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A Rutigliano Salvatore Borsellino racconta l'Agenda rossa del fratello Paolo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Movimento Agende Rosse Giuseppe Di Matteo   
Sabato 04 Aprile 2015 13:49
di Movimento Agende Rosse Giuseppe Di Matteo - 31 marzo 2015

Si è tenuto la scorsa settimana, organizzato dal Movimento Agende Rosse “Giuseppe Di Matteo” a Rutigliano (Ba) un incontro di presentazione del libro “L’Agenda Rossa”, grazie alla partecipazione in videoconferenza skype di Salvatore Borsellino e del suo stretto collaboratore Marco Bertelli. Un appuntamento realizzato in collaborazione con la testata giornalistica AntimafiaDuemila e con la libreria Odusia di Rutigliano che ha messo a disposizione spazi ed impegno per inserire l’evento tra le iniziative del mercoledì letterario, arricchendolo di un tema inedito per la cittadina di Rutigliano. A introdurre la serata è stato Carlo Picca, che in qualità di padrone di casa, ha presentato gli ospiti, tra cui Savino Percoco referente del gruppo Agende Rosse “Giuseppe Di Matteo”. Dopo una breve introduzione a prendere la parola è stato Salvatore Borsellino, descrivendo l’interferenza della mafia nell’Italia della prima e seconda Repubblica, dipingendo il quadro dei fatti attraverso i nomi dei protagonisti di quegli anni ed i Processi attualmente in corso, primo fra tutti quello “Trattativa Stato-Mafia”. Un racconto il suo, che si è fatto anche incitamento affinché non ci si soffermi esclusivamente al ricordo e all’esempio di coraggio di uomini come suo fratello Paolo, ma anche al grido di “resistenza” verso una quotidiana ricerca della verità.

