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'Vent'anni di lotta ai clan per il Csm non sono nulla, io sconfitto dalle correnti' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Liana Milella   
Giovedì 09 Aprile 2015 22:10
di Liana Milella - 9 aprile 2015

Roma.
Non è a Palermo Nino Di Matteo. Fuori, per Pasqua, con la sua famiglia. Lì, da lontano, il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, apprende che il Csm, «pur dopo 20 anni di indagini sulla criminalità organizzata», non lo ha votato per la Procura nazionale antimafia, la Dna. Gli hanno preferito tre colleghi, di certo assai meno noti (Pontassuglia di Bari, Del Gaudio di Napoli, Dolce di Catanzaro). È finita 16 a 5. Con Repubblica Di Matteo si è sfogato a caldo.


Ha saputo allora, niente da fare per lei...

«Sì, l’ho appena appreso. Me l’aspettavo, ma sono molto amareggiato, deluso e preoccupato. Amareggiato, perché non sono stati sufficienti più di 20 anni di lavoro dedicati ai processi di mafia a Caltanissetta e a Palermo. Deluso, perché nella relazione della commissione che ha indicato gli altri colleghi non ho rintracciato nessuna censura critica al mio operato. Mi chiedo perché non sia stata valutata un’anzianità che è pari al doppio degli altri. Sono preoccupato non solo per me, ma perché questo è un altro piccolo segnale di un problema più grande».

E quale sarebbe?
«Tra i criteri del Csm continua a incidere pesantemente la logica dell’appartenenza correntizia. Il primo criterio è a quale corrente appartieni. E chi, come me e tanti altri, non appartiene a nessuna corrente, e anzi osa criticare la patologia del sistema, vede bocciata ogni aspirazione».


Eppure lei è famoso per il lavoro che fa e per i pericoli che corre. Cosa nostra la vuole uccidere.
«Non doveva essere valutato il pericolo, tant’è che io stesso, quando il Csm ha aperto una procedura di trasferimento per eccezionali problemi di sicurezza, ho chiesto di soprassedere. Il Csm oggi avrebbe dovuto e potuto riconoscere che avevo i titoli e l’esperienza per essere nominato alla Dna».

Perché l’hanno bocciata?
«Nessuno ha rilevato carenze di professionalità o altri motivi. Se lo avessero fatto, forse avrei potuto accettare la decisione, così non posso consentire a nessuno di umiliare l’impegno, il sacrificio e il rischio di oltre vent’anni di carriera. Sono un uomo delle istituzioni e proprio perché ho profondo rispetto per l’istituzione Csm farò ricorso al Tar. E continuerò a ritenere che se non vogliamo contribuire anche a noi a limitare l’autonomia e l’indipendenza dei singoli magistrati dobbiamo guardare al pericolo esterno, ma anche a quello interno, il condizionamento improprio delle correnti sul Csm».

Perché vuole lasciare Palermo durante un processo così delicato?
«Non è vero che voglio scappare dal processo, né tantomeno da Palermo. Nonostante lo stesso Csm, con l’apertura d’ufficio del mio trasferimento, ritenga che non posso stare ancora lì. La nomina alla Dna mi avrebbe consentito di continuare a occuparmi di mafia, di stragi, dei mandanti esterni e anche di essere applicato al processo in corso, continuando il mio lavoro come ho sempre fatto. Nonostante tutto, e nonostante tanti. Altro che scappare...».

Il fronte che al Csm ha votato per lei è trasversale. I capi della Cassazione Santacroce e Ciccolo, Leone di Ncd, Morosini, di Area, ma non c’è il Pd. Come lo valuta?
«Evidentemente, e per fortuna, ci sono consiglieri che hanno fatto prevalere le valutazioni oggettive su criteri di appartenenza o vicinanza politica e correntizia. Altri si sono fatti condizionare da appartenenza correntizia o collateralismo politico».

Ora che farà?
«Fino a quando mi sarà possibile tornerò a fare il mio lavoro con le tante difficoltà connesse sia alla sicurezza, sia a quelle ordinarie..., dover conciliare un lavoro così delicato con processi ordinari. Vorrà dire che continuerò da toga più protetta e scortata d’Italia ad andare in udienza anche per i furti Enel e le risse per le verande abusive, come capita sempre più spesso».

A volte lei ha paura?
«Certo che ho paura. Rispetto a quello che è venuto fuori negli ultimi mesi non averne sarebbe da stupidi o da incoscienti. Ma continuerò a far valere un sentimento contrario alla paura, cercare di andare avanti con la consapevolezza che in questo lavoro non ci si può fare condizionare dalla paura. A pesarmi è la delusione e l’amarezza più che la paura per condizioni di vita diventate sempre più difficili».

Si sente isolato? La decisione del Csm la isolerà di più?
«Ci sono tanti colleghi, appartenenti al fior fiore delle forze dell’ordine, tanti cittadini che non perdono occasione di dimostrarmi stima e fiducia. Tutto ciò funge da contraltare a vicende che come quella del voto di oggi che oggettivamente contribuiscono ad alimentare un senso, per me inspiegabile, di isolamento istituzionale ».


Liana Milella (tratto da:
La Repubblica del 9 aprile 2015)








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