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Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “Il sacchetto in testa a Provenzano? La storia si ripete” PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 09 Marzo 2015 17:45
giuffre-antoninodi Aaron Pettinari - 9 marzo 2015
 

Ma la domanda non viene ammessa dal Presidente della Corte
Durante l’esame del teste Antonino Giuffré al processo d’appello Mori-Obinu si è parlato anche della vicenda del presunto tentativo di suicidio di Bernardo Provenzano nella sua cella nel 2012 quando ancora era detenuto nel carcere carcere di Parma. Il capomafia corleonese era stato trovato con la testa in un sacchetto. “Pensai che la storia si ripete” ha detto in aula l’ex boss di Caccamo rispondendo ad una domanda del Pg Patronaggio su cosa avesse pensato. Una domanda che il presidente Di Vitale non ha ammesso in questa formula.
Induzione al suicidio. 
L’episodio era stato associato come simile ad un altro che ha visto proprio lo stesso “Manuzza” come protagonista che in aula ha ricordato di un paio di occasioni in cui venne invitato al suicidio. “Esplicitamente non è venuto nessuno a dirmi di non collaborare – ha detto - Però, sono stato oggetto, per due volte, dell’invito a mettermi un sacchetto di plastica in testa, un invito a suicidarmi. Nelle celle usavamo sacchetti della spazzatura forati. Un agente della polizia penitenziaria mi disse: ‘Questo te lo devi mettere in testa’. E questo è avvenuto in due occasioni ad una distanza di quindici, venti giorni. Secondo me vi era un discorso per spingermi a non collaborare e vedere quello che sapevo su Provenzano”. Poi ha aggiunto: “Un agente del Gom, in un’altra occasione dove mi lamentavo di certi discorsi mi dice in senso di foga: ‘ma lo vuole capire che lei è stato un fulmine a ciel sereno?’. Parlando del suicidio in carcere di Antonino Gioé, nell’estate del 1993, ha aggiunto: “I commenti in carcere erano che non si poteva trattare di un suicidio. Pensavamo ad una spinta al suicidio o ad un omicidio trasformato in suicidio”.
Infine Giuffré ha anche parlato del tentativo di screditamento che hanno effettuato nei suoi riguardi: “Era il 2005-2006, Io facevo delle videoconferenze e durante un paio di queste ho visto un ispettore che poi non è più tornato. Tempo dopo arrivò la procura di Roma chiedendomi di riferire quanto raccontato a questo signore su Ustica, Almirante che non si era suicidato, i rapporti di Prodi con Cosa nostra. Io non parlai mai con questo signore”.

Prima della fine dell’udienza vi sono state anche le dichiarazioni spontanee del colonnello Obinu che ha voluto precisare che “il reparto della prima sezione, con il capitano Sergio De Caprio, investigò su l’autoscuola Primavera di Carmelo Amato, con atti già prodotti in primo grado, dove si percepì il fatto che esponenti mafiosi li riunitosi si stavano muovendo per appoggiare il signor Marcello Dell’Utri e di questa emergenza rappresentammo anche l’autorità giudiziaria delegante”. Il processo è stato quindi rinviato a domani mattina, inizio 9.30, quando verranno sentiti i pentiti Filippo Malvagna e Sergio Flamia.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “Provenzano ricevette informazioni su Ilardo dal Tribunale di Caltanissetta”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 16:25

