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Il colonnello dei misteri, da Palermo alla Svizzera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giovanni Tizian   
Lunedì 16 Febbraio 2015 21:45
di Giovanni Tizian - 16 febbraio 2015

Imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Sentito come testimone in quello sulla strage di via D'Amelio. Indagato in una vicenda di appalti e consulenze dalla procura di Milano con la sua società di sicurezza privata. Finito nell'istruttoria sulla loggia P4. In confronto il conto in Svizzera alla Hsbc indicato nella lista Falciani è una bazzecola per l'ex colonnello dei carabinieri Giuseppe De Donno, tra i protagonisti delle inchieste palermitane che stanno cercando di fare luce sulle bombe del '92 e i depistaggi che ne seguirono.

D'altronde è stato lui stesso a fornire a “l'Espresso” la spiegazione di quel deposito: un investimento di 5 mila euro fatto dal padre molti anni fa. Questa volta, dunque, nessun mistero. Nessuna trama da sciogliere. Tutto legale.

L'Arma per De Donno è una questione di famiglia, suo padre, il titolare del conto, era un maresciallo. Il giovane investigatore inizia la sua carriere in Sicilia, prima a Bagheria, per poi raggiungere Palermo. E qui diventa stretto collaboratore del giudice Giovanni Falcone. Il magistrato si fidava di lui. Da lì a poco sarebbe entrato nei reparti speciali dell'Arma, il Ros. E qui incontra l'altro grande personaggio della trattativa: il colonnello Mario Mori.

Loro due insieme all'altro ufficiale, Antonio Subranni, sono i servitori dello Stato sotto accusa per la Trattativa che vede imputati nella stessa aula politici, come Calogero Mannino, Nicola Mancino, e boss del calibro di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

In particolare De Donno avrebbe contattato Massimo Ciancimino per stabilire un contatto con il padre di quest'ultimo, don Vito, il sindaco mafioso di Palermo: l'obiettivo era stabilire un dialogo tra le due parti in guerra e mettere un freno alla strategia stragista di Riina.

Se a Palermo si gioca la partita più importante per l'onore di De Donno, a Milano in ballo c'è un business di diverse centinaia di migliaia di euro. L'ex colonnello del Ros infatti è nell'inchiesta che ha travolto i vertici di Infrastrutture lombarde, il braccio economico del Pirellone per le grandi opere pubbliche.

De Donno è entrato nel settore della sicurezza privata dopo aver lasciato l'Arma. Ha investito i propri risparmi nella società G-Risk, che ha beneficiato di ricchi appalti da Infrastrutture lombarde, in particolare per la rilevazione e gestione dei rischi ambientali collegati alle opere autostradali messe in cantiere in Lombardia. Ma secondo il giudice delle indagini, i dirigenti della partecipata della Regione avrebbero truccato le gare d'appalto proprio per favorire la società del militare. Nello stesso procedimento è coinvolto Antonio Giulio Rognoni, ex direttore generale, che compare anche nell'indagine sulla cricca delle mazzette per Expo, di cui facevano parte anche Primo Greganti, il compagno G, e l'imprenditore Enrico Maltauro.

De Donno arriva a Milano nel 2009. Chiamato da Roberto Formigoni che l'ha voluto nel comitato Comitato per la legalità e la trasparenza delle procedure regionali dell'Expo. Il detective avrebbe dovuto tutelare la trasparenza, invece, secondo i pm, avrebbe messo in piedi una truffa causando una perdita di 560mila euro per le casse pubbliche.

Sono solo alcuni dei guai in cui si è trovato coinvolto il colonnello. Nel mezzo, tra trattativa ed Expo, ci sono le controverse deposizioni durante il processo per Borsellino. Nè lui né Mori hanno risposto alle domande dei pm. Un silenzio che non aiuta a ricomporre i frammenti sparsi di un passato poco chiaro. Da lui che è stato fianco a fianco di Falcone gli inquirenti si sarebbero aspettati ben altro.

Un silenzio che alimenta il mistero attorno a quel periodo di sangue e tradimenti. Misteri che il processo di Palermo non potrà sciogliere completamente.


Giovanni Tizian (L'Espresso)





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