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Processo d'appello Mori-Obinu: il 6 aprile 1993 la vita di Fortunato Imbesi appesa ad un filo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo   
Lunedì 19 Gennaio 2015 22:21
di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015 - Ore 17:34

In un crescendo di “non so” e “non ricordo” l’appuntato scelto dei Carabinieri Francesco Randazzo ha fornito la sua versione dei fatti di quel 6 aprile 1993. Ma sono soprattutto le sue negazioni a tenere banco. Riferendosi al momento della fuga a piedi di Fortunato Imbesi ha specificato di non avere visto la scena in quanto sarebbe rimasto “molto indietro” e quindi di non sapere quante persone hanno sparato. “Non ho visto nessuno che scappava, non ho sentito i colpi”, ha evidenziato il teste. Ad una domanda diretta del Pg Patronaggio Randazzo ha risposto in maniera altrettanto esplicita: “Io non ho fatto nessuna perquisizione, la firma sul verbale non è mia. Pinuccio Calvi lo conosco, ma non so se Calvi ha fatto questa perquisizione”.
“Riconosce la firma di Calvi?”, ha chiesto quindi Patronaggio mostrando il relativo verbale dei Carabinieri. “Non la riconosco”, è stata la risposta laconica dell’appuntato scelto. “Questo inseguimento è durato poco – ha proseguito – perché la macchina andò a sbattere e si fermò vicino ai binari. Quel giorno non avevo indicazioni specifiche. Non ricordo se partivo da Palermo verso Messina o al contrario…”. Alla domanda su quale arma disponesse quel giorno l’appuntato ha riferito di avere avuto la pistola di ordinanza. “Non ho visto nessuno con l’M12”. “Sapeva del sospetto investigativo della presenza di Santapaola a Terme Vigliatore?”, ha chiesto ancora il Pg. “Assolutamente no”, ha concluso Randazzo.
Prossima udienza lunedì 9 febbraio con le audizioni dei carabinieri Mangano, Longo, Calvi, Ragusa e Scibilia.





Processo Mori, il Cc Mauro Olivieri: “A Terme Vigliatore per Santapaola? Non lo so”


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015 - Ore 15:30


Dopo la famiglia Imbesi al processo Mori-Obinu è il turno dei componenti dei carabinieri che presero parte alle operazioni di inseguimento di Fortunato Imbesi il 6 aprile del 1993. A rispondere alle domande del pg Patronaggio è Mauro Olivieri, oggi appuntato dei Carabinieri al Noe di Milano e all’epoca dei fatti membro del Ros. “Ho svolto indagini a Barcellona Pozzo di Gotto e Terme Vigliatore. Il 6 aprile 1993 è stato fermato un soggetto che si pensava fosse un latitante. Mi trovavo nella zona di Palermo, mi viene detto di andare verso Messina che poi sarei stato contattato. Ero da solo. Prima di arrivare a Terme Vigliatore ho fatto controlli via radio per contattare dei colleghi. Poi un collega mi ha detto di rimanere in zona a Barcellona Pozzo di Gotto e resto in attesa. A un certo punto il collega Mangano comunica via radio, non so a chi, che c’era una persona che poteva essere un latitante. Non era la prima volta che mi trovavo lì. Tante volte bisognava fare degli accertamenti”. “Ad un certo punto - prosegue - Mangano mi disse di aspettare lì e diceva di aver visto una persona che somigliava a un latitante. Cerco di arrivare sul posto che mi avevano indicato e vedo dei colleghi che stanno per fermare una macchina, ho visto che hanno tirato fuori la paletta e il tesserino, in un primo momento sembrava che la macchina si era fermata poi ha proseguito”. E’ a quel punto che il Pg Patronaggio ha chiesto con decisione se in quell’azione i loro mezzi vennero speronati o meno. “Speronato, fatto una manovra. Certo non è che fossimo stati presi e buttati chissà dove certo era un’azione per uscire tra le auto che l’avevano fermato”. Il pg ha quindi chiesto se in quei frangenti fossero stati esplosi colpi d’arma da fuoco. “Non lo so se mi chiede quanti proiettili sono stati esplosi non so dirlo” ha detto Olivieri. E Patronaggio: “Non le ho chiesto quanti colpi, ma se sono stati esplosi”. Ancora l’ufficiale dell’arma: “Non lo so, io no…”. Il teste ha confermato che a gestire quell’operazione era il capitano De Caprio, alias Ultimo, mentre ha dichiarato di non aver visto in quei giorni De Donno. “A me nessuno aveva detto quello che dovevamo fare - ha aggiunto - Non so se quel giorno si dovesse catturare Santapaola o Aglieri. Di Aglieri avevamo le foto segnaletiche”. Vedendo sullo schermo la foto del giovane Imbesi ha poi ammesso: “E’ un po’ diverso dal ragazzo che abbiamo fermato”.




