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Siino: “Incontrai Martelli, mi disse che avrebbe perorato leggi gradite a noi” PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Lorenzo Baldo   
Giovedì 06 Novembre 2014 15:44
Cita Napolitano (”non sono mica Pico della Mirandola”) e i suoi buchi di memoria, e precisa: ”ma mi arrangio”.  Collegato in video conferenza nell’aula bunker Angelo Siino e’ un fiume in piena: ”Martelli? L’ho incontrato a casa mia”. Il suo collaboratore Restelli? ”Ha incontrato Piddu Madonia, avevano parlato di carcere duro e il boss lo aveva trovato convincente”. Ciancimino? ”Per conto di suo padre Massimo chiese a Lipari un incontro con Provenzano”. Gli appalti? ”Nicolosi e Mannino fecero una riunione per raccomandarmi ai carabinieri. Mori e De Donno mi dissero: lei è stato rovinato dai politici”.
Ecco punto per punto tutti i passi della sua deposizione:

MARTELLI. ‘Ho incontrato Claudio Martelli a casa mia, mi fu raccomandato questo incontro da Emanuele Brusca, e anche Fulvio Reina, il figlio di Reina, mi disse di farlo. Martelli mi chiese di farlo votare per lui e mi disse che era stato un liberale e avrebbe perorato delle leggi gradite a questi personaggi. Io mi dicevo che doveva essere un po’ pazzo a farmi questi discorsi. In questa occasione Martelli fu uno dei primi eletti in Sicilia”. Avevo avuto lunga frequentazione con quella che era la parte democristiana con la quale avevo fatto decine di accordi. Una mattima ero andato al bar a prendere un caffè e venni chiamato da un personaggio che mi disse: guarda che c’è Martelli che sta aspettando e io rimasi ancora più perplesso, ero stato sempre di fede democristiana e non vedevo bene questo incontro e non capivo perché però ascrivevo questa vicinanza ad ambienti di tipo mafioso pensando che fosse un escamotage di Vito Ciancimino che aveva perorato questo accordo. Era il 1987.

Prima c’era stato un prequel di questa situazione che doveva essere perorata da tutti i mafiosi per cercare di far votare questi personaggi del partito socialista, fu consegnata una scaletta: votare Martelli, Reina, e poi un personaggio di Marsala e poi uno di Partinico. In questa occasioni mi venne detto che questi erano gli ordini e io li eseguii. Poi Emanuele Brusca mi disse che dovevo incontrare assolutamente Martelli. E quindi ho cercato di far votare questi personaggi”.
PM – Lei ha mai saputo di rapporti diretti o indiretti di Piddu Madonia con Martelli in periodi successivi al 1987?

Rapporti diretti no, indiretti si. Mi venne detto che qualcuno aveva perorato la causa di Martelli e Madonia non era d’accordo. L’On Augello mi venne indicato come una persona affidabile dal Madonia e Madonia mi disse che avrebbe organizzato una manifestazione in un locale di Caltanissetta per un senatore Dc.
PM – Ha mai sentito parlare di un collaboratore di Martelli del nome di Restelli?
Si era una persona con sui si era incontrato Madonia e lo aveva sentito e lo aveva trovato convincente. A me sembrava del tutto inaffidabile.
PM – Lei sa di quali argomenti discussero Restelli e Madonia?
Sono stati sempre quelli di ordine giudiziario, la questione del carcere duro e Restelli aveva detto non ti preoccupare dateci un segnale e c’è un’inversione di tendenza e voterete socialisti e andrà tutto a posto.
PM – Lei li ha percepiti a livello di Cosa Nostra o a livello di esponenti politici con i quali aveva occasione di parlare, cosa le fu detto nel momento in cui Martelli a fine ’91 ministro della giustizia chiamò tra i suoi collaboratori Giovanni Falcone?
Questo discorso fu ascritto ad una più ampia…. Falcone aveva chiamato Martelli, lui sapeva bene quale era stato il suo accordo con i mafiosi locali, e aveva ottenuto di diventare il direttore del ministero dela giustizia (…) Io dubitavo di questa cosa, c’era un certo sfottò dei vecchi democristiani nei confronti di Falcone in riferimento al suo incarico: dicevano ora vedrai che succederà. Erano l’on Lima che si sentiva un po’ spodestato dal Martelli e poi c’erano dei mafiosi di Bagheria che mi dicevano che non avevano nessuna fiducia dell’inserimento dei socialisti nell’ambiente siciliano. Ne parlava anche il gotha mafioso all’interno delle carceri.
PM – A lei era mai stato chiesto di acquisire informazioni e pedinare Martelli per prepare un omicidio?
Si, venne un personaggio che avevo visto in compagnia di Giovanni Brusca e mi disse tu sei in grado di poter avere l’indirizzo di Martelli a Roma, mi disse che non si poteva tradire un’organizzazione come la nostra e doveva essere punito. Lo avevo già visto in compagnia di Nino Madonia.

