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Processo trattativa, Fabbri: “Gino parlò con Palermo? Forse ho equivocato” PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu   
Giovedì 19 Febbraio 2015 23:18

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015

Ore 16:09

“La Falange Armata? L’ho saputo come tutti, dai giornali”, commenta monsignor Fabio Fabbri in merito alla dicitura con la quale Cosa nostra ha rivendicato minacce e attentati, “sapevo di minacce nei confronti del Dap” ha detto ancora il religioso. E sull’interessamento del signor Gino, agente dei servizi: “Non mi ha detto di aver parlato con Palermo, aveva una fonte…”, mentre la relazione di servizio trasmessa attesta che l’agente segreto avrebbe detto al monsignore “di aver parlato con Palermo, che il processo non si sarebbe tenuto”. “Forse io ho equivocato, credo che si fosse informato a Palermo” replica Fabbri a esame quasi concluso.
Di Matteo chiede poi conto al sacerdote delle bombe del ’93, forma di ricatto per ottenere l’alleggerimento del regime carcerario per i boss detenuti: “Questo legame l’ho dedotto dopo – spiega Fabbri – in quel momento non l’ho mai saputo”. E sui rapporti di monsignor Curioni con esponenti dei servizi e delle forze dell’ordine: “Ho il sospetto di sì, lui non me l’ha mai evidenziato. Con le Br, invece, mi disse che un giorno nel covo venne trovata la planimetria dei nostri uffici di via Giulia e c’era il riferimento della scrivania di Fabbri e di quella di Curioni. Predisposero una scorta ma Curioni si oppose dicendo ‘a noi le Br non ci toccano’. E così fu”.






Trattativa, Fabbri su sequestro Moro: “Pronti dieci miliardi di dollari per riscattarlo”


di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 13:37


“Curioni conosceva l’ambiente criminale, i servizi mi seguivano perché ero la sua ombra”


Monsignor Fabbri, durante l’esame, torna a parlare del sequestro Moro: “L’idea era che si trattava di criminalità spicciola, e chi meglio di monsignor Curioni poteva avere un canale per sapere chi aveva sequestrato Moro? Lui conosceva tutte le persone della criminalità, aveva un aggancio e allora il Papa disse di chiedere a Curioni per sapere chi fossero queste persone, quindi mi attivai per andare a pescare nel mondo della malavita”. Il pontefice Paolo VI mise in moto le sue pedine per avere un contatto con le Br: “Ho visto il Papa sollevare una coperta azzurra, c’era una montagna di soldi, dieci miliardi di dollari, tutti impacchettati, quei soldi erano pronti per il riscatto. Poi dopo qualche giorno Moro venne trovato morto.”
Dal sequestro Moro in poi, dichiara ancora monsignor Fabbri, i servizi “venivano a pedinarmi perché sapevano che ero l’ombra di monsignor Curioni. L’ho scoperto dopo tanto tempo, 25 anni dopo… lui (Gino, l’agente dei servizi, ndr) mi disse ‘guarda che dietro di te c’ero pure io…’”. Scalfaro sapeva del ruolo di Curioni durante il rapimento Moro?, chiede il pm. “Sicuro – replica Fabbri – tra loro c’era una grande amicizia”.





Trattativa. monsignor Fabbri: “Su 41bis Conso era d’accordo con noi”

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 13:11


Sulla posizione contraria dei cappellani al 41bis, sottolinea monsignor Fabbri, successivamente esaminato dal pm Di Matteo, Scalfaro ne era probabilmente a conoscenza e l’ex ministro Conso era d’accordo: “Non posso pensare che il ministro della giustizia fosse stato in disaccordo con noi” specifica davanti alla Corte d’Assise di Palermo.
Di Matteo passa poi a chiedere al sacerdote delle sue amicizie con il signor Gino, appartenente ai servizi segreti: “Gli chiedevo consiglio su certe situazioni” compresa la testimonianza al processo Mori. “Lui non parla mai delle sue cose, ascolta e non commenta nulla”. In merito all’udienza odierna, spiega poi Fabbri, “ho chiesto a Gino cosa fare, non avevo un contatto con lei (con Di Matteo, ndr) lui era reticente…  tanti anni fa io dovevo andare in Svizzera da alcuni amici e lui mi disse di non andarci perché avrebbero arrestato un esponente del Vaticano e non voleva che ci fossi anch’io. Non so Gino a cosa appartenga esattamente, mi dicono che ci sono servizi e servizi…”. Gino, continua Fabbri, “Mi disse che si sarebbe informato se si sarebbe fatto questo rinvio”.