Processo Mori, Sebastiana Pettineo: “Il giorno della perquisizione ero spaventata e sbalordita”


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015 - Ore 15:00


Ultimo teste della famiglia Imbesi a salire sul banco dei testimoni è la moglie di Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo. Anche lei ha raccontato gli attimi drammatici della perquisizione alla villa avvenuta il 6 aprile 1993. “Mi trovavo a passare vicino ad una finestra - ha detto rispondendo alle domande del Pg - ho visto delle persone sotto, sul lato mare, subito ho chiamato mio marito, ho visto una persona a terra e qualcuno armato che gli inveiva contro. Gli ho detto ‘sta succedendo qualcosa chiamiamo qualcuno’”.  Poi ha aggiunto: “Ho detto a mio marito di non andare fuori. Mentre mio marito andava verso il portone io sono andata al telefono a chiamare i carabinieri. Contemporaneamente mio marito è andato fuori ed è stato messo a terra da un uomo con un’arma che gli intimava qualcosa. C’erano alcuni uomini, avevano dei mitra. Subito dopo sono entrati in casa e uno si è diretto al primo piano, io sono andata dietro a lui perché avevo la bambina che dormiva. Quando ho chiesto cosa stesse succedendo nessuno mi ha risposto. Non hanno controllato le armi perché stavano in una stanza blindata, non sono entrati lì, sono andati direttamente al primo piano”. La moglie dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto ha poi riferito in merito all’inseguimento del figlio: “Mio figlio era uscito da casa pochissimo tempo prima. Ero molto confusa, spaventata, sbalordita. Io sono accorsa alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore quando sono venute delle persone a dirmi che mio figlio stava bene. Quando sono arrivata nessuno mi ha spiegato cosa stava succedendo, nemmeno il magistrato Olindo Canali, mio figlio era in una stanza della caserma non so con chi”.




Processo Mori, Concetto Carmelo Imbesi: “Dopo la perquisizione e l’insegumento in caserma clima teso”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015
- Ore 14:32


“All’interno della caserma ricordo che c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capisco la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale”. Sul banco dei testimoni al processo Mori-Obinu c’è Concetto Carmelo Imbesi, cugino dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, che il 6 aprile 1993 visse in prima persona la perquisizione nella villa di quest’ultimo a Terme Vigliatore. Il suo è un racconto drammatico: “Andai a casa di mio cugino, scesi dalla macchina e mi avvicinai alla casa, fuori dalla villa, un signore mi buttò a terra e si mise a carponi sopra di me, insultando me, mia moglie, i miei figli, cose vergognose, gridando ‘come ti chiami?’ continuava a darmi colpi sui fianchi con la canna della pistola. Io ero con l’autista Gaetano Bucalo e anche a lui non sono state risparmiate parolacce, insulti, lo hanno buttato per terra. Siamo entrati nella villa, c’eano 5 – 6 persone con le pistole in pugno e qualche mitragliatrice di quelle piccole. Hanno fatto un po’ di tutto, spostavano cose… poi sono arrivate le voci che avevano sparato al figlio di mio cugino”. In merito all’inseguimento ha aggiunto: “Si cominciò a dire che mio cugino era vivo per miracolo. Venne fermato a circa 1km dalla villa. Hanno sparato incuranti di chi colpivano. Poi hanno cominciato a uscire fuori dei telefonini e parlavano tra di loro”. Di quanto avvenuto il teste avrebbe voluto riferire al pm Olindo Canali: “Lo vidi all’interno della caserma di Terme Vigliatore - ha riferito il membro della famiglia Imbesi - avevano cominciato ad interrogare. Appena l’ho visto gli ho detto ‘vorrei denunciare qualcosa che mi è successo’ e lui mi ha detto di preparare un esposto da portare il giorno successivo in procura. All’interno della caserma c’era un clima molto teso, non capivo e neanche oggi capivo la tensione che c’era. Avevano fatto un errore madornale, quel ragazzo non poteva essere Aglieri”.




