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Rocco Ruotolo: 'A Maserà progetto un villaggio della legalità' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Cristina Genesin   
Lunedì 05 Gennaio 2015 21:36

di Cristina Genesin - 29 dicembre 2014

«La mafia? È ormai ovunque, la nuova inchiesta “Mafia capitale” di Roma lo conferma. Ecco perché noi testimoni di giustizia, costretti a rivoluzionare la vita nostra e quella dei familiari, veniamo trattati male da tutti. E poi siamo gente che parla. E al “sistema” non va bene, anzi non va bene a nessuno. Nemmeno a certe associazioni antimafia che non ci vogliono realmente al loro interno. Ma io non ho nessuna intenzione di starmene lontano. Neanche da Padova, nonostante quello che è accaduto. Ci voglio tornare e vorrei mettere a disposizione alcune mie proprietà per creare un villaggio, una cittadella della legalità».
Chi parla è Rocco Ruotolo (il suo sito www.roccoruotolo.it), il testimone di giustizia che da vittima è diventato infiltrato nella banda di strozzini legata ai Casalesi con base operativa a Padova, capeggiata da Mario Crisci (nella foto, ndr).

Parliamo del suo progetto signor Ruotolo. Lo spiega?
«Sono proprietario di alcune villette a Maserà in via Conselvana. Ho pensato di metterle a disposizione per creare un centro destinato a promuovere la cultura della legalità attraverso convegni e seminari, ma anche per aiutare testimoni di giustizia e piccoli imprenditori vittime dell’usura, gente che ha bisogno di una mano per iniziare una nuova vita. Con una metafora: dare la canna per pescare a chi ne ha bisogno. Non dimentichiamo che alcuni miei “colleghi” testimoni si trovano in mezzo alla strada».


Chi gestirebbe il progetto?
«Un comitato nel quale vorrei chiamare il professor Enzo Guidotto dell’Osservatorio Veneto contro la mafia, l’ex presidente di Sos Impresa antiracket e antiusura Lino Busà, Elvio Di Cesare dell’associazione “Antonino Caponnetto” e don Marcello Cozzi, il prete antimafia vicepresidente di Libera. Alcune di queste persone hanno già espresso una disponibilità. Credo sia un messaggio di speranza il fatto che un progetto del genere sia portato avanti proprio da un testimone di giustizia. Tanto più a Padova, dove le vittime degli strozzini sono tantissime».


Come vive oggi?

«Premetto che ho restituito tutti i soldi che avevo ricevuto in prestito. Lo Stato riconosce ai testimoni di giustizia una somma mensile per vivere e, quando si esce dal programma di protezione, una liquidazione. Non vorrebbero che io tornassi a Padova. Ma io voglio tornare e continuare a lottare lì dove ho speso una vita».


Quando?

«Il più presto possibile. Ora mia moglie, io e le mie due figlie, una ingegnere l’altra criminologa, viviamo fuori regione. Per la data del ritorno, deciderà la magistratura quando riterrà non ci sia più pericolo. Ne ho parlato anche con il viceministro dell’Interno Bubbico».

Come si finisce in mano a un’organizzazione mafiosa?
«Ti affidi a chiunque sembra che voglia darti una mano quando la tua impresa è in difficoltà e tu faresti di tutto per salvarla. Il mio caso? Nel 2010, in piena stretta creditizia, le banche non mi hanno più finanziato. Il direttore di una filiale mi suggerisce: rivolgiti alle associazioni di categoria per avere garanzie. Trafile burocratiche, iscrizione, poi la banca dice che non ha soldi. Un amico mi presenta Johnny Giuriatti (imprenditore di Saccolongo che lavora per il gruppo criminale) e spiega: “Questi ti danno i soldi che vuoi”, facendomi vedere la pubblicità della finanziaria Aspide. Giuriatti mi raggiunge in ufficio ed è esplicito: “Possiamo darti quello che chiedi nel giro di una settimana, prima bisogna parlare con il capo Crisci”. Capisco immediatamente chi sono. Crisci mi promette 300 mila euro a un tasso mensile del 20 per cento. Io replico: “Ve li restituisco a fine lavori, fra tre mesi”. Mi consegnano 27-28 mila euro e firmo assegni senza data per 50 mila euro. Cominciano subito a mettermi in difficoltà. Cercano pure di aggredirmi. Poi pretendono che accompagni da loro altri “clienti”... Sono violenti, non ce la faccio e così decido di chiedere aiuto alla Dia (Direzione investigativa antimafia), firmando la denuncia nel settembre 2010. È allora che inizio a fare l’infiltrato. Vado a mangiare con Crisci e i “suoi” che mi danno in custodia le armi nei fine settimana quando tornano in Campania, assisto ai pestaggi degli usurati, ma non posso intervenire. Devo stare zitto, l’obiettivo è carpire i loro segreti».

Con quali sentimenti vive oggi la sua quotidianità?
«Non è che la notte dorma benissimo. Non ho paura per me, casomai per i miei familiari. Questa esperienza ha rivoluzionato le nostre esistenze. Certo provo amarezza. Dalle istituzioni venete, Comune di Padova e Regione, non ho avuto un segnale di solidarietà. Eppure mi sento un testimone di giustizia veneto. Perché è il veneto che parlano le mie figlie».


Cristina Genesin (Il mattino di Padova)








 

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