“Mi diede ordine di ucciderlo nel 1996”
“Durante la latitanza di Provenzano a Belmonte Mezzagno, nella zona di Mezzojuso ci fu un certo allarme perché qualcuno aveva detto che Provenzano si trovava in quelle zone. Era grossomodo il 1996, gira la notizia che il confidente potesse essere Ilardo ed era parente di Giuseppe Madonia (l'incontro tra Provenzano ed Ilardo a Mezzojuso è datato ottobre 1995, ndr). Provenzano mi diede il compito di trovare un luogo nascosto dove ci saremmo dovuti incontrare con questo “confidente” per ucciderlo, poi però lo stesso 'Binnu' mi disse che era stato già ucciso. Siamo attorno alla primavera del 1996”. Sui motivi per cui Ilardo dovesse essere ucciso Giuffré ha riferito che Provenzano “aveva la convinzione che Ilardo era sbirro. Aveva avuto delle notizie e mi sembra che queste notizie siano venute fuori da Caltanissetta. Credo proprio dal tribunale. Ora non ricordo se erano altre persone che poi le portarono a Giuseppe Madonia e questi le portò a Provenzano". A quel punto Patronaggio chiede un chiarimento: "Quando dice tribunale intende una fuga di notizie da sede istituzionale?". "Intendo uffici giudiziari - ribadisce Giuffré - Che veniva da ambienti del tribunale". Quindi ha proseguito: "Questo discorso era per marcare la sicurezza della fondatezza della notizia. Era una cosa talmente segreta che mi disse di non parlarne neanche con lo Spera. I discorsi che faceva Provenzano era anche che in quella certa azienda a Mezzojuso non dovevamo più tornarci in quanto ormai era bruciata. Lì effettivamente non ci siamo andati più anche se restammo sempre in quella zona anche dopo”. In sede di controesame, alla domanda se Provenzano si fidava di Ilardo Giuffré ha aggiunto: “Non faceva mai discorsi avventati. Se il Provenzano era a conoscenza o qualcun altro gli avesse detto di stare attento il Provenzano sarebbe stato attento. O scegliendo un posto dove non si andava più o usando un ‘ponte’ con un’altra persona o facendo arrivare biglietti per tenerlo a distanza. E con questo le ho risposto”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “Flamia? Uno del gruppo di fuoco di Bagheria”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 16:03
Durante il dibattimento al processo d’appello Mori-Obinu, che si sta svolgendo in trasferta presso l’aula bunker del carcere di “Rebibbia”, Antonino Giuffré, rispondendo alle domande del Pg Patronaggio, ha anche parlato di Sergio Flamia, il collaboratore di giustizia di Bagheria contattato di recente dai servizi segreti su cui si concentrano le indagini della Procura di Palermo nell’ambito dell’inchiesta sul Protocollo farfalla, collegandolo al gruppo di fuoco di Bagheria a capo di Onofrio Morreale. “Morreale lo combiniamo io, Provenzano, Pietro Aglieri e Carlo Greco – ha ricordato – C'era questo gruppo di fuoco e il nome di Flamia mi ricorda un soggetto che era vicino a Morreale. Io non ho mai avuto contatti diretti con lui ma ricordo che sul finire degli anni ottanta a Bagheria si era creato questo gruppo di delinquenti comuni e rapinatori poi divenuto gruppo di fuoco usato da Cosa nostra capeggiato da Onofrio Morreale. Tra questi soggetti di questo gruppo poteva esserci questo Flamia.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “Provenzano voleva essere il salvatore di Cosa nostra”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 15:48

“Provenzano? Voleva essere il salvatore di Cosa nostra”. Ne è convinto Nino Giuffré, detto “Manuzza”. Rispondendo alle domande del Pg Giuffré ha definito il boss corleonese come un “Riciclato”. “Quando dico riciclato intendo dire che tempo dopo non si limitava solo a criticare l'operato del Riina sul piano politico. Lui voleva proprio apparire come una persona al di fuori delle responsabilità di Salvbatore Riina e della Commissione. dicendomi che ‘si era andati in eccesso a commettere determinati fatte di sangue, stragi comprese’. Lui si era messo come il salvatore della futura Cosa nostra. E per farlo doveva essere azzerato quello che era stato prima la Commissione, da Riina al più piccolo che forse ero io”. Giuffré ha poi toccato il tema dei nuovi referenti politici che Cosa nostra ha ricercato negli anni immediatamente dopo le stragi. “In Cosa nostra ci adoperammo tutti per dare una mano a Forza Italia, la forza politica che allora stava nascendo“. Il collaboratore di giustizia ha indicato nell’ex senatore Marcello Dell’Utri come la figura “di cui ci si poteva fidare e che potevamo appoggiare”. “Tra il '93 ed il '94 c'è l'inizio di un nuovo capitolo: si apre un nuovo corso tra Cosa nostra e la Politica.  - ha detto il pentito - Provenzano all'inizio era un pò freddo poi, parlando di Dell'Utri e di Forza Italia, mi disse 'Siamo in buone mani, andiamo e puntiamo su questo cavallo (riferito a Berlusconi)”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “C’erano indiscrezioni su rapporti Provenzano-carabineri”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 15:37