Stato-mafia, Fabbri: “Capriotti voleva un vice forte. C’era già una trattativa per Di Maggio”

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 12:58


Le revoche del 41bis: “Era quello che volevamo raggiungere”

Sul nome di Giuseppe Falcone come nuovo direttore del Dap “Non mi venne in mente – racconta ancora monsignor Fabbri al processo trattativa Stato-mafia – mi pare che fu fatto il nome, ma Conso di lui disse che era troppo rigido”. Invece l’ex ministro concordò su Capriotti. “Se non fosse stato per noi – continua il religioso – Capriotti sarebbe rimasto a Trento. Per Capriotti ci fu una settimana di trattative. Non si sentiva una persona di polso e voleva un vice forte che lo potesse aiutare. Poi venne fuori, non da noi, ci doveva già essere una trattativa in itinere, il nome di Francesco Di Maggio. Si pensò che lui era la persona giusta. Abbiamo captato questo nome ma non da Conso o Scalfaro”.
Sulla questione del 41bis, applicato ai mafiosi in carcere dopo la strage di via D’Amelio, monsignor Fabbri spiega che “i cappellani e tutte le persone con un minimo di umanità non lo ritenevano buono e giusto. Noi cappellani abbiamo fatto guerre, incontri pastorali, per dire che questa cosa non era buona, eravamo contrari”. E se l’ispettorato fosse stato informato delle revoche del carcere duro nel maggio ’93: “Sicuramente sì, era quello che noi volevamo raggiungere in una qualche maniera”, revoche successivamente ripetute anche a novembre (per 334 detenuti mafiosi, ndr), per le quali “ci fu un respiro di sollievo”.






Trattativa, Fabbri: “Scalfaro ci disse ‘Amato è una primadonna, la sua ora è finita’”

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 12:14


“Quando mi fu detto che si doveva sostituire il direttore generale del Dap (Amato, ndr) siamo rimasti di stucco – ricorda Fabbri, parlando dell’improvviso cambio dei vertici del Dipartimento di amministrazione penitenziaria nel ’93 – ci domandammo perché quest’uomo se ne doveva andare. Anche monsignor Curioni aveva stima per Amato”. “’E’ finita l’ora di Nicolò Amato’ disse Scalfaro. E noi dicemmo: come mai, che succede? Ci disse: ‘Basta con i suoi modi di fare da primadonna!’ Poi ci fece capire che c’era della ruggine vecchia, ci disse ‘mi ha fatto aspettare un giorno per avere una comunicazione telefonica con lui!’ Questa frase ci fece capire che c’era della ruggine tra i due, che non lo stimava”. L’incontro con Scalfaro, precisa monsignor Fabbri, avvenne perché “il presidente chiamò noi dopo che noi l’avemmo chiamato”. “Scalfaro disse ‘qui nel cassetto ho tre nomi ma finchè sono presidente non sarà nessuno di loro, andate dal ministro della giustizia (Giovanni Conso, ndr) e cercate insieme di trovare una sostituzione, la persona giusta’. Davanti a noi Scalfaro chiamò Conso dicendo che eravamo stati da lui e che saremmo andati da lui (Conso, ndr) per la sostituzione di Amato. Uno o due giorni dopo andammo da Conso”. Lo stato d’animo dell’allora ministro della giustizia, ricorda Fabbri, era “di grande difficoltà, l’avevamo noi due e l’aveva lui… ricordo un gesto che quando io feci il nome… girandomi verso don Cesare, come se parlassimo tra noi io dissi: ma Capriotti (Adalberto Capriotti, allora magistrato a Trento, ndr) potrebbe essere l’uomo giusto? Don Cesare rimase un po’ così… e Conso disse: Ah, Capriotti… si alzò andò a consultare un librone che era l’organico… e disse: Si, può essere…poi mi disse di prendere contatto con Capriotti anche se era un suo dipendente, un magistrato”.