Processo Mori, Fortunato Imbesi: “Canali mi disse, auguri sei arrivato ad oggi”


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015
- Ore 14:22


“Alla caserma vidi il pm Olindo Canali che mi disse 'auguri sei arrivato ad oggi'”. A dirlo è Fortunato Imbesi, teste al processo Mori – Obinu, giunto in appello. “Alla caserma dei carabinieri di Terme Vigliatore arrivai da solo ma in quel momento non c'era nessuno in quanto il piantone si era recato alla villa di mio padre dove contemporaneamente c'era una perquisizione” ha raccontato rispondendo alle domande del pg Patronaggio. Durante il controesame dell’avvocato di Mori ed Obinu, Basilio Milio, Imbesi è tornato a parlare dell’inseguimento: “Ricordo che non vennero fatte sgommate particolari. C’erano i lavori in corso lungo la statale e quando vidi le due auto superarmi e le pistole pensai ad una sparatoria tra malviventi. Poi capì che cercavano me. Nei primi 80 metri sentii i primi colpi di arma da fuoco”. Ad una richiesta di specificazione del Pg in merito ad un verbale redatto dal capitano Sergio De Caprio, alias Ultimo, in cui si faceva riferimento ad un urto tra l’auto di Imbesi e quella dei carabinieri del Ros il teste ha aggiunto: “Quella ricostruzione non è vera. Con la macchina non ho urtato nessuno. La mia macchina non presenta ammaccature e la via di fuga era libera”.





Processo Mori, Fortunato Imbesi racconta la fuga: “Nessuno mi mostrò tesserino e paletta”

“Prima di oggi mai sentito dall’autorità giudiziaria”


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015
- Ore 13:17

“E’ la prima volta che vengo sentito dall’autorità giudiziaria e mai sono state fatte perizie balistiche sulle armi usate dai carabinieri o sulla mia auto”. A parlare è Fortunato Imbesi, il figlio dell’imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto, Mario Imbesi, ai giudici della corte d’appello di Palermo, che stanno processando Mario Mori e Mauro Obinu per il mancato arresto di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Imbesi sta raccontando l’inseguimento avvenuto nel 1993 lungo la statale che collega Messina con Barcellona Pozzo di Gotto quando Sergio De Caprio, alias il capitano Ultimo, disse di averlo scambiato Pietro Aglieri, il boss mafioso latitante. “Mi stavo dirigendo verso Barcellona Pozzo di Gotto ad un certo punto rallento e mi stringo sulla destra vedendo delle vetture che sopraggiungevano ad alta velocità. Da una di queste lo sportello era aperto e sporgeva una pistola - prosegue rivolgendosi alla Corte - Erano frazioni di secondo. Sono stato superato da un’ulteriore macchina con pistola in mano. Sulla destra c’era un rifornimento. Io pensavo che erano dei malviventi e volevo raggiungere la caserma dei carabinieri. Dopo pochi metri cominciai a sentire gli spari”. “La macchina venne colpita già sulla statale - prosegue il figlio dell’imprenditore raccontando quegli attimi drammatici - Ad un certo punto sento anche un signore che conoscevo, oggi morto, che mi gridava ‘scappa scappa’. Presi una strada sferrata per raggiungere la caserma dal retro. Le cinque vetture che mi inseguivano avevano difficoltà. Alcune dopo pochi metri si sono guastate. Una macchina rimase bloccata in prossimità del passaggio a livello. Ad un certo punto dallo specchietto vedo scendere un uomo sulla marciapiede e fa partire un colpo che raggiunge il parabrezza. Era in piedi, dietro la macchina. Io mi butto dall’auto e finisco sui rovi. Dopo un po’ arrivarono le macchine della Polizia di Stato. A quel punto quelli che mi inseguivano dissero ‘fermi fermi, colleghi, siamo carabinieri’. E poi ancora: “Quando andai in caserma mi misero in una stanza e quelli del Ros cercavano di convincermi che mi era stato mostrato distintivo e paletta ma non è stato così. Io non avevo motivi per non fermarmi”.
“Non mi venne data alcuna spiegazione. Mi dissero soltanto c'è stato un errore. Tempo dopo sulla stampa appresi che mi avevano scambiato per il boss Pietro Aglieri”.