“Io non avevo notizie ufficiali ma c’erano voci che giravano in Cosa nostra su rapporti tra Provenzano ed i carabinieri. Si diceva che passasse notizie tramite la moglie”. A raccontarlo in aula è Antonino Giuffré. L’ex boss di Caccamo racconta di quelle voci che provenivano dagli ambienti di Catania, un certo Aiello ed Eugenio Galea. Mi dissero che questi contatti di Provenzano, con un carabiniere. Siamo circa nel 1991”.Il pg Patronaggio ha poi ricordato che in un verbale del luglio 2014 lo stesso aveva messo in relazione questi contatti dei carabinieri con le visite mediche che la moglie di Provenzano faceva a Catania. “Questo aspetto io lo so direttamente da Provenzano. Mi parlò delle visite mediche, credo ginecologiche. So che si recava a Catania per questo. Questo discorso mi viene perché lui mi parla delle visite mediche e ho ricordato anche quei discorsi dei catanesi. Queste cose le ho tenute per me. Uscivano tante cose allora e non ne parlai con nessuno.

La missione di Ciancimino
Rispondendo alle domande di Patronaggio Giuffré ha poi parlato del ruolo di Ciancimino in seno al dialogo che lui aveva saputo essere “con i carabinieri”. “Quando uscirono le notizie che Ciancimino parlava con gli inquirenti fu Provenzano a dirmi di stare tranquillo, che era in missione per conto degli interessi di Cosa nostra” ha riferito.
“Tutto questo discorso che viene messo in piedi rientra nel discorso della sommersione a cui Provenzano mirava. Lui ripeteva quel che diceva Riina, che ci sarebbero stati benefici per tutti. Al posto delle stragi però si doveva stare tranquilli, senza commettere delitti eclatanti. Se si stava sommersi nel giro di pochi anni le cose si sarebbero aggiustate”.
Poi ha continuato: “Provenzano un giorno mi chiese: ma tu credi che io sia sbirro? Io non potevo contraddirlo e gli dissi: lungi da me. Rimasi gelato come quella volta che Riina mi chiese di Provenzano”.
Rispondendo ad una domanda se fosse a conoscenza di attività investigative del Ros sul territorio di Bagheria Giuffré ha raccontato un episodio: “Siamo dopo l'arresto del Riina. Avevamo ricetrasmittenti ed intercettavamo operazioni delle forze dell'odine. In un’occasione mi imbatto in un discorso del capitano Ultimo che stava facendo dei pedinamenti su Bagheria. Mi pare fosse sotto osservazione Gino Scianna, uno vicino a Provenzano. Immediatamente andai da Provenzano a riferire ma lui mi disse di stare tranquillo e che non c’erano problemi. Non era la prima volta, anche in altre occasioni di posti di blocco. Sempre di stare tranquilli mi diceva”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “La corrente Provenzano era contraria a morte piccolo Di Matteo”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 15:22

“Sul sequestro del piccolo Di Matteo una parte di noi non era d’accordo. Io e Benedetto Spera chiedemmo a Provenzano di intervenire. Lui pure era di questa idea”. A raccontarlo è Antonino Giuffré rispondendo alle domande del Pg Patronaggio sui contrasti tra la corrente di Bagarella e quella di “Binnu ‘u tratturi”. “Noi gli chiedemmo di parlare con Bagarella, che non era giusto che il piccolo Di Matteo venisse ucciso. Lui diceva che lo avrebbe fatto. Dopo un paio di mesi tornò ma disse che non poteva far nulla”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Giuffré: “C’erano criticità tra Riina e Provenzano”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 15:00
“C’erano diverse criticità tra Riina e Provenzano. Una volta Riina mi chiese esplicitamente: ‘Binnu quando esce?’. Gli incontri che faceva Riina erano sempre serali o al pomeriggio, Provenzano agiva al contrario ma io rimasi in silenzi e feci lo scemo facendo finta di non capire. La verità è che per me fu una doccia gelata”. A raccontare della serie di contrasti tra i due capomafia corleonesi è il pentito Antonino Giuffré.  
L’ex boss di Caccamo, teste al processo d’appello Mori-Obinu in corso presso l’aula bunker del carcere Rebibbia di Roma conferma i rapporti non idilliaci tra i due. “Tra il 1989 e dil 1990 iniziò un attacco a quelle che erano le fortezze del Provenzano, alle roccaforti di Bagheria ad esempio, sul piano prettamente imprenditoriale. C’era un attacco da parte di altri mandamenti della provincia di Palermo per entrare e scalfire il monopolio che si era creato con le imprese locali. Chi comandava a Bagheria? Provenzano di fatto a dirla tutta aiutato da Giuseppe Madonia. Quello di fatto era territorio di Provenzano assieme a Mezzojuso, Campofelice…”.