Processo trattativa, Fabbri e l’amico dei servizi: “Mi disse di mandare mia memoria a Di Matteo”

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 11:30


La citazione per l’udienza odierna, dichiara Fabbri, esaminato dal pm Francesco Del Bene, “mi è stata consegnata dalla Dia di Firenze due giorni fa” spiegando che “ieri era il primo giorno di quaresima, un giorno di impegni… io avevo la relazione della mia audizione alla Commissione antimafia e pensavo che fosse sufficiente. Ho ricevuto la citazione a Siena. Dopo ho mandato in copia alla Dia di Firenze di questa relazione della Camera dei deputati”. Successivamente, continua il religioso, “mi sono rivolto a degli amici di Roma, chiedendo se dovessi tornare un’altra volta pur essendo stato sentito sulla stessa materia. Poi ho pensato di mandare la trascrizione stenografica della mia audizione in Commissione antimafia”. L’amico al quale Fabbri si è rivolto “credo che appartenga ai servizi… c’è stata un’escalation… tanti anni orsono loro mi hanno seguito in una certa maniera… mi seguivano… questa persona ha detto ‘vediamo se è il caso che tu vada a questa udienza’. So che ha una copertura nel posto in cui vive, non credo di poter dire il suo nome. Lo conosco con il nome di copertura, che è Gino. L’ho conosciuto dopo il caso Moro, tra noi c’è un rapporto di amicizia. Oggi avrà 60/70 anni, credo che sia ancora in sevizio”. “Mi ha detto che si sarebbe interessato lui – continua monsignor Fabbri – a me pare che si sia interessato in una maniera ambigua. Mi ha detto di fare una memoria e mandarla a Palermo, al dottor Di Matteo. Io ho detto che non era possibile e mi sono ricordato della mia audizione alla Camera. Volevo far spostare di qualche giorno la mia audizione ma Gino mi disse ‘è meglio che tu vada’ ”. Fabbri successivamente invia a Gino il resoconto della seduta alla Camera: “Lui mi ha detto di non riuscire ad aprire il file e di mandarlo ad un suo amico attendente di Roma, si chiama Ferruccio. Mi disse di averlo mandato alle 16:10”.






Processo trattativa: “Fabbri in contatto con un uomo dei servizi dai tempi di Moro”

di Lorenzo Baldo e Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015 - Ore 11:01


Il pm chiede l’estensione del capitolato di prova


Il pm Vittorio Teresi chiede l’estensione del capitolato per due vicende accadute tra ieri e oggi. L’11 febbraio l’Ufficio aveva inviato a monsignor Fabbri, teste all’udienza di oggi del processo trattativa, l’invito a comparire davanti alla Corte. In data 18 febbraio, la Dia di Firenze fa pervenire una nota con la quale trasmette una mail del monsignor Fabbri nella quale il sacerdote sosteneva di non poter comparire in udienza per impegni pastorali e anche perché su quei temi era già stato sentito in Commissione antimafia e in un altro processo. “Questa giustificazione è stata ritenuta insufficiente – dichiara Teresi – e quindi ieri abbiamo fatto recapitare a Fabbri un provvedimento, tramite la Dia di Firenze, insistendo perché oggi comparisse. Oggi la Dia di Firenze ci rappresenta con un fax che il monsignor Fabbri aveva rilasciato alcune dichiarazioni trascritte in una relazione di servizio”. Proprio su queste dichiarazioni viene richiesta l’estensione del capitolato. “La prima citazione – prosegue Teresi parlando della relazione – notificata l’11 febbraio, era stata da lui (monsignor Fabbri, ndr) inviata a un suo conoscente dei servizi di sicurezza, attualmente in servizio a Napoli che conosceva da molti anni” e che tale persona gli aveva detto “di aver parlato con Palermo, che il processo non si sarebbe tenuto” e che “avrebbe pensato a tutto”. Da lui Fabbri “era stato sempre protetto sin dai tempi di Moro e che i servizi lo avevano messo sotto osservazione sin dall’epoca, ragion per cui nacque questa conoscenza”.
L’altra vicenda, spiega il pm Nino Di Matteo, riguarda un fax che nel pomeriggio di ieri è pervenuto alla segreteria dell’ufficio del magistrato. Si tratta di un documento relativo al resoconto della seduta della Commissione antimafia (avvenuta in data 18 settembre 2012) dedicata all’audizione di monsignor Fabbri, inviata da un esercizio commerciale di Roma, nel quale non era indicato il mittente.






