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Falange armata e Uno bianca: dietro il caso Mormile un pezzo del puzzle per riscrivere la Storia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 13 Aprile 2015 22:32
di Aaron Pettinari - 12 aprile 2015

“La ragione di Stato non informa”. In queste parole contenute in un testo di Stefano Mormile, fratello di Umberto, l'educatore carcerario ucciso dalla 'Ndrangheta venticinque anni fa mentre si stava recando a lavoro, appare tutta l'amarezza di una famiglia che in tanti anni di silenzio non ha avuto giustizia. Mai, in tanti anni, sono state chiarite le motivazioni che hanno portato a quella morte e quella giustizia che ha portato alla condanna di alcuni mandanti ed esecutori, ha anche macchiato la figura di Umberto Mormile come quella di un uomo che si era lasciato corrompere, ucciso per vendetta del boss 'ndranghetista Domenico Papalia. “In Italia esiste un canone costante della doppia vittimizzazione, chi viene ucciso fisicamente, viene ammazzato una seconda volta, ma in un altro modo e l'educatore carcerario Mormile è uno di questi” ha ricordato Fabio Repici, legale di diversi familiari di vittime di mafia. L'occasione per ricordarlo a venticinque anni dalla scomparsa è stata data dall'incontro organizzato dalle Agende Rosse di Salvatore Borsellino non in un luogo qualsiasi, ma a Casa Professa, sede dell'ultimo intervento pubblico del giudice Paolo Borsellino.

Ma è stata anche l'occasione di tracciare una linea di collegamento, basandosi sulla lettura delle carte processuali e dei fatti avvenuti in quei primi anni Novanta, tra quell'omicidio, la comparsa della sigla Falange Armata (che ne rivendicò la paternità così come fece con altri eventi criminali successivi), l'intreccio con il caso della Uno Bianca fino ad arrivare alle stragi di mafia del 1992-1993. E' Federica Fabbretti ad introdurre una serata che, pur priva del grande pubblico, contribuisce sicuramente a gettare un primo seme per far conoscere una nuova verità: “Cosa hanno in comune Peppino Impastato, Beppe Alfano, Graziella Campagna oltre ad essere vittime innocenti di mafia? - si è chiesta - Sicuramente il tentativo di depistaggio delle indagini su mandanti ed esecutori dei loro omicidi. Impastato era un terrorista e poi un suicida, Alfano un femminaro, Campagna una ragazzina scappata con il fidanzato. Solo dopo anni e anni di battaglie, combattute in solitudine dalle loro famiglie e dai pochi che le hanno sostenute, è stata consegnata alla Storia una verità processuale corrispondente alla verità dei fatti accaduti”.

Del processo che portò alla condanna del boss Domenico Papalia in qualità di mandante e di Antonio Schettini in qualità di esecutore materiale, dei tentativi di depistare l'inchiesta ha parlato l'avvocato Fabio Repici: “Rileggendo gli atti processuali ci si accorge dei colossali buchi neri. Prima stranezza è che il cosiddetto pentito Schettini, killer che sparò su Mormile, si avvalse della facoltà di non rispondere nel tentativo di evitare guai peggiori ai propri complici che aveva indicato come corresponsabili. Non si capisce poi il motivo per cui vengono depotenziate le rivelazioni dell'altro pentito, Cuzzola, che faceva parte del commando.evento-mormile0 Non solo rivelò di aver saputo la reale motivazione dell'assassinio che riguardava la scoperta dei contatti di Papalia in carcere con i Servizi segreti, ma perlò anche del fatto che Antonio Papalia (fratello di Domenico) si adoperò per rivendicare il delitto con la sigla poi divenuta storica della Falange armata. Ma anziché prestare attenzione su questi dati la giustizia milanese che si occupò dell'omicidio preferì accanirsi sullo stesso Mormile dicendo che venne ucciso perché era un corrotto”. Fango che arrivò dalla collaborazione di Emilio Di Giovane il quale parlò di presunti favori di Mormile in cambio di denaro e regali tra cui una Golf. “Peccato che quell'auto in realtà fu comprata da Mormile da un amico del fratello Stefano. Ma nessun accertamento venne eseguito in tal senso” ha evidenziato Repici. “Le carceri – ha aggiunto – appaiono come dei buchi neri sottratti quasi alla giurisdizione. E purtroppo vi sono diversi esempi di storie criminali consumate nelle carceri che forse dovrebbero essere rivalorizzate. Penso ad esempio all'omicidio di Gianni Chisena, ex cognato del confidente Luigi Ilardo, un uomo che teneva i rapporti con i servizi segreti per Cosa nostra durante il sequestro Moro. O ancora si deve fare chiarezza sulla morte di Nino Gioé, morto suicida in carcere, che nell'ultima lettera da lui scritta nominava proprio Domenico Papalia, apparentemente senza motivo”.