Processo d’appello Mori-Obinu, Brusca: “Provenzano non aveva sospetti su Ilardo”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 13:33

“Bernardo Provenzano non aveva sospetti su Lugi Ilardo” a dirlo in aula, durante il processo d’appello “Mori-Obinu” che si tiene in trasferta a Roma, è l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca. “Dieci o quindici giorni prima che Ilardo venisse ucciso mi arriva la richiesta di ucciderlo da parte dei catanesi e Piddu Madonia. Da quest’ultimo la richiesta veniva dal carcere ma senza che venisse specificata la motivazione. Io e Bagarella avevamo sospetti su Ilardo, e lo attenzionavamo da qualche anno ma non c’era nulla di concreto. Io mandai un biglietto a Provenzano per sapere se era al corrente di questa cosa. Ilardo tramite il cugino era uomo di Provenzano. Era giusto avere un occhio di riguardo. La risposta arrivò. La avete anche sequestrata al momento del mio arresto. Quale fu la risposta? Che non sapeva nulla e che doveva vedere un attimo, diceva di attendere, di prendere tempo”. Alla domanda su quando avvenne quello scambio di pizzini Brusca ha riferito “maggio 1996. Lui ucciso il 10 maggio e il bigliettino arrivò in ritardo, dopo l’uccisione di Ilardo”.
Successivamente il pg Patronaggoi ha anche chiesto se Provenzano fosse d’accordo con l’uccisione a Palermo di Giovanni Falcone con tutto quel tritolo. “Se fosse d’accordo o meno non lo so - ha risposto Brusca - ma so che era contrario ad uccidere Falcone a palermo già nel 1986-87. Lui consigliava allora di ucciderlo in trasferta a Roma, fuori dalla Sicilia, per non fare scroscio. Riina ricordo che disse ‘Io uccido quando e dove voglio senza ascoltare nessuno. Lui interpretava come che il suggerimento venisse da altro e veniva dall’influenza di Vito Ciancimino”.
Il procedimento ora prosegue con l’interrogatorio dell’ex boss di Caccamo, Antonino Giuffré.


Processo Mori-Obunu, Brusca: “Bellini fece il nome di Spadolini”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 13:10

“Bellini si presentò come un uomo con contatti istituzionali. Fece il nome di Spadolini. Su Tempesta Gioé mi rassicurò che era solo un funzionario, un interlocutore. Ma che il contatto non era lui”. Giovanni Brusca sta rispondendo alle domande della Procura generale al processo Mori-Obinu, che si tiene all’aula bunker di Rebibbia a Roma. “Io dissi a Gioé di stare attento che per me c’era qualcosa che non funzionava. Anche Bagarella non gradiva quel rapporto ma io ero tranquillo. Se avessimo avuto altri sospetti lo avremmo ucciso” ha aggiunto Brusca. In merito a rapporti tra Gioé ed i servizi segreti Brusca ha riferito di non esserne a conoscenza mentre per quanto riguarda Di Carlo, sapeva che era inserito in un contesto oltre Cosa nostra “a livello palermitano e non solo”.


Processo Mori-Obinu: “Pensai che Bellini fosse un uomo dei Servizi segreti”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 13:00
“Bellini? Pensammo che fosse un uomo dei servizi segreti o qualcosa del genere”. A raccontarlo in aula è Giovanni Brusca, teste occhi al processo d’appello Mori-Obinu, in trasferta a Roma. Il pg Patronaggio ha effettuato alcune domande dopo che la corte, presieduta da Di Vitale, ha messo alcuni paletti sul tema dell’interlocuzione tra l’ex Primula nera ed Antonino Gioé, boss di Altofonte trovato morto in carcere la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993. “Bellini inizialmente venne con la scusa di un recupero ‘crediti’ e per avere un appoggio sul territorio - ha ricordato Brusca - Poi il rapporto con Gioé si allarga al traffico di droga e dopo Capaci su altro. Lui disse che si potevano colpire i beni dello Stato. Per noi doveva essere qualcuno dei servizi segreti. Ascoltai alcune sue proposte in casa di Gioé. Si prospettava tramite con lo Stato per avere benefici per i detenuti. Questo discorso lo portammo avanti dopo autorizzazione di Riina”. A quel punto Patronaggio ha chiesto come fosse possibile che uno come Bellini potesse essere messo a conoscenza dei progetti stravisti di Cosa nostra e Brusca ha risposto: “In mia presenza non gli vennero mai fatti discorsi ma in privato non so cosa Gioé abbia detto a Bellini. Sentendo la deposizione di Bellini al processo trattativa posso dire che li ha detto delle cose che io conosco ma che nessun altro sapeva. Per quelle che erano le regole di Cosa nostra, se Gioé non si fosse suicidato in carcere, sarebbe stato ucciso se fosse uscito. Lui parlava di tutto e di più”.
Brusca ha anche parlato del Maresciallo Tempesta. “Questo nome fu fatto da Bellini. Venne con una busta dove all’interno c’erano fotocopie di copere d’arte rubate. Avremmo dovuto recuperarle in cambio di benefici carcerari. Ricordo che io sobbalzai perché non erano ammessi in Cosa nostra rapporti con carabinieri. Riina non li ammetteva”.