Processo trattativa: è il giorno di monsignor Fabbri

di Miriam Cuccu - 19 febbraio 2015


All’udienza la sostituzione-lampo dei vertici del Dap


Sulla vicenda dell’improvvisa sostituzione dei vertici del Dap, nel ’93, sarà monsignor Fabio Fabbri (ex viceispettore generale dei cappellani delle carceri) ad essere chiamato a testimoniare al processo trattativa Stato-mafia. Proprio Fabbri, insieme a monsignor Cesare Curioni (suo amico e capo dei cappellani delle carceri) era stato convocato dall’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per sostituire Nicolò Amato dalla direzione del Dipartimento di amministrazione penitenziaria. “Nessuno mi avvisa poi dell’idea della mia sostituzione. Conso fino a poco tempo prima mi faceva complimenti e poi ha scelto così” aveva ricordato Amato, direttore del dipartimento per quasi 11 anni, al processo trattativa dove è giá stato affrontato il repentino cambio di vertici: da Amato ad Adalberto Capriotti, allora magistrato a Trento. Quest’ultimo, al Borsellino quater, aveva ricordato di essere stato interpellato proprio da monsignor Curioni: “Mi disse che ci sarebbero dovuti essere dei cambiamenti al ministero e all'amministrazione penitenziaria, se mi sentivo di fare questo passo e venire a Roma. Sapevo che Curioni aveva conoscenze non solo nel nostro ambiente ma anche al gabinetto e in altri ministeri”.
Monsignor Fabbri, sentito nel 2012 al processo Mori-Obinu, aveva già descritto la convocazione davanti a Scalfaro: "Ci disse che è finito il tempo: Amato non deve stare più lì".
Poi i due sacerdoti, insieme all’allora ministro della giustizia Giovanni Conso, presero in esame alcuni nomi “papabili”. Secondo monsignor Fabbri la sostituzione era causata “da una ruggine esistente tra Amato e Scalfaro”. La scelta ricadde poi su Capriotti, mentre il posto di vice occupato da Edoardo Fazzioli fu preso da Francesco Di Maggio.
Una vicenda, questa, che confluisce nel processo trattativa Stato-mafia. Il “cambio della guardia” al Dap, infatti, determinò un cambiamento anche della linea adottata in merito al 41bis, culminato con la nota del 29 luglio ’93 in cui “si attesta non controvertibilmente che il Dap cercava un'interlocuzione esterna in vista delle proroghe dei decreti che scadevano alla fine del mese successivo, diversamente dalle scadenze, di pochi giorni prima peraltro, del 20-21 luglio”. Questa generale inversione di rotta sfociò nella mancata proroga del carcere duro, da parte del ministro Conso, per 334 detenuti mafiosi. Il 41 bis, secondo questa ricostruzione, sarebbe infatti la merce di scambio offerta a Cosa nostra per la cessazione delle stragi di mafia, dando così un segnale di distensione dentro e fuori le carceri. Capriotti, sentito al Borsellino quater come persona informata dei fatti, aveva sostenuto di non ricordare alcunchè sulla nota firmata dal vicedirettore dell’Ufficio detenuti, salvo poi avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande dei pm al processo trattativa, procedimento in cui è indagato di reato connesso (false informazioni rese ai pm). Ora toccherà a monsignor Fabbri dare nuovi elementi alla Corte d’Assise presieduta da Alfredo Montalto per sbrogliare il caso.


(FONTE: AMDuemila)



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