CIANCIMINO

PM – Quali rapporti il Lipari intratteneva fine anni ’80 e inizi anni ’90 con Riina e Provenzano?
Era ritenuto un consigliere di Provenzano in materia di appalti insieme ad Antonino Buscemi che gestiva le fabbriche di calcestruzzo era un’interfaccia con Vito Ciancimino, era un tramite con questi personaggi. Provenzano aveva un rapporto più diretto con Ciancimino mentre il Riina era più riservato e spesso diceva che non aveva imprese da dover favorire e non aveva motivo per parlare con Ciancimino, la figura di Pino Lipari era la figura di un personaggio che si occupava delle segrete cose dei corleonesi, l’ho sentito dire anche dal figlio di Ciancimino, Massimo. Lo incontravo spesso nei salotti di Palermo.
PM – Ha mai saputo di Massimo Ciancimino come ambasciatore di messaggi tra il padre ed altri mafiosi?
Ho avuto modo di sapere e di sentire una conversazione da Lipari e Massimo Ciancimino dove disse c’è papà che vorrebbe parlare con Bino. Il Lipari diventò bianco e disse poi ne parliamo, facendogli capire che io non ero ammesso a queste conversazioni. Ciancimino Massimo disse che suo padre era a Roma ed era pronto a venire a Palermo per incontrare Bino. L’epoca dell’incontro che avvenne a casa del Lipari in una traversa di viale Lazio, il periodo è subito dopo della giudicazione degli apparati dei lavori alla Gozzani e Silvestri. Il Lipari mi disse che i corleonesi non erano adusi a fare brutte figure e quindi rispettavano gli impegni.
PM – Si è mai posto il problema di tutelare Massimo Ciancimino da ritorsioni?
Si, lui aveva un locale Palaluna in una villa a Monte Pellegrino, il figlio di Vito Ciancimino poteva permettersi tutto. Un parente dei Galatolo dell’Acquasanta questi rimasero molto male dell’apertura di questa villa nel loro territorio e si espressero in modi poco lusinghieri nei confronti di Vito Ciancimino e del figlio e poi non so chi li ricondusse sui loro passi. Volevano fare un lavoro nei confronti di Vito Ciancimino, riferendosi a Riina che qualche giorno gliela avrebbe fatta pagare.
PM – Sul risentimento dei Galatolo nei confronti di Massimo Ciancimino, chi intervenne in difesa di Massimo Ciancimino?
C’è stato un personaggio che si occupò di questa cosa ma non ricordo.
PM- In una sua deposizione del 18 maggio 2011 quando disse “quelli si erano offesi, lui ebbe a capire il pericolo e fece intervenire al padre e al ragioniere Provenzano”…
La confermo in pieno.
PM – In che periodo collochiamo questo episodio?
Anni ’70, forse primi anni ’80… io lo ebbi a sapere se ne parlava negli ambienti dei night e delle discoteche palermitane. Non erano cose segrete, si diceva sai a quello si volevano rompere le corna. I Galatolo erano ben abituati ad essere trattati bene dalle persone messe a posto nella zona. Ho avuto conferme di questa situazione. Il Ciancimino non si era rivolto solo a Provenzano, ma anche a qualcuno vicino a Stefano Bontate: suo cognato, Giacomino.
PM – Lei ha avuto rapporti diretti o indiretti con Rino Nicolosi?
Io rapporti diretti non ne ho avuto, ma indiretti si: lui ben sapeva chi fossi io ed io ben sapevo chi fosse lui. Nicolosi assegnava gli appalti e tutti e due eravamo addetti agli appalti con gelosie reciproche. Lui fu uno di quelli che mi hanno raccomandato ai carabinieri dicendo che io volevo gestire tutti gli appalti e invece io volevo gestire gli appalti piccoli.
PM – Quali sono i suoi elementi di conoscenza sul fatto che Nicolosi abbia segnalato il suo nome ai carabinieri?
Mi è stato detto che era stata fatta una riunione tra Nicolosi e Mannino per raccomandarmi ai Carabinieri. Me lo disse De Donno e poi anche dal colonnello Mori che mi dissero: lei è stato rovinato dai politici.
Mai sentito parlare di un progetto di attentato verso Nicolosi?
Si seppi che Giovanni Brusca aveva detto che gli avrebbe rotto le corna se non la finiva. Alla presenza di Santapaola il Brusca si appartò e dopo qualche giorno Santapaola mi disse che il Brusca gli aveva chiesto di fare un lavoretto a Nicolosi ma io non lo voglio fare perché a Catania farebbe troppo rumore e mi disse vedi tu che devi fare come sei io avessi poteri traumaturgici, ma così non era. Era lo stesso periodo nel quale erano stati assassinati due ingegneri alla Megara acciaieria. In quel momento c’era l’affare dell’Agro alimentare.
PM – Che rapporto aveva con Santapaola?
C’erano rapporti buoni, era uno dei pochi che sapeva dove stavano i covi di Santapaola. Dal 79 all’84 soggiornai a Catania. Il fratello di Santapaola, Pippo, aveva soggiornato nelle mie proprietà. Verso la fine degli anni ’80 o primi ’90 io andai a trovare il Santapaola in una casa che era sita in un comune alle falde dell’Etna, ci andai insieme a Giovanni Brusca. Questa casa era di un nobiluomo che aveva problemi con il Banco di Sicilia, mi sono accorto che in quella casa c’erano decine di persone che aspettavano il Santapaola per parlargli. In una specie di foresteria di questa casa il Brusca si appartò con il Santapaola e gli spiegò la questione di Rino Nicolosi con un rifiuto netto del Santapaola.
PM – In uno dei primi interrogatori del 28.11.97 era stato più preciso dicendo che il fatto avvenuto tra la fine degli anni ’80 e i primi mesi del ’90…
Non sono certo Pico della Mirandola ma mi arrangio.


da: LOraQuotidiano.it

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