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La Mobile dei veleni: dalla strage Cassarà a Rutilius PDF Stampa E-mail
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Scritto da Patrizio Maggio   
Martedì 03 Febbraio 2015 15:16
di Patrizio Maggio - 1 febbraio 2015

‘’Arrivo con entusiasmo’’. Parola di Guido Longo, 61 anni, il superpoliziotto che il ministro dell’Interno Angelino Alfano in accordo con il capo della Polizia Alessandro Pansa ha scelto per il ruolo di nuovo questore di Palermo dopo il trasferimento di Maria Rosaria Maiorino all’Ispettorato di Polizia del Vaticano. Originario di Catania, Longo arriverà  a piazza della Vittoria il 16 febbraio. A Reggio dal 2012 dopo la nomina a dirigente generale, Longo ha lavorato, sempre per la Dia, prima a Roma e poi, come capocentro, a Napoli. Nel 2009 e’ stato nominato questore ed ha assunto la guida della Questura di Caserta. Quindi, nel 2012, il suo passaggio a Reggio Calabria. Al suo attivo Longo ha una serie di indagini che hanno portato alla scoperta, in particolare, dei collegamenti tra Cosa nostra e ‘ndrangheta soprattutto in materia di traffico di droga. Nel periodo in cui ha lavorato in Campania si e’ occupato dei “Casalesi”, ottenendo l’arresto del capo del gruppo criminale, Francesco Schiavone, e di molti dei suoi gregari.
Il suo è un ritorno in grande stile a quasi trent’anni di distanza dalla stagione di sangue e veleni che lo vide protagonista, al fianco di Arnaldo La Barbera, del tentativo di ricostruzione della Squadra Mobile di Palermo, che alla fine degli anni Ottanta si ritrovò decimata dalle esecuzioni mafiose ma soprattutto squassata dal sospetto della presenza di ‘’talpe’’ e di connivenze con la  mafia. Tutto questo prima che le recenti indagini di Caltanissetta svelassero il ruolo ambiguo di La Barbera che tra l’86 e l’87, nei due anni precedenti al suo arrivo a Palermo, era a libro paga del Sisde. Ora Longo, che fu il vice di La Barbera, e con la sua fama di poliziotto esperto di mafia è uscito indenne da quella stagione, torna nel ruolo di vertice delle forze dell’ordine. Sarà questore nella città dove tra l’88 e il ’92, da vicecapo della Mobile, indagò sui misteri che ancora oggi appaiono cruciali per capire non solo l’evoluzione di Cosa nostra, ma anche quella di pezzi dell’Antimafia oggi oscurati da pesanti ombre.

L’estate dell’ 88

Nell’ estate dell’88, Guido Nicolò Longo è uno dei due ‘’sbirri’’ che il Viminale paracaduta nell’inferno di Palermo, dove trasferimenti, defezioni e veleni  avevano travolto gli uffici di piazza della Vittoria: l’altro poliziotto si chiama proprio Arnaldo La Barbera, insieme devono ricostruire una Squadra mobile colpita al cuore dai sospetti e, soprattutto,  dai kalashnikov dei killer di Cosa nostra. Erano anni di guerra a Palermo: dopo una lunga stagione di inerzia e connivenze (nell’81 si erano dimessi il capo della Mobile Giuseppe Impallomeni, iscritto alla P2 e il questore Giuseppe Nicolicchia, tessera ‘’Ompam’’ un’organizzazione massonica fondata nel ’72 da Licio Gelli a Rio De Janeiro), l’azione investigativa della polizia stava provando a rilanciare l’offensiva alle cosche con un lavoro scientifico, volto a disegnare la mappa del nuovo potere mafioso. Nell’84 le rivelazioni di Masino Buscetta, il boss dei due mondi, avevano squarciato il velo della struttura dell’organizzazione mafiosa, svelando per la prima volta nomi, organigrammi e faide interne alle cosche. Ma soprattutto accompagnando le indagini sulla soglia del cosiddetto terzo livello, con l’arresto dei potenti esattori di Salemi Nino e Ignazio Salvo e di Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo.

In quegli anni, in Questura c’è Ninni Cassarà, uno ‘’sbirro’’ rompicoglioni che indaga sui capitali mafiosi e insegue i flussi finanziari che arricchiscono i portafogli dei boss, ma non si ferma neanche davanti ai colletti bianchi che proteggono i grandi affari offrendo la copertura dei salotti buoni della politica. E la reazione del sistema criminale non si fa attendere.