Processo Mori-Obinu, Brusca: “In Cosa nostra si parlava di dissociazione”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 12:51

“Sapevo che Carlo Greco era favorevole alla dissociazione. Prima ancora di parlare con lui , siamo nel 1992, parlai con Biondino Salvatore. Lui si chiedeva se non fosse possibile ‘ragionare con la penna’ oltre che con gli attentati. Io sapendo i rapporti che lui aveva con Riina gli dissi di parlarne direttamente”. A dirlo è Giovanni Brusca, che sta rispondendo alle domande del Pg Patronaggio. “Di dissociazione - ha aggiunto il collaboratore di giustizia - si parlava come modo di arginare il fenomeno dei pentiti. Non conoscevo però i dettagli”. In merito a Carlo Greco l’ex boss di San Giusepep Jato ha aggiunto di aver indicato quest’ultimo come “un soggetto da seguire per arrivare a Bernardo Provenzano”. Sul punto ha aggiunto poi anche altri elementi durante il controesame di Milio: “Quando fui arrestato mi chiesero indicazioni per arrestare latitanti. Io diedi le indicazioni e dentro il carcere mi venne consegnata anche una foto per sapere se quello era Carlo Greco o meno. Io so che l’hanno pedinato per un mese, venti giorni. Poi non so perché quell’osservazione venne interrotta”.


Processo Mori-Obinu, Brusca: “Pullarà mi disse che la moglie di Provenzano si incontrava con i carabinieri”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 12:28
“La moglie di Bernardo Provenzano si sarebbe incontrata con un ufficiale dei carabinieri. A dirci la notizia fu Santi Pullarà, uomo vicino alla famiglia di Santa Maria di Gesù. Di questa cosa parlai anche al processo trattativa, dove sono imputato. Dopo aver sentito Avola ho ricostruito anche altri particolari. Siamo nel 1992 io ero a casa di Mario Santo Di Matteo. Un incontro che avviene prima di Capaci. Arriva e mi dice che c’erano soggetti che gli avevano riferito che la moglie di Provenzano si incontrava con ufficiali dei Carabinieri”. A raccontarlo è Giovanni Brusca, teste oggi al processo Mori-Obinu che si svolge in trasferta a Roma. L’ex boss di San Giuseppe Jato ha spiegato che a riferire la notizia sarebbe stato un altro carabiniere Cosimo Bonaccorso: “Il Bonaccorso è colui che porta la notizia. Di lui spesso si servivano i catanesi per avere notizie. Pullarà portò questo bigliettino dove c’erano scritti il nome dell’ufficiale, era scritto a mano. Di fronte a questa notizia con Bagarella rimanemmo stupiti e comunque non la prendemmo in considerazione in quanto per noi non era possibile. Non potevamo crederlo”. Brusca ha anche aggiunto che la notizia venne anche riferita ad Eugenio Galea che “fece il proprio dovere trasmettendo comunque la cosa anche ai catanesi”.
Sempre rispondendo alle domande del Pg Patronaggio Brusca ha aggiunto che “Bagarella criticava fortemente Provenzano ma non ho mai sentito che lo volesse uccidere. Se avesse avuto un minimo di prova non avrebbe esitato a farlo. Motivi di contrasto? Ci furono dopo arresto Riina. Lui voleva il posto di Riina. C’eravamo sia io che Bagarella e gli abbiamo tolto questa idea. A quel punto non è che fosse subordinato a Bararella ma diciamo che la volontà di Bagarella prevaleva.