Particolarmente commosso l’ingegnere ha fatto rivivere la nascita del Movimento delle Agende Rosse, raccontando pezzi della propria storia personale e della propria famiglia, a cominciare dalla strage di Via d’Amelio del 19 luglio 1992. “Fu una strage di Stato – ha detto con forza - in cui pezzi deviati dello Stato hanno eliminato Paolo Borsellino perché non venisse alla luce una “scellerata trattativa” che era stata avviata tra pezzi deviati dello Stato e mafia stessa”.
Su quest’ultimo tema Salvatore ha incentrato la sua relazione, spiegando con precisione gli anni dello storico Maxiprocesso dell’86 (primo vero colpo alla struttura mafiosa) e della relativa risposta di “cosa nostra” come il piano per eliminare chi si metteva di traverso e quei referenti politici che non era stati in grado di “aggiustare” la situazione, cioè di tutelare gli interessi mafiosi e garantire l’impunità ai membri della Cupola. Ha ricordato poi la “riunione degli auguri di Natale” della “Commissione” del dicembre del ’91, in cui venne definitivamente decisa la condanna a morte di Falcone, l’omicidio di Salvo Lima (riferimento andreottiano in Sicilia, ucciso nel marzo del ’92), e le minacce nei riguardi dell’On. Calogero Mannino. Proseguendo, Borsellino ha evidenziato che secondo alcune testimonianze, un primo approccio tra lo Stato e Mafia potrebbe essere avvenuto tra il colonnello dei ROS Mario Mori e il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno con l’allora referente politico della mafia in Sicilia, Vito Ciancimino. Questo accadeva mentre Paolo Borsellino interrogava il pentito Gaspare Mutolo, il quale rivelò delicate informazioni sull’organigramma mafioso, spingendosi persino oltre le dichiarazioni di Tommaso Buscetta a Falcone, riguardo gli appoggi della mafia all’interno delle istituzioni (Bruno Contrada).
Salvatore ha parlato anche dell’appuntamento segnato sull’agenda grigia da suo fratello presso il Viminale con l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi e il Ministro dell’interno Nicola Mancino, il quale più volte ritrattò in seguito le sue dichiarazioni ed oggi, seppure affermi di non ricordare, non esclude possa essere avvenuto. Ha ricordato la testimonianza di Mutolo per cui Paolo Borsellino, di ritorno dal ministero, riprese l'interrogatorio con aria sconvolta tanto che non si accorse di fumare due sigarette contemporaneamente.
Nei dubbi di Salvatore, emerge l’ipotesi di eventuali intimidazioni verso suo fratello proprio da parte di chi avrebbe dovuto proteggerlo e che forse rappresentava la mafia. Dopo l’uccisione di Falcone infatti, Paolo era diventato il principale ostacolo alla trattativa e, dopo 57 giorni, troncarono la sua vita in via d’Amelio accanto a quella degli uomini della sua scorta, “ma uccidere Paolo non bastava – ha aggiunto Salvatore - bisognava anche far sparire quell’agenda rossa … sul cui contenuto si basano i ricatti incrociati che reggono i destini di questa seconda Repubblica”. Una storia, quella della sparizione dell'agenda rossa, su cui ancora non si sa nulla. Il caso era stato aperto dopo il ritrovamento di una fotografia dove si ritraeva il colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa di Borsellino. A segnalare l'esistenza di quella foto all'autorità giudiziaria è stato il vice direttore di ANTIMAFIADuemila Lorenzo Baldo. Da quella fotografia partì tempo dopo un'indagine su Arcangioli per il reato di furto con l´aggravante di aver favorito l'associazione mafiosa ma nel febbraio 2009 la Cassazione ha prosciolto lo stesso per “non aver commesso il fatto”.
Parlando dei tempi più recenti, Salvatore denuncia che “la trattativa non è mai finita: è passata dalle mani di Riina a quelle di Provenzano, da Ciancimino a quelle di Dell’Utri come intermediario”, cioè da quando, dal 1994 in poi, la mafia cercò e probabilmente trovò i suoi nuovi referenti politici nel nascente partito Forza Italia … a chi interessava ieri far sparire l’agenda rossa, mi chiedo oggi chi cerca di fermare questo processo, chi cerca di fermare il giudice Nino Di Matteo e perché? A chi conviene eliminare Di Matteo e che non si sappia nulla su questa trattativa? Soltanto ai mafiosi, per i quali la trattativa rappresenta peraltro anche “un’elevazione a Stato?”
Salvatore ha evidenziato anche la scarsa tutela di Istituzioni e mezzi d’informazione verso chi lotta il crimine organizzato, sacrificando anche la propria vita ed in particolare verso il pm Di Matteo nonostante su di lui gravino alcuni ordini di morte partiti dal capo dei capi Totò Riina e 200 kg di tritolo pronti ad ucciderlo, come testimoniato dall’ex boss Vito Galatolo.
Si indigna l’ingegnere quando descrive la bocciatura da parte del CSM alla candidatura del pm Di Matteo alla Procura Nazionale Antimafia, nonostante si tratti del magistrato italiano più a rischio e con un curriculum tra i più qualificati anche solo dal punto di vista temporale, visti i quasi vent’anni d’esperienza in ambito antimafia. Considera poi, un tentativo per giustificare la bocciatura, la proposta di trasferimento da Palermo per ragioni di sicurezza da parte del CSM che di contro gli precluderebbe ogni incarico direttivo.
Durante l’incontro si è parlato anche dell’ex Presidente della Repubblica Napolitano, riguardo la scarsa trasparenza mostrata sul tema della Trattativa, in riferimento a quelle intercettazioni con Mancino, andate poi bruciate. Un giovane tra i presenti ha chiesto perché lottare per una battaglia persa e Salvatore ha risposto raccontando della telefonata avvenuta con suo fratello a tre giorni dalla strage. Un dialogo che fa riflettere e che va tenuta bene nella memoria di ognuno: “io gli dissi … Paolo, ma perché non chiedi di farti trasferire? Devo premettere che io sono andato via da Palermo che avevo 27 anni … e Paolo in tutte telefonate mi diceva sempre “ma perché non torni?”. Era una frase che mi ripeteva tante volte, non accettava che io fossi andato via da Palermo … quella volta Paolo sai cosa mi rispose? Mi urlò e mi disse … ah, perché tu te ne sei scappato adesso chiedi di scappare anche a me? Io quella frase non posso dimenticarla e quindi ti dico che Paolo non sarebbe mai fuggito … Paolo sapeva che l’avrebbero ucciso eppure non è scappato, sapeva che a Palermo era arrivato l’esplosivo … eppure non è scappato. Vedi che ne è valsa la pensa, se Paolo stesso ha deciso di sacrificarsi … perché questo è quello che ha fatto, si è sacrificato per noi, allora oggi noi non abbiamo il diritto di chiederci se ne è valsa la  pena perché Paolo stesso affrontando la morte così come l’ha affrontata ... l’ha affrontata per amore … non l’ha affrontata per coraggio, il coraggio non basta per affrontare quando sai che ti uccideranno ... Paolo l’ha affrontata per amore e c’è scritto nella prima pagina di questa agenda rossa perché ha fatto quella scelta: Paolo dice, Palermo non mi piaceva per questo imparai ad amarla, perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare ... vedete, è un magistrato che conduce la sua lotta servendosi delle forze dell’ordine, nelle aule di giustizia, ma ci parla d’amore … Paolo ce lo dice che ne è valsa la pena. Infatti l’hanno ammazzato, ma non è servito a nulla, l’hanno eliminato fisicamente, ma Paolo oggi vive dentro tanti giovani, dentro tutti quelli che alzano quest’agenda o i tanti giovani che mi scrivono e mi dicono che hanno deciso di studiare giurisprudenza perché vogliono fare lo stesso cammino di Paolo… uccidendolo l’hanno soltanto reso invincibile... Tu ti sei rimproverato l’indifferenza, io faccio lo stesso, io sono stato indifferente, sono andato via da Palermo perché ho pensato a me stesso e basta, anche dopo la morte di Paolo … per anni non ho più parlato perché avevo perso la speranza … e quando ho ricominciato a parlare è stato soltanto per rabbia ed è la rabbia che oggi mi tiene in piedi, anche se oggi la speranza l’ho riacquistata perché ho capito che cos’era la speranza di Paolo. Come poteva fare a scrivere Paolo alle ore 5 del mattino del 19 luglio… sono ottimista… cosa significa la speranza di Paolo? Io ci ho messo vent’anni a capirlo. La sua speranza erano i giovani … nell’ultima sua lettera scrive, quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta, Questa oggi è diventata la mia speranza quello per cui combatto insieme alla rabbia … io so che voi e i vostri figli lotterete grazie a Paolo perché avete lui nel cuore e quindi vuole dire che ne è valsa la pena … perché ci ha lasciato un’eredità che noi non possiamo tradire. Io ho giurato che la speranza non la perderò più e che fino alla fine della mia vita combatterò perché la speranza di Paolo si avveri e il nostro Paese quel fresco profumo di libertà per cui Paolo e i suoi gli altri ragazzi sono morti finalmente si possa sentire. E so che sarà così”.


Movimento Agende Rosse Giuseppe Di Matteo

















 







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