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Mori e De Donno presenti in aula ma rispondono solo “a singhiozzo” PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Giuseppe Pipitone   
Lunedì 22 Dicembre 2014 15:27

Mori e De Donno presenti in aula <br>ma rispondono solo “a singhiozzo”di Giuseppe Pipitone - 22 dicembre 2014

Al “Borsellino Quater” i due ex alti ufficiali del Ros sono stati chiamati per deporre come testimoni assistiti, ma nella maggior parte dei casi hanno scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Se non si fossero presentati avrebbero rischiato l’accompagnamento coatto

Non ha negato di essere l’autore del Corvo due, avvalendosi invece alla facoltà di non rispondere. Solo una delle tante risposte negate durante la sua deposizione dall’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno, che alla fine, insieme all’ex generale Mario Mori, si è presentato davanti alla corte d’assise di Caltanissetta per deporre al processo Borsellino Quater, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito la fase operativa della strage di via d’Amelio. I due ex militari erano stati convocati come testimoni assistiti dai legali: potevano dunque scegliere di volta in volta se avvalersi o meno della facoltà di non rispondere. Una scelta per cui hanno optato la maggior parte delle volte, dato che secondo Mori e De Donno la stragrande maggioranza delle domande poste dai pm Gabriele Paci e Stefano Luciani e dall’avvocato Fabio Repici, avrebbero riguardato argomenti inerenti al processo Trattativa, in corso davanti alla corte d’assise di Palermo, dove i due ex militari sono imputati.

La deposizione di Mori e De Donno era stata chiesta da Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino. Mori e De Donno erano già stati interrogati dalla procura come imputati in procedimento connesso e si erano dunque appellati alla facoltà di non rispondere. In fase d’indagine, però, i pm nisseni avevano interrogato i due ex militari che avevano risposto ad alcune domande: per questo motivo l’avvocato Repici ha chiesto di riconvocarli come testi assistiti da un legale e non come imputati di procedimento connesso. I due ex alti ufficiali dell’Arma non si erano presentati all’udienza del 19 novembre scorso e il presidente Antonio Balsamo li aveva dunque ammoniti e multati: se non si fossero presentati in aula stamattina avrebbero dunque rischiato l’accompagnamento coatto.

Così non è stato. Mori e De Donno si sono presentati a deporre, anche se la maggior parte delle domande poste da accusa e difesa non ha ricevuto alcuna risposta. Numerosi i casi in cui le domande dell’avvocato Repici hanno trovato l’opposizione dei legali, e in qualche caso, persino dei pm. “De Donno, è lei l’autore dell’anonimo Corvo Due?”, ha chiesto ad un certo punto il legale. “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”, ha risposto l’ex carabiniere, che nel 2009 ha lasciato l’Arma e adesso gestisce una società di security.

Il Corvo Due è l’appellativo con cui si definisce l’estensore di una lettera anonima di otto pagine dattiloscritte inviata a magistrati e giornalisti dopo la strage di Capaci: in quella missiva si racconta di come alcuni politici si fossero attivati per smorzare la furia vendicativa di Cosa Nostra. Tra questi c’era Calogero Mannino, oggi imputato al processo Trattativa.

Le indagini sul Corvo Due furono affidate all’epoca a due magistrati: Paolo Borsellino e Vittorio Aliquò. Il giudice poi assassinato in via d’Amelio delegò dell’attività investigativa due corpi speciali: il Ros e lo Sco. Passano poche settimane e Antonio Subranni, allora capo del Ros e oggi imputato nel processo sulla Trattativa, inviò all’allora procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco una nota dal carattere informale: “Caro Piero” scrive l’alto ufficiale dei carabinieri, allegando alla missiva due take dell’agenzia Ansa, in cui si rende noto come per il Ros l’anonimo del Corvo Due sia solo una manovra della mafia per delegittimare le Istituzioni. Nella nota informale spedita a Giammanco, Subranni dice di condividere quanto riportato dall’Ansa, dopo appena pochi giorni dall’inizio delle indagini. Poi, il 3 ottobre 1992, Subranni chiede esplicitamente di chiudere le indagini sull’anonimo assumendosene “la piena e personale responsabilità”: questa volta invia una nota ufficiale indirizzata a Vittorio Aliquò, l’unico pm titolare dell’inchiesta ancora in vita, dato che nel frattempo Borsellino era saltato in aria nell’inferno di via d’Amelio.

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