Montana, Marino e Cassarà

L’estate dell’85 è quella che fa crepitare pistole e kalashnikov. Il 28 luglio, il giorno prima di andare in ferie, venne ucciso a colpi di pistola (una 357 Magnum ed una calibro 38 con proiettili ad espansione) il commissario Beppe Montana, mentre si trova con la fidanzata a Porticello, dopo una gita in motoscafo. Le indagini portano a Salvatore Marino, un calciatore venticinquenne appartenente ad una famiglia di pescatori. Dalla perquisizione nella sua casa saltano fuori 34 milioni di lire che Marino sostiene di avere ricevuto dalla squadra di calcio, ma i dirigenti della squadra smentiscono. Nella sua abitazione, poi, viene rinvenuta una maglietta sporca di sangue. Condotto in Questura, la sera del 2 agosto, Marino viene interrogato. I poliziotti perdono il controllo. Gli chiedono: ‘’Ti piace il mare?’’ e gli versano in gola litri di acqua salata attraverso un tubo. La mattina dopo, Marino è morto.

Gli agenti, presi dal panico, affidano il corpo a una Volante che lo porta in ospedale e dicono di averlo trovato sulla spiaggia. Per molte ore si pensa che si tratti di un immigrato morto.  Poi la verità viene a galla. La scoperta del decesso in Questura fa esplodere la reazione della famiglia e una vera e propria rivolta popolare. Durante i funerali, familiari e amici portano la bara bianca di Marino in giro per mezza città al grido di “Poliziotti assassini”.

Il 5 agosto 1985, verso sera, viene diffusa la notizia che l’allora ministro dell’interno Oscar Luigi Scalfaro ha rimosso il capo della squadra mobile Francesco Pellegrino, il capitano dei carabinieri Gennaro Scala ed il dirigente della sezione anti-rapine Giuseppe Russo. Tutti i rimossi finirono in carcere con capo d’accusa omicidio colposo. Il giorno dopo, il 6 agosto 1985, in un agguato scattato davanti alla sua abitazione di via Croce Rossa, vengono uccisi a colpi di kalashnikov  il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia, che aveva rinunciato ad andare in ferie per scortare il suo capo. Si salva per un soffio Natale Mondo, l’altro uomo della scorta. Per miracolo rimane illeso, ma subito dopo viene sospettato di essere la ‘’talpa’’ che ha passato le informazioni agli assassini. Mondo viene arrestato. Lo scagionano i suoi colleghi, testimoniando che si era infiltrato nelle cosche su ordine dello stesso Cassarà. Ma la mafia prende nota. E i sicari lo uccidono tre anni dopo, il 14 gennaio del 1988 mentre è nella sua borgata, quella dell’Arenella, ad aiutare la moglie nel negozio di giocattoli: “Il mondo dei balocchi”.

La ristrutturazione della Mobile

In poco tempo la mafia ha assassinato, uno dopo l’altro, i migliori investigatori siciliani. Così la racconta Arnaldo La Barbera, in un’intervista rilasciata poco prima di morire nel 2002: ‘’Nell’agosto dell’88 mi spedì a Palermo il capo della Polizia, la Mobile era investita dalle polemiche dopo il caso Marino, e l’amministrazione aveva bisogno di un uomo nuovo e deciso. Tagliai una settantina di teste. Accanto a me volli solo uomini fidati come Guido Longo, Salvo La Barbera, Gigi Savina, Claudio Sanfilippo, Mario Bo. E da quel giorno cominciò il mio “contatto” con Cosa nostra. Poi la grande mattanza di mafia. E poi l’arresto del pentito Salvatore Contorno che provocò polemiche furiose, qualcuno – il Corvo per primo – disse che Contorno era un killer di Stato inviato a Palermo per uccidere i Corleonesi. Su quella vicenda ne furono dette tante, ma la verità è che Contorno non era stato mandato da nessuno qui in Sicilia: noi comunque l’ arrestammo’’.

