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La strage di Alcamo Marina 39 anni fa. Gulotta: 'Lo Stato mi ha lasciato solo' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Pipitone   
Sabato 31 Gennaio 2015 19:26
di Giuseppe Pipitone - 31 gennaio 2015

“Vorrei credere ancora nella giustizia: ma onestamente non ci riesco”. Ha trascorso 22 anni di carcere per una strage che non aveva commesso. Accusato ingiustamente insieme a due amici di aver ammazzato i carabinieri Carmine Apuzzo e Giovanni Falcetta la notte del 27 gennaio del 1976, in quella che sarebbe passata alla storia come la strage della casermetta di Alcamo Marina. Giuseppe Gulotta, però con quella strage non c’entra nulla. Non è stato lui a sparare ai due carabinieri e non sono stati nemmeno i suoi amici d’infanzia Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Ad accusarli, quindici giorni dopo la strage, è Giuseppe Vesco, un ragazzo considerato vicino agli anarchici, fermato dai carabinieri con due pistole in auto. Le indagini sulla casermetta furono depistate subito. È lo stesso Vesco che lo racconta nelle lettere scritte in carcere: per fargli fare i nomi dei presunti complici, i carabinieri lo tortureranno con botte e scariche elettrice nei genitali. Stesso destino che toccherà a Gulotta, Santangelo e Ferrandelli.
Otto mesi dopo, Vesco cercherà di scagionare i tre ragazzi accusati ingiustamente, senza però riuscirci: verrà infatti trovato impiccato in carcere. Il ragazzo ha una mano sola ma nessuno si chiede come sia riuscito in quel modo a fare il nodo scorsoio. I tre ragazzi vengono torturati e costretti a firmare una confessione fasulla. Un anno dopo, il 10 agosto 1977, tocca al colonnello Giuseppe Russo, che ha diretto le indagini sulla casermetta, finire assassinato a Corleone. Con la morte di Russo, uno dei responsabile delle torture, la verità sulla strage di Alcamo Marina sembra allontanarsi per sempre con il classico epilogo dei tanti misteri italiani: colpevoli perfetti, ma falsi, in carcere, quelli veri e insospettabili liberi. Bisognerà attendere 36 anni prima che una sentenza scagioni Gulotta, che oggi chiede un risarcimento allo Stato di 56 milioni di euro per l’ingiusta detenzione. Solo che lo stesso Stato che con 36 anni di ritardo lo ha assolto, adesso si oppone al risarcimento che gli spetterebbe di diritto.

Gulotta, dal suo arresto sono passati 39 anni: cosa ricorda oggi di quegli attimi?
“Tutte le volte che provo a ricordare quella sera sudo, vorrei dimenticarla, ma ovviamente è impossibile. Quest’anno poi l’anniversario della strage è caduto nella notte tra lunedì e martedì, esattamente come allora. Ricordo bene che vennero i carabinieri a casa, dicendo di dovermi fare alcune domande e di seguirli in questura.  Io avevo fatto richiesta per entrare nella Guardia di Finanza, all’epoca era normale che i carabinieri chiedessero informazioni preliminari agli aspiranti finanzieri. Pensavo si trattasse di quello”.

E invece?
“Invece iniziarono, ad offendermi, a picchiarmi, ad accusarmi: io non sapevo che dire. Più negavo e più mi picchiavano. Alla fine pur di farli smettere gli dissi che avrei firmato qualsiasi cosa”.

Già nel primo interrogatorio col magistrato, però, dirà di essere stato torturato.
“Si, ma non mi hanno creduto. Mi fecero una visita medica in carcere, dicendo che avevano riscontrato ematomi guaribili in otto giorni. Scrissero che ero scivolato in carcere su una buccia di banana”.

Ricorda qualcuno dei carabinieri che la torturarono?
“Mi ricordo soprattutto uno che mi mise la pistola in faccia, un certo Briguglia: ma mi hanno detto che è morto. Degli altri non ho memoria”.

Ad accusarla fu un altro ragazzo di Alcamo: Peppe Vesco. Lo conosceva?
“Certo che si, faceva parte anche lui della stessa comitiva d’amici. Io, Santangelo e Ferrantelli eravamo più stretti, ma anche lui si aggregava al gruppo. Si disse che era vicino all’estrema sinistra, agli anarchici, ma tra di noi non si parlava mai di politica, era un argomento che non ci interessava per niente”.

Vesco è morto in carcere: impiccato nonostante avesse soltanto una mano e non avrebbe potuto fare il nodo scorsoio. Non le ha lasciato qualche perplessità quella morte, dato che Vesco era l’unico che poteva scagionarvi?
“Un sacco di dubbi. Pensai: è morto l’unico che ci poteva salvare. Io cercavo di resistere, gli avvocati mi tranquillizzavano, mi dicevano che la giustizia avrebbe fatto il suo corso. Ma alla fine venni condannato”.

Cosa direbbe oggi a Elio Di Bona, Fiorino Pignatella, Giovanni Provenzano e Giuseppe Scibilia, che sono i carabinieri accusati in passato dalla procura di Trapani di avervi torturato quella notte del 1976?
 “A questo punto prendersela con i carabinieri mi sembra inutile: la rivalsa se l’avrà, l’avrà lo Stato, ma la vendetta è un sentimento che non mi appartiene. Non dico dico di poterli perdonare, perché sarebbe impossibile, ma non mi piace né la rivalsa e nemmeno la vendetta: sono sentimenti che portano altro male, e io sto cercando di dimenticare tutto il male passato”.

Il processo di revisione è cominciato dopo che uno dei carabinieri in azione all’epoca, il brigadiere Renato Olino, decise di raccontare come andò veramente il vostro interrogatorio. Lo fece però solo nel 2008: secondo lei perché Olino non decise di parlare prima?
“Non lo so. Non ho mai avuto occasione d’incontrarlo se non una volta, e cioè quando venne a testimoniare al mio processo di revisione. In quell’occasione si avvicinò e mi chiese scusa, io onestamente non sono riuscito a dirgli nulla. Certo se avesse parlato prima io forse mi sarei risparmiato una condanna all’ergastolo e ventidue anni di galera. Ma ormai è andata così”.

Il processo di revisione ha assolto sia lei, che poi anche Santangelo e Ferrantelli, dall’accusa di aver commesso la strage di Alcamo Marina. Ma gli assassini di Apuzzo e Falcetta sono rimasti ignoti: secondo lei chi è l’autore di quell’eccidio?

“Saranno i magistrati a cercare di scoprilo. Certo è che se hanno messo in campo un depistaggio simile, se hanno utilizzato tre ragazzi appena maggiorenni come finti colpevoli, vuol dire che dovevano coprire i veri colpevoli. Che evidentemente fanno parte dello stesso Stato che ha depistato le indagini. Sui giornali ho letto varie ipotesi: mi sembra verosimile quella che ricollega la strage alla presenza di una base Gladio in quella zona”.

Ventidue anni di galera: come le hanno distrutto la vita? E come vive oggi?
“Mi hanno distrutto la vita. Avevo diciotto anni e mezzo, lavoravo, avevo una vita tranquilla e beata. Oggi di anni ne ho 67, non ho un lavoro, ho una certa età. Per ora vivo con l’aiuto di chi mi sta vicino, anche economicamente: nessuno ti assume a quest’età, se capita faccio qualche lavoretto per gli amici, ma niente di stabile. Una situazione saltuaria, di crisi, cerco di tirare avanti come posso”.

Ha chiesto un risarcimento di 56 milioni di euro.
“Questo è un conteggio che hanno fatto gli avvocati, ma lo Stato sembra si sia opposto. Un fatto che mi amareggia tanto. Perché vorrei davvero credere ancora nella giustizia, e nell’idea di uno Stato che funziona. Ma davvero non ci riesco. Lo stesso Stato che mi ha assolto, riconoscendomi di non essere stato l’autore di quel delitto, adesso mi nega il diritto ad essere risarcito, lasciandomi vivere senza lavoro: mi hanno praticamente assolto e dimenticato. Una situazione che vivo con disperazione”.


Giuseppe Pipitone (loraquotidiano.it)


















 






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