Processo Mori-Obinu, Brusca: “Bagarella disse che Ciancimino era Sbirro”
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 12:26
“Bagarella, parlando di un fatto che riguardava il figlio di Ciancimino, se ne esce con la parola ‘pezzo di sbirro’. Per me e la logica di Cosa nostra è come se lo dice al padre”. A raccontare il fatto è Giovanni Brusca, interrogato oggi in aula nella trasferta all’aula bunker di Rebibbia, a Roma, del processo Mori-Obinu. “Stavamo parlando dell’appalto della metanizzazione di Alcamo e si diceva che non si rispettavano le regole per la messa a posto e ad un certo punto Bagarella si vesce con questa parola. Siamo nel 1994”.


Processo Mori-Obinu, Brusca: "Divergenze tra Bagarella e Provenzano sulle stragi del '93"
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015 - Ore 11:52
“Dopo l’arresto di Riina il metodo dentro Cosa nostra era sempre uguale. C’era la strategia di Riina che si portava avanti. E Provenzano al solito suo si defilava, o per un altro obiettivo o per altri fini”. A dirlo è l’ex boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, che sta rispondendo alle domande del Pg Patronaggio. Alla domanda su quali fossero questi altri fini il pentito ha aggiunto: “Aveva le sue amicizie che usava per i fatti suoi, Bagarella me lo disse rispetto alle misure di prevenzione. E spesso agiva senza avvisare altri soggetti di Cosa nostra”. Sulle stragi del 1993 i contrasti si fecero maggiori. Brusca ha riferito che “Quando Bagarella in mia presenza prospetta la strategia stragista di Riina, Provenzano non intervenne ostacolando o vietando la cosa. Ma disse ‘come faccio a giustificarmi con gli altri (inteso come capimandamento)?’ E la risposta è stata, ‘dici che non sai nulla’”. Brusca ha parlato di due schieramenti. Da una parte quella stragista con Bagarella, Brusca, Messina Denaro, i Graviano, la famiglia di San Lorenzo di Biondino prima e Cinà poi, ed altri. Dall’altra l’ala provenzaniana con Spera, Giuffré, Pietro e Carlo Greco. “Poi c’era anche Raffaele Ganci che restò neutrale” ha aggiunto.


Processo Mori-Obinu, la Procura Generale chiede acquisizione nuovi atti
di Aaron Pettinari - 9 marzo 2015

La Corte, uscita dalla camera di consiglio, rigetta. Ora in aula Brusca
Le intercettazioni in carcere di Flamia e i pizzini tra Ilardo e Provenzano. Questi i documenti che la Procura generale, rappresentata in aula da Roberto Scarpinato e PierluigiPatronaggio, ha chiesto di acquisire al processo d’appello “Mori-Obinu”. “La necessità di acquisire le intercettazioni - ha spiegato Patronaggio - è data dal fatto che Flamia fa dichiarazioni che riguardano Ilardo. Le intercettazioni sono importanti per analizzare con cura i tempi ed i modi con cui queste sono state rilasciate. Non hanno nulla a che fare con il protocollo farfalla (l’avvocato Milio si era opposto evidenziando che nel periodo di inizio della collaborazione il protocollo farfalla già era ultimato, ndr) ma si evince che Flamia ha avuto contatti con i servizi, con profili di opacità in quanto manca la tracciabilità ed in questo senso per noi sono rilevanti. Inoltre abbiamo messo a disposizione della corte i decreti organizzativi, brogliacci e cd, utilizzabili anche con il meccanismo della trascrizione”. Per quanto concerne i pizzini tra Ilardo e Provenzano, già allegati all’informativa Grande Oriente la Procura generale ha evidenziato che “vi sono tra gli atti anche le sentenze in abbreviato in cui risulta l’autenticità dei pizzini e si dimostra che l’interlocuzione tra Ilardo e Provenzano avviene anche successivamente ed è costante al periodo di cui parla Flamia”. La Corte, presieduta da SalvatoreDiVitale, ha rigettato la richiesta della Procura per quanto concerne i pizzini e sull’intercettazione, tuttavia “anche se le intercettazioni di polizia giudiziaria non sono acquisibili in riferimento alla trascrizione di intercettazioni depositate e le bobine, di cui si è formulata richiesta oggi per la prima volta non si potrà procedere in questa udienza, esprimerà una nuova determinazione allorquando si procederà con il processo nella sua sede naturale”. Il processo prosegue con l’audizione del collaboratore di giustizia Giovanni Brusca.

 

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