Processo Mori, Mario Salvatore Imbesi: “Ci stava per scappare il morto”

di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015
- Ore 12:10

“Quel giorno ci stava per scappare il morto perché pensavano che avessi avuto una rapina a seguito della segnalazione di una mia collaboratrice, chiamammo i carabinieri. Arrivò un appuntato armato e davvero per poco non ci scappava il morto. Poi loro si chiarirono. Ho capito che si trattava di persone dello Stato e non ho presentato nessuna denunzia, perché non si doveva mettere il coltello nella piaga”. Prosegue in aula la deposizione di Mario Salvatore Imbesi, l'imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto vittima nell'aprile del 1993 di un'irruzione in casa da parte di carabinieri in borghese. “Ricordo che il capitano De Caprio fece una relazione di servizio su quell'inseguimento a mio figlio. Quando ho bussato alla porta mi ha buttato fuori”. Il Pg Patronaggio ha poi chiesto di eventuali pressioni avute dal Ros e il teste ha aggiunto: “Mi dissero che ormai era successo e di non continuare. Io neanche sapevo che quando succedono queste cose si redige un verbale”. Il Pg ha poi mostrato il verbale di perquisizione redatto il 6 aprile del 1993 chiedendo se la descrizione inserita corrisponde o meno all'abitazione dell'imprenditore. “Nello studio c’è una botola che porta sotto dove custodivo le armi e non corrisponde a quello che c’è scritto in riferimento alle armi”. In aula è presente anche Sonia Alfano.





“Entrarono in casa, pensammo ai malviventi ma erano carabinieri in borghese”

Mario Salvatore Imbesi teste al Processo Mori


di Aaron Pettinari e Lorenzo Baldo - 19 gennaio 2015
- Ore 11:36

“Mi stavo cambiando al piano superiore. Ad un certo punto sento mia moglie gridare. Quando scendo vedo mio cugino a terra ed un uomo in borghese sopra di lui che lo colpisce con un'arma e lo insulta”. E' il racconto drammatico di Mario Salvatore Imbesi, l'imprenditore di Barcellona Pozzo di Gotto che il 6 aprile 1993 ha subito una perquisizione nella sua villa a Terme Vigliatore. “C'erano quattro persone, poi mi dissero anche che avevano i mitra che al momento non ricordo – ha aggiunto rispondendo alle domande del Pg Patronaggio – Pensammo che si trattasse di un'aggressione malavitosa perché in precedenza il pm Olindo Canali mi aveva avvisato che la mafia barcellonese aveva deciso di ammazzare me o qualcuno della mia famiglia. Di questo erano stati informati anche i miei familiari. Durante l'irruzione questi carabinieri hanno fatto un giro della casa non approfondito. Ricordo uno alto con la barba che mi disse. Anche noi possiamo sbagliare”. Proseguendo nel proprio racconto l'imprenditore racconta anche della sparatoria che ha coinvolto il figlio. “Gli hanno sparato in un inseguimento. Nella relazione di servizio di De Caprio c'è scritto che partirono solo due colpi ma sulla macchina ce ne erano almeno cinque e poi tanti altri erano stati sparati. Mio figlio non venne fermato da nessuno. Nessuno gli aveva presentato un tesserino”. Durante la deposizione il pg Luigi Patronaggio ha anche mostrato una diapositiva con la strada e l'appartamento in cui avvenne l'irruzione a Terme Vigliatore. Ci sono indicati in un lato la casa di Imbesi e in altro lato, a pochissima distanza, il luogo in cui si trovava il boss Nitto Santapaola, che poi riuscì a scappare dopo la sparatoria.




Mafia: processo Mori, in aula anche il Pg Scarpinato

19 gennaio 2015

C'è anche il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, oltre al pg Luigi Patronaggio, all'udienza del processo d'appello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano nell'ottobre del 1995. Assenti i due imputati. Nell'udienza di oggi saranno sentiti diversi testi sul mancato arresto del boss Nitto Santapaola, nell'aprile del 1993.

 

Adnkronos




Processo Mori-Obinu, si comincia dal mancato arresto del boss Santapaola

In aula la famiglia Imbesi. La vicenda di Terme di Vigliatore alla riapertura del dibattimento in appello


di Miriam Cuccu - 19 gennaio 2015


Sarà il fallito blitz al boss Santapaola la prima delle “nuove prove” da vagliare al processo Mori-Obinu, tra i “punti oscuri” contenuti nella memoria presentata dai pg Roberto Scarpinato e Luigi Patronaggio a carico degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di non aver arrestato Bernardo Provenzano nel ’95. Nella carriera di Mori, oltre al mancato arresto del padrino corleonese a Mezzojuso, c’è anche un’altra “macchia”. E risale all’aprile del ’93 quando, a Terme di Vigliatore nel Messinese, il boss Santapaola allora latitante, “fu intercettato – si legge nella memoria dei pg – mentre parla con esponenti della criminalità mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto all’interno di un locale”.
Il maresciallo della sezione anticrimine di Messina Giuseppe Scibilia si appresta ad informare subito Mori, in quel momento a Roma, il quale risponde che ci avrebbe pensato lui. Il giorno successivo – a provarlo è anche la sua agenda – Mori si recò a Catania. Tutto era pronto per arrestare Santapaola quando, il 6 aprile, un imprevisto fece sfumare il blitz: il capitano Sergio De Caprio – alias “Ultimo” – insieme al capitano Giuseppe De Donno e ad altri militari del Ros “si trovava ‘casualmente’ in transito nella zona dove era stato localizzato il giorno prima Santapaola”. Ultimo aveva individuato un uomo, scambiato per il latitante Pietro Aglieri, ma dopo un inseguimento si scoprì che si trattava di un giovane incensurato, Fortunato Giacomo Imbesi, figlio di un imprenditore locale. Tra i due, è scritto nella memoria, “non esisteva alcuna somiglianza fisica”. Altra circostanza “oscura” è l’irruzione armata nella villa della famiglia Imbesi, a 50 metri dal nascondiglio di Santapaola. Per l’operazione vennero impiegati anche militari provenienti da sedi fuori dalla Sicilia. Dell’irruzione, però, non c’è traccia in alcun atto ufficiale, tranne un verbale di perquisizione in cui non è indicato il nome dei militari e dove manca la sottoscrizione delle persone che subirono la perquisizione. Il Ros non ritenne di informare nemmeno la magistratura che aveva intercettato il boss latitante o il maresciallo Scibilia. Unica firma presente quella del carabiniere Pinuccio Calvi, firma che poi il diretto interessato dichiarerà essere un falso. In più, i militari del Ros che quel giorno si trovavano sul luogo del blitz dichiararono “di non avere partecipato all’irruzione armata e di non sapere chi fossero gli uomini che l’avevano eseguita”. Santapaola, manco a dirlo, “non si recò più nel luogo dove era stato intercettato”. Ora il mancato arresto del boss verrà scandagliato dai pubblici ministeri con le testimonianze, previste per l’udienza di oggi, di undici testi appartenenti alla famiglia Imbesi e al Ros: Giacomo Fortunato Imbesi, Salvatore Mario Imbesi, Sebastiana Pettineo, Carmelo Concetto Imbesi, Mauro Olivieri, Francesco Randazzo, Giuseppe Mangano, Roberto Longu, Pinuccio Calvi, Antonino Ragusa e Giuseppe Scibilia, che chiariranno perché venne fornita “una versione falsa degli avvenimenti” per la quale sono state rappresentate “false circostanze, omettendo di riferirne altre determinanti ed arrivando al punto di falsificare dei documenti”.




 





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