L’annus horribilis dell’Antimafia

E’ il 1989, l’annus horribilis dell’ Antimafia. In quella primavera di veleni, La Barbera il 26 maggio fa irruzione in una villetta di San Nicola l’Arena, località balneare vicino Palermo, e arresta il pentito Totuccio Contorno, ex fedelissimo di Stefano Bontade (il capofila dei clan avversi ai corleonesi) ufficialmente superprotetto negli Usa, ma in realtà sbarcato in Sicilia e ospite dei cugini Grado. In quei mesi 17 mafiosi alleati di Toto’ Riina restano sull’asfalto, crivellati di colpi. Il Corvo, con la sua lettera anonima spedita a numerosi indirizzi istituzionali, attribuisce quella mattanza, scattata nel ‘’triangolo della morte’’ (Bagheria, Altavilla, Casteldaccia), alla caccia spietata di Contorno, e la responsabilita’ di aver fatto rientrare il pentito in Sicilia ‘’con licenza di uccidere’’ proprio a Gianni De Gennaro, all’epoca dirigente della Criminalpol, accusato di avere ideato con Giovanni Falcone ‘’l’utilizzazione dinamica del collaboratore sul territorio’’. Accuse poi dissolte nel nulla; in quell’occasione il superpoliziotto si difese con grande fair play ed efficacia, e usci’ incolume da quei veleni, ma la Commissione Antimafia dovette secretare centinaia di pagine di intercettazioni telefoniche che documentavano anche i contatti tra il De Gennaro e il pentito, presunto giustiziere, poi prosciolto da ogni accusa.  Contemporaneamente, nel giugno dell’89, una borsa con 58 candelotti di esplosivo viene rinvenuta sulla scogliera dell’Addaura, a pochi metri dalla villa dove  trascorre i mesi estivi Giovanni Falcone che, scampato alla morte per un soffio, attribuisce quel fallito attentato a ‘’menti raffinatissime’’.

Tra l’89 e il ‘90 scompaiono a Palermo quattro ragazzi: uno di loro è ancora una volta un poliziotto. Sono tutti assassinati in circostanze che solo in apparenza appaiono scollegate tra loro. Il primo è un agente di polizia, Nino Agostino, viene ucciso a Palermo a colpi di pistola il 5 agosto 1989. Si è sposato da appena un mese e sua moglie, Ida Castelluccio, aspetta un bambino, ma i killer non hanno pieta’: prima sparano a lui e subito dopo fanno fuoco su di lei che ha appena il tempo di gridare al suo sicario: ‘’Io ti conosco!’’. Sette mesi dopo tocca al secondo, un ex agente di polizia ed ex assicuratore con il pallino delle investigazioni: Emanuele Piazza scompare senza lasciare tracce dalla sua abitazione di Sferracavallo la mattina del 16 marzo 1990. Dopo appena pochi giorni, sparisce il terzo: si chiama Gaetano Genova, è un vigile del fuoco, amico di Piazza, e anche lui viene inghiottito dalla lupara bianca il 31 marzo 1990. Del quarto si sa poco o nulla. Si chiama Giacomo Palazzolo e di lui si perde ogni notizia; molti anni dopo salta fuori che è stato ucciso dentro un garage di Capaci.

Dei quattro, il solo Piazza ha ufficialmente rapporti con i servizi segreti: dopo mesi di richieste insistenti, il Sisde ammette, infatti, di averlo stipendiato dal 31 dicembre 1989. Tranne Agostino, che indossa una divisa, gli altri sono semplici cittadini, tutti giovani intorno ai 30 anni, senza distintivi o appartenenze ufficiali a corpi investigativi. La loro è probabilmente la storia di quattro picciotti sguinzagliati per le strade di Palermo a caccia di latitanti mafiosi, nella stagione piu’ calda dell’antimafia e dei ‘’veleni’’, e brutalmente assassinati nell’arco di pochi mesi. A vent’anni di distanza, infatti, sulla morte dei quattro la procura di Palermo ha tracciato l’ipotesi che Agostino, Piazza, Genova e Palazzolo fossero ‘’cacciatori di taglie’’, infiltrati senza rete nelle borgate mafiose di Palermo, alla ricerca di contatti con i boss di Cosa Nostra. Giovani 007 che con tutta probabilita’ agivano alle direttive di un’unica struttura di intelligence.

La Barbera era al corrente delle loro missioni speciali? I pm di Palermo hanno iniziato a rileggere le mosse del superpoliziotto anche scavando nell’inchiesta sulla morte dell’agente Agostino, assassinato poche settimane dopo il fallito attentato all’Addaura e dopo l’arresto del pentito Contorno a Palermo. La stessa sera dell’omicidio, la polizia effettua la perquisizione in casa Agostino, su mandato di La Barbera che è titolare delle indagini in assenza del capo della sezione omicidi (carica in quel momento vacante). La perquisizione viene poi descritta in un verbale che porta la data dell’11 agosto. Ufficialmente, quella sera vengono ritrovati alcuni appunti dell’ucciso che indirizzano le indagini sulla pista passionale. Ma è, anche quello, un depistaggio. Lo dice senza mezzi termini Vincenzo Agostino, padre dell’agente assassinato, che da ventun anni denuncia la scomparsa di altri appunti del figlio, ”quelli autentici”, mai piu’ ritrovati. ”La chiave di tutto il mistero – dice oggi Agostino – e’ in quei fogli. Mi dispiace che La Barbera e’ morto nel 2002. Lui la sapeva la verita’. E me la doveva dire”. In un’intervista a Radio Cento Passi, Agostino qualche tempo fa ha raccontato un incontro con l’investigatore nel ’91 poche ore prima di  partecipare alla trasmissione tv Samarcanda. ”Quella sera – ha detto – La Barbera mi trattenne un’ora alla Squadra mobile, minacciando di arrestarmi. Voleva sapere quello che io dovevo dire in televisione, voleva sapere se avevo appunti che avrebbero potuto danneggiarlo. La Barbera oggi non c’e’ piu’, ma ci sono altre persone che sanno la verita’. Chi sa, parli”.

Le stragi e il depistaggio

La catena di sangue non è finita. Il ’92 è l’anno delle stragi di Capaci e di via D’ Amelio. La Barbera diventa il capo di una squadra speciale: il gruppo ‘’Falcone-Borsellino’’, incaricato di indagare sulle stragi. Nel gruppo ci sono i fedelissimi Bo, Salvo La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Sono loro a consegnare ai magistrati il falso pentito Vincenzo Scarantino, come l’uomo-chiave della strage di via D’Amelio. Nel ’94 La Barbera viene nominato questore di Palermo e lascia la città. Poi diventa questore a Napoli e a Roma e infine direttore dell’ Antiterrorismo, incarico dal quale viene rimosso dopo i fatti del G8 di Genova. Vent’anni dopo, le nuove indagini sulla strage Borsellino rivelano che l’asso dell’antimafia, col nome in codice di Rutilius, era uno 007 al soldo del Sisde, e che i suoi uomini più fidati Bo, La Barbera, e Ricciardi, i tre poliziotti del gruppo ‘’Falcone-Borsellino’’, avrebbero di fatto sviato l’inchiesta su via D’Amelio, orientando le dichiarazioni del falso pentito Vincenzo Scarantino. Arnaldo La Barbera, nel frattempo è deceduto, ma i suoi tre pupilli vengono sottoposti ad indagine per calunnia aggravata nell’ambito di quello che il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari definisce ‘’il più clamoroso depistaggio della storia di Cosa nostra’’. Oggi a Caltanissetta gli inquirenti si muovono con la massima cautela. Si rendono conto che e’ facile addossare ogni responsabilita’ dell’ideazione del depistaggio ad un uomo che non puo’ piu’ difendersi, col rischio di offuscare la memoria di un valido investigatore. Ma il fascicolo su ”Rutilius” non puo’ non riaprire nuovi interrogativi. Perche’ un dirigente della Polizia, che ha il compito istituzionale di indagare sulla criminalita’ organizzata, viene arruolato dal Sisde? Con quali obiettivi? La Barbera mantiene ancora rapporti con il servizio segreto civile nell’estate dell’89, quando la borsa con 58 candelotti di dinamite indirizzati a Falcone viene ritrovata sulla scogliera dell’Addaura? E qual e’ il suo ruolo nelle indagini sull’uccisione di Nino Agostino e di Emanuele Piazza, ritenuti due ”collaboratori” del Sisde a caccia di latitanti? Oggi, Longo, l’uomo che ha vissuto da protagonista quegli anni di piombo, torna a piazza della Vittoria col suo prezioso bagaglio di conoscenze sull’organizzazione mafiosa: un superpoliziotto a Palermo in un’ennesima stagione di minacce, tritolo e polemiche, che vede al centro ancora una volta l’Antimafia e i suoi veleni.


Patrizio Maggio (loraquotidiano.it)










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