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Borsellino Quater: il pentito Galatolo e quella direttiva dei Graviano PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da AMDuemila   
Mercoledì 28 Gennaio 2015 18:42
graviano-filippo-giuseppe-web0di AMDuemila - 27 gennaio 2015
 

Tornano sotto i riflettori giudiziari i fratelli Graviano, boss indiscussi di Brancaccio. A chiamarli in causa è il neo pentito Vito Galatolo. Il processo nel quale è stato chiamato a deporre è il Borsellino Quater. Lo scorso novembre il figlio di Vincenzo Galatolo, storico boss dell’Acquasanta, ha riferito ai magistrati nisseni di aver incontrato nel marzo del '92 Filippo Graviano, accompagnato da Vittorio Tutino, attualmente imputato nel quarto processo per la strage di via D’Amelio. I verbali delle dichiarazioni del neo collaboratore di giustizia sono stati depositati dal pm Stefano Luciani agli atti del procedimento penale per l’eccidio nel quale perirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Secondo la ricostruzione di Galatolo jr Filippo Graviano gli aveva detto di non preoccuparsi perchè qualsiasi cosa fosse successa “erano coperti”, per poi raccomandargli di vendere al più presto il parcheggio che gestivano nei pressi di via D’Amelio. Dopo la strage lo stesso Tutino aveva detto a Galatolo:  “Hai visto perchè dovevi dare via il parcheggio? Mi piangeva il cuore se voi sareste rimasti in quel posto”.

Tra gli ultimi a parlare del coinvolgimento dei fratelli Graviano nella strage del 19 luglio 1992 vanno ricordati i pentiti Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina. Quest’ultimo, mai formalmente affiliato a Cosa Nostra, non è infatti un collaboratore di giustizia qualunque. Vicinissimo ai fratelli Graviano aveva di fatto gestito la latitanza di Giuseppe Graviano tra il 1991 e il 1994. “Graviano Giuseppe – ha raccontato lui stesso agli investigatori - mi diceva che non doveva farmi conoscere nessuno, ma in realtà di persone ne ho conosciute tante. Lui si fidava tanto di me perché io e la mia famiglia eravamo fuori da queste cose”. Una versione già confermata dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che nel 2008 aveva parlato di Tranchina come dell'uomo che “curava la latitanza di Graviano”. “L'Unico” e “nessuno lo sapeva”, aveva specificato, “era una cosa riservatissima”.

Nell’aprile del 2011 Tranchina aveva riferito che una settimana prima della strage di Capaci “Giuseppe Graviano mi disse di non passare dall’autostrada e poi compresi l’avvertimento dopo che avvenne l’attentato. Lo stesso per la morte del dr. Borsellino. Prima dell’attentato più volte mi fece passare da via D’Amelio riaccompagnandolo, ed io non capivo cosa dovesse vedere. Poi, mi chiese di trovargli un appartamento in via D’Amelio e, infine, visto che non l’avevo trovato, ebbe  a dirmi che allora si sarebbe messo comodo nel giardino. In via D’Amelio dove è avvenuta la strage in effetti c’era un muro ed un giardino”. “Dopo la strage di Capaci e prima o subito dopo la strage di via D’Amelio ma mi sembra dopo – aveva proseguito - Graviano Giuseppe mi chiese di comprargli un telecomando UHT che gli serviva, mi disse, per un cancello. Mi mandò da Pavan a Palermo e costò 1 milione e 400 mila lire o 1 milione e 600 mila lire. Mi disse di non dare il mio nome e infatti dissi al negozio che mi chiamavo Terrano o simile”. Poco più tardi il boss di Brancaccio aveva chiesto al suo fedelissimo un altro  telecomando. Un “fatto”, ha specificato Tranchina, che “sappiamo solo io e Graviano Giuseppe. Mi disse di non aprirli che dovevano essere modificati e mi disse che erano ottimi finchè non li trovavano ed io chiesi come fosse possibile che qualcuno li trovasse se li consegnavo a lui e lui rispose che magari potevano non funzionare e quindi essere ritrovati se non scoppiavano. Da qui ho capito che servivano per degli attentati”.
Oltre alle dichiarazioni di Galatolo il pm Luciani ha depositato i verbali dell’ex esponente della ‘Ndrangheta Marco Marino e dell’ex camorrista Francesco Raimo, chiedendo contestualmente l’audizione degli stessi Galatolo, Raimo e Marino. Quest’ultimo ha raccontato agli inquirenti i suoi colloqui in cella con il boss Salvatore Vitale, il quale temeva che Gaspare Spatuzza lo chiamasse in causa in quanto disponeva di un'abitazione da dov'era possibile controllare i movimenti del giudice Borsellino. Dal canto suo Raimo ha riferito di aver trascorso un periodo in carcere con Vittorio Tutino il quale temeva che Spatuzza avesse fatto il suo nome per il furto della 126 usata come autobomba in via D'Amelio. La Procura nissena ha infine chiesto che dopo l'esame dei tre collaboratori siano chiamati a deporre i falsi pentiti Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino. La Corte di Assise presieduta da Antonio Balsamo scioglierà le riserve la prossima udienza prevista per il 5 febbraio.

In foto: Filippo e Giuseppe Graviano

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da: AntimafiaDuemila.com

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