La Uno bianca

E' il magistrato Giovanni Spinosa, Presidente del tribunale di Teramo, già Pubblico Ministero delle indagini a Bologna sulla 'banda della Uno Bianca', aggiungere un ulteriore pezzo del puzzle, non solo tracciando la storia della banda ma in particolare analizzando l'origine di quella sigla, “Falange Armata”, che si è riproposta in più fasi nel corso della storia. “La sigla diventa famosa il 27 ottobre 1990, sei mesi dopo l’uccisione di Mormile, quando essa stessa ha rivendicato l’omicidio – ha ricordato - Da quel giorno la Falange Armata ha firmato le più gravi vicende che hanno insanguinato il nostro paese, comprese le stragi di Capaci e via D’Amelio. I delitti della Uno Bianca sono stati il suo trampolino di lancio quando vengono rivendicati i delitti della fase terroristica della stessa. Una sigla che va ben oltre a quanto dissero i fratelli Savi ('qualche cretino che sfruttava i nostri delitti per motivi personali'). In quell'ottobre del 1990 si apre un nuovo fronte. Si chiude un primo fronte carcerario per aprirne uno giudiziario, politico e finanziario”. “Sulla Falange armata – ha aggiunto – è importante porsi il problema del rapporto tra il falangista che rivendica e l'autore del delitto. E una chiave viene data dalle rivelazioni di Cuzzola su Papalia, ma anche da quei pentiti che parlano delle riunioni di Enna in cui si stabilisce la strategia di attacco allo Stato con delitti da rivendicare a nome della Falange Armata. E lo stesso si rileva negli atti giudiziari della Uno bianca. Il terzo dei fratelli Savi, infatti, prospettò di far rivendicare dalla falange armata da un telefonista con accento tedesco certi delitti, come di sicuro lo ebbe la rivendicazione della strage Pilastro, o quello della strage di Capaci”.

E' toccato quindi al giornalista Peppino Lo Bianco mettere in fila certi fatti che ancora oggi non hanno risposta e “che fanno pensare che sia impossibile credere alla favoletta che le stragi siano farina del sacco del solo Riina”. “Ci sono tante coincidenze temporali – ha detto il giornalista de Il Fatto Quotidiano – Nell'immediatezza della strage di piazza Fontana, Cosa nostra viene coinvolta nella strategia della tensione che insanguinerà il paese dal 1969 in poi tanto che aveva programmato una serie di attentati che dovevano essere eseguiti con ordigni esplosivi da collocare in varie città italiane come Palermo, Catania ed Enna. Poi la strategia eversiva si è manifestata successivamente. E' impressionante come Elio Ciolini, nel marzo 1992, in una lettera a Grassi anticipò quasi profeticamente la strategia della tensione che ebbe luogo da lì a poco a cominciare dalla morte di Lima per poi concludere con la strage Borsellino, e quelle di Roma Firenze e Milano nell'anno successivo.evento-mormile-2 Resta aperta la domanda sul perché Falcone non venne ucciso a Roma ma a Capaci”. Poi ancora ha evidenziato come “dalle indagini della Procura di Palermo sia emerso come alla riunione di Enna del 6 dicembre vi fossero presenti all'hotel Sicilia anche il neo fascista Paolo Bellini (uomo in stretto contatto proprio con Nino Gioé) ed il costruttore Vincenzo Giammanco, fedelissimo di Provenzano per sondare i settori della borghesia siciliana per valutