrò l'allora direttore Alessandro Voci e seppi che raccomandò il trasferimento del dott. Sinesio al Sisde. Io entrai nella stanza del direttore Voci assieme ad altri funzionari e questi presentò Borsellino a tutti. Io lo conoscevo da tempo. Detto questo a luglio non ho mai visto Borsellino”.
“A quel punto Luciani ha ribadito che anche il dottor Vaccara, magistrato al tempo applicato a Caltanissetta, ha parlato dell'incontro al ministero tra l'ex capo della Squadra mobile di Palermo ed il magistrato, proprio su confidenza dello stesso Borsellino. Ma Contrada ha continuato a negare.

Il pentimento di Mutolo
Alla domanda su quando venne messo a conoscenza della collaborazione con la giustizia di Mutolo ha aggiunto: “Soltanto dopo la strage di via d'Amelio venni messo a conoscenza di ciò e mi dissero anche che questo soggetto stava facendo rivelazioni su di me. Andai da De Gennaro per dire questa cosa. Mutolo mi stava attaccando perché io mi accanivo contro di lui ed il suo capo Riccobono. Io venni a conoscenza della collaborazione di Mutolo dal dottor De Luca. Questi venne informato da Angelo Sinesio che a sua volta lo aveva saputo dalla dottoressa Camassa che raccolse la confidenza dallo stesso Borsellino. Così sono andati i fatti”. Anche in questo caso, tuttavia, i pm hanno evidenziato un incontro che lo stesso Sinesio aveva avuto in precedenza con Contrada nei giorni immediatamente successivi alla strage.

Indicazione Madonia
Contrada ha anche ricordato di aver avviato, sin dai giorni successivi alla strage di via d'Amelio, alla costituzione di un gruppo interno al Sisde per dare appoggio informativo all'autorità giudiziaria. "Quello era il nostro compito. Già il 20 luglio mi incontrai con il procuratore di Caltanissetta Tinebra. A lui dissi che quando c'erano stragi di esplosivi, in base a quella che era la mia esperienza, in Cosa nostra non si poteva non guardare ai Madonia. Dissi anche che si doveva guardare alle officine come il luogo dove sarebbe stata preparata la macchina. Poi gli investigatori hanno arrestato Scarantino. Io non ero convinto che potesse essere coinvolto, ma questo non lo dissi a nessuno. Non era il mio compito dare questi pareri a chi stava investigando”. A quel punto la Procura ha evidenziato la presenza di un'informativa, da parte del Sisde, in cui veniva messa in evidenza una parentela alla lontana tra i Madonia e Scarantino. “Sono a conoscenza di questa. Vennero fatti accertamenti approfonditi sui Madonia e venne questo aspetto. Ciò non significa che io ero convinto di questa cosa”.

La Busetto: “La Barbera credeva a Scarantino”
Prima della testimonianza di Contrada a salire sul pretorio è stata la compagna dell'ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, deceduto nel settembre 2002. La donna ha confermato che La Barbera dimostrava di credere alle dichiarazioni di Scarantino ed ha aggiunto: “La Barbera era soddisfatto soltanto nel periodo in cui è stato Questore a Palermo. Rimase contrariato del trasferimento a Roma dopo le stragi (venne trasferito alla Direzione centrale della Polizia criminale, presso lo Sco, ndr). Poco dopo però ritornò a Palermo per lavorare sulle stragi”. Il processo, a cui hanno deposto anche i fratelli pentiti Pasquale ed Emanuele Di Filippo, è stato infine a novembre quando, il 10 e l'11, si terrà la trasferta all'aula bunker di Rebibbia.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)






 

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