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Quella Colt 22 sparita nel nulla la chiave del delitto Alfano PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza   
Giovedì 08 Gennaio 2015 14:49
Quella Colt 22 sparita nel nulla <br>la chiave del delitto Alfano di Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza - 8 gennaio 2015


A 22 anni dall’uccisione del giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, i verbali del pentito Carmelo D’Amico che scagiona il killer Nino Merlino, rilanciano la pista che ruota attorno al revolver passato di mano in mano e poi sparito nel nulla, senza mai essere sottoposto a perizia balistica. La latitanza del boss Santapaola nelle carte dell’inchiesta ter sul tavolo del pm di Messina Vito Di Giorgio. E su tutta la vicenda, l’ombra di Saro Cattafi

C’è una pistola, una Colt 22, che passa di mano in mano tra varie persone, senza mai essere sottoposta a perizia balistica, ma che potrebbe essere quella che ha sparato al giornalista Beppe Alfano. E ci sono i verbali top-secret del pentito Carmelo D’Amico che riscriverebbero da capo il contesto dell’omicidio: secondo il collaboratore, l’esecuzione mafiosa scattata l’8 gennaio di 22 anni fa sarebbe legata alla latitanza del boss Nitto Santapaola. Sono gli elementi dai quali potrebbe ripartire l’inchiesta sui tre colpi di pistola che tapparono la bocca a un cronista scomodo nel cuore di Barcellona Pozzo di Gotto, luogo-simbolo dello Stato inerme davanti allo strapotere mafioso.

D’Amico avrebbe confermato che Alfano fu ucciso dalla mafia barcellonese, aggiungendo però che il delitto sarebbe stato commesso da un killer diverso da Nino Merlino, condannato per quell’omicidio a 21 anni di carcere insieme al boss Nino Gullotti, indicato come mandante e condannato a 30 anni. Dichiarazioni ora confluite nel fascicolo denominato “Alfano ter”, ancora aperto sulla scrivania del sostituto della Dda Vito Di Giorgio, al quale si sarebbe affiancato il collega Angelo Cavallo. I due sono titolari dell’indagine su Rosario Pio Cattafi, indicato come uomo-cerniera tra mafia, massoneria e servizi segreti, condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa e attualmente imputato nel processo d’appello davanti ai giudici di Messina. Cattafi, testimone a Palermo nel processo sulla Trattativa Stato-mafia, è l’uomo che giura di esser stato inviato dal vicedirettore del Dap Francesco Di Maggio a dialogare con il boss Santapaola, nella primavera del ’93, promettendo benefici carcerari in cambio dello stop alle stragi. Un millantatore? Ma che c’entra Cattafi, mai formalmente indagato per il delitto Alfano, con la morte del giornalista?

Tutto ruota attorno a quella pistola scomparsa, le cui tracce vengono scoperte dall’avvocato Fabio Repici, difensore di parte civile della famiglia Alfano, in un verbale del 28 gennaio 1993. A venti giorni dall’uccisione del cronista de ”la Sicilia”, il pm Olindo Canali si accorge che l’imprenditore Mario Imbesi possiede una Calibro 22, e se la fa consegnare, senza sequestrarla formalmente. Otto giorni dopo, il 5 febbraio, la restituisce al proprietario: quel revolver è l’arma del delitto Alfano? Il giornalista è l’autore di alcuni articoli che fanno saltare la vendita a prezzi esorbitanti di un immobile, di proprietà di Imbesi, all’Aias di Milazzo. Bisognerà però aspettare fino al 2001, e cioè diciassette anni dopo la morte di Alfano, perché la Scientifica attesti che quella calibro 22 con l’omicidio del cronista non c’entra nulla.
Nelle disponibilità d’Imbesi però c’è anche un’altra pistola: lo scopre l’avvocato Repici, che nell’elenco delle armi possedute dall’imprenditore trova un’altra colt 22, ceduta nel 1979 al milanese Franco Carlo Mariani, arrestato nell’ ’84 in un’indagine sulle bische clandestine. Chi viene arrestato insieme a Mariani? Proprio Cattafi, accusato in quell’occasione dal pm barcellonese Di Maggio, che aveva al suo fianco come uditore Olindo Canali, futuro pm dell’omicidio Alfano.
E’ proprio Canali che, quindici giorni dopo aver restituito ad Imbesi la prima Colt 22, vola a Roma per incontrare Di Maggio. In quegli stessi giorni, precisamente il 27 febbraio ‘93, l’agenda del generale Mario Mori riporta un appunto col suo nome, storpiato in “Canari”, accanto a quello di Di Maggio con un’annotazione: “per omicidio giornalista a Barcellona P.G.”. A che titolo Di Maggio, all’epoca funzionario Onu a Vienna, partecipa a riunioni sull’ omicidio di Barcellona? Ufficialmente, il motivo è l’indagine che Di Maggio aveva compiuto su “soggetti barcellonesi trasferiti a Milano e coinvolti in traffici di armi”. Una descrizione – sottolinea l’avvocato Repici – ”che sembra adattarsi perfettamente a Cattafi”.
A Roma, Canali ascolta anche i vertici dello Sco, che sull’omicidio Alfano non compiono alcuna indagine, ma che nel maggio del ’93 arrestano Santapaola in un casolare nel catanese: per quale motivo li incontra? Sonia Alfano non si stanca di ripetere che il padre è stato assassinato proprio per aver rivelato al pm Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. E don Nitto il 5 aprile del ’93 viene individuato, da alcune intercettazioni ambientali, in una pescheria di Terme Vigliatore, a pochi chilometri da Barcellona. Il giorno dopo, il 6 aprile, nel paesino si scatena una rumorosa caccia all’uomo che vede il capitano del Ros Sergio De Caprio, nome in codice Ultimo, lanciarsi all’inseguimento di Fortunato Imbesi, figlio dell’imprenditore proprietario della colt 22, scambiato per il boss allora latitante Pietro Aglieri. Quanto basta per far dileguare Santapaola dalla zona. Una vicenda che, dopo la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, è ora all’esame della Corte d’appello di Palermo che processa Mori e il colonnello Mauro Obinu per la mancata cattura di Provenzano nel ‘95.
Tutte coincidenze? Oggi che il pentito D’Amico scagiona il killer Merlino, il pm Di Giorgio (che si è visto respingere due volte la richiesta di archiviazione dal gip) ha in mano gli elementi per approfondire la pista che ruota attorno alla colt 22 smarrita da Mariani, l’amico di Cattafi, e poi evaporata nel nulla. Una pista che l’avvocato Repici considera centrale per le indagini sul delitto. E per questo motivo ha chiesto alla procura di Messina di verificare la possibilità che quell’arma, “sia in qualche modo entrata in possesso di Cattafi. E che sia stata utilizzata per l’omicidio Alfano”.


Giuseppe Pipitone e Sandra Rizza (da: L'OraQuotidiano.it)











 

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