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Fata Morgana e le mafie (S)disonorate PDF Stampa E-mail
Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Anna Giuffrida   
Martedì 11 Novembre 2014 17:33
Marica Roberto

di Anna Giuffrida - 10 novembre 2014

Le femmine hanno risorse, e le mie figlie che restano e parlano, le mie sorelle, diventano cataratte di parole, fermano i morti, acchiappano la vita, parlano, riparlano. Fiumi in piena sono”. Così Marica Roberto, attrice e autrice siciliana del potente testo teatrale “La Fata Morgana, fantasia su un mito”, fa memoria delle donne “sdisonorate” (citando il titolo del dossier dell’associazione DaSud, da cui trae spunto la piece). Donne libere, e per questo uccise dalle mafie, a cui il teatro ha ridato la parola. E un volto, quello del mito femminile di Fata Morgana che, dalle acque dello stretto di Messina alle tavole di legno del palco del Teatro Lo Spazio a Roma, ha fatto rivivere le sue “sorelle” morte ammazzate.

Nove donne, delle oltre 150 vittime della criminalità organizzata, dai 14 ai 74 anni. Nove donne, del Sud ma anche del Nord. Nove donne accomunate dall’amore pulito per uomini sporchi, insudiciati dall’appartenenza a famiglie criminali e dalla convinzione di possederle come delle cose. Perché è così che la donna è catalogata nel registro mentale e linguistico delle mafie, la “cosa”. Eppure queste donne non hanno rinunciato alla loro dignità, alla loro libertà, anche se innamorate. Anzi. Hanno combattuto con coraggio in nome dell’amore, anche per se stesse. Come ha fatto la piccola Palmina Martinelli, innamorata di un giovane che voleva farla prostituire e uccisa con “alcool e fiammiferi” per essersi rifiutata di farlo. E Tita Buccafusca, che amò e sposò Pantaleone Mancuso potente boss della ‘ndrangheta, considerata da tutti come la “matta” dopo una lunga depressione. Ma per amore del figlio decise di allontanarsi e raccontare quello che sapeva. La solitudine ebbe poi il sopravvento, e fu così spinta al suicidio che mise in atto ingerendo acido muriatico. E anche Lea Garofalo, che guardò negli occhi le storture della criminalità sposando un uomo di ‘ndrangheta di cui si era innamorata, e che per amore della figlia scelse la libertà della verità e di non tenere più la bocca chiusa, fino alla fine.

Storie di donne, figlie, madri vissute nell’ombra e quasi sempre delegittimate, persino come esseri umani. Vittime spesso rimaste senza giustizia, perché la giustizia al massimo ha scelto di considerarle morte per femminicidio. Una comoda distorsione della realtà, come ha fatto notare la deputata di SEL Celeste Costantino al termine dello spettacolo: “Il dossier (“Sdisonorate” di DaSud, ndr) vuole dare forza alla memoria e svelare un falso storico: che le mafie non toccano donne e bambini. Bisogna anche raccontare l’eccezionalità dentro la normalità. Questa specificità delle mafie di uccidere le donne ha una sua normalità, cioè che il femminicidio è stato sempre considerato un’emergenza e invece avviene quotidianamente. Si parla solo dell’atto finale, ma prima di arrivare a quell’uccisione c’è un calvario”.

Per questo amore coraggioso ma anche fragile, per queste donne innamorate ma anche libere Fata Morgana/Marica Roberto si addolora ma combatte. In un palco lasciato nudo ed essenziale, come la verità, l’attrice messinese presta il suo corpo a quell’amore, a quel dolore, in un ritmo incalzante che spezza il fiato e le lacrime. La sola incessante scenografia, con la presenza di tamburi marranzano e zampogna suonati con forza e passione, la ricreano le canzoni e sonorità della compagnia siciliana Unavantaluna.

La legalità ha bisogno del sostegno della cultura, e il teatro è il luogo dove la parola non può essere modulata e va dritta al cuore. Eppure la compagnia Attori & Musici, e la nostra Marica Roberto, questo testo in lingua quasi del tutto siciliana non è riuscita ancora a mostrarlo nelle scuole del sud, come vorrebbe. Mancate risposte, o anche risposte sbrigative del tono “Non abbiamo i soldi per ospitare lo spettacolo”. Peccato. Peccato che non ci siano fondi da destinare all’educazione alla legalità. E che il sistema scuola non sappia tenersi al passo con le nuove esigenze culturali che deve trasmettere.

dal Blog di Anna Giuffrida

 

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