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Antimafia, fuori programma a Barcellona: convocata la vedova Parmaliana PDF Stampa E-mail
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Scritto da Luciano Mirone   
Martedì 28 Ottobre 2014 22:53

di Luciano Mirone - 28 ottobre 2014

Che il fine principale della Commissione nazionale antimafia – con la “due giorni” di Messina – sia quello di approfondire il “Caso Barcellona”, e di venire a capo delle morti eccellenti degli ultimi due decenni, si è capito da quando, nelle scorse settimane, erano stati invitati a deporre (per questa mattina presso la Prefettura di Messina) i familiari del giornalista Beppe Alfano e dell’urologo Attilio Manca, oltre al loro legale Fabio Repici. Ma se la Commissione riserva il “fuori programma” di invitare a testimoniare Cettina Merlino Parmaliana, vedova del professore universitario Adolfo Parmaliana, vuol dire che, secondo i componenti dell’Antimafia nazionale, un unico filo nero potrebbe legare la morte di Parmaliana a quella di Alfano e di Manca.

Chi era Adolfo Parmaliana? L’unica persona che, dopo Beppe Alfano, denunciava il verminaio politico-affaristico-mafioso che da decenni caratterizza l’asse Terme Vigliatore-Barcellona, nonché quella “magistratura di Barcellona e di Messina che – secondo quanto lui stesso scriveva nell’ultima lettera – vorrebbe mettermi alla gogna”, con chiaro riferimento a quei giudici che, invece di prendere in considerazione i suoi esposti, lo avevano rinviato a giudizio per diffamazione. Al colmo dell’esasperazione, il docente universitario, il 2 ottobre 2008, si lanciò da un viadotto dell’autostrada Messina-Palermo e si tolse la vita.


La convocazione della signora Parmaliana segue di un anno la condanna per diffamazione dell’ex Procuratore generale della Corte d’Appello di Messina, Antonio Franco Cassata, al quale lo stesso Parmaliana, secondo i familiari, aveva chiesto di avocare l’indagine che scaturiva dalle sue denunce. Cassata, a parere dei giudici di primo grado, sarebbe stato l’autore di un dossier anonimo pieno di veleni contro lo stesso Parmaliana, redatto quando ormai il professore universitario era morto. È possibile, quindi, che stamattina, fra le volte della Prefettura di Messina, risuoni anche il nome di Cassata, leader e animatore del circolo “paramassonico” Corda fratres (secondo una definizione della Guardia di Finanza), dove fino a poco tempo fa i mafiosi andavano a braccetto con magistrati e uomini politici di altissimo livello.

Ma è possibile che fra quelle volte risuoni il nome di Rosario Pio Cattafi, avvocato di professione, boss di Barcellona (oggi al 416 bis), grande riciclatore del danaro sporco del clan Santapaola e trait d’union fra Cosa nostra, massoneria e servizi segreti deviati; il nome di Giuseppe Gullotti, ritenuto dai giudici della Cassazione il mandante del delitto Alfano, oltre che il collante fra Barcellonesi e Corleonesi per via di quel telecomando – costruito a Barcellona ma utilizzato a Capaci per fare a pezzi il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta – che il boss consegnò direttamente a Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato; il nome di Pietro Rampulla, boss di Mistretta, da sempre in contatto con la cosca barcellonese (specie con Cattafi), designato dai vertici di Cosa nostra come artificiere della strage di Capaci; i nomi di una serie di uomini politici di secondo piano (soprattutto consiglieri comunali di Alleanza nazionale, vicini all’ex vicepresidente del Senato, Domenico Nania, anche lui di Barcellona, anche lui socio della Corda fratres).

Ma fra le volte novecentesche della Prefettura messinese risuoneranno altri due nomi “pesanti” che ultimamente sono balzati alla cronaca: Carmelo D’Amico e Giuseppe Setola, boss di Barcellona il primo, killer del clan dei Casalesi il secondo. Pentiti entrambi. Stanno vuotando il sacco sui retroscena delle due vicende più clamorose degli ultimi vent’anni: il delitto Alfano che, secondo D’Amico, sarebbe stato compiuto (8 gennaio 1993) per chiudere la bocca a un giornalista scomodo, che aveva scoperto il covo barcellonese di un grande boss come Nitto Santapaola; e la morte misteriosa di Attilio Manca – avvenuta a Viterbo la sera fra l’11 e il 12 febbraio 2004 – che, secondo Setola, sarebbe attribuibile all’operazione di cancro alla prostata di Bernardo Provenzano nell’autunno del 2003 a Marsiglia.

Dalle parole del collaboratore di giustizia, Manca sarebbe stato il medico che avrebbe curato il super boss corleonese prima e dopo l’operazione, oltre a essere presente in sala operatoria durante l’intervento. Sia le dichiarazioni di D’Amico che quelle di Setola sono al vaglio degli inquirenti, ma intanto la Commissione antimafia sta approfondendo gli aspetti inquietanti che riguardano la latitanza a Barcellona di Santapaola e Provenzano.

Un pezzo di storia d’Italia che porta direttamente al processo Trattativa in corso in questi giorni a Palermo. Un pezzo della storia d’Italia sul quale, forse, non tutti vogliono fare luce. Non è logico chiedersi perché a Viterbo sono stati omessi dei particolari fondamentali per accertare la verità sulla morte di Attilio Manca? Non è logico chiedersi perché molta stampa italiana ha deciso di ignorare queste omissioni? Non è logico chiedersi perché – fra il silenzio assordante della stampa nazionale – un quotidiano locale, il “Corriere di Viterbo”, scriva che il decesso di Attilio Manca sia stato causato da “un suicidio indotto”? Con quali elementi non è dato sapere.


Luciano Mirone (L'Ora Quotidiano, 28 ottobre 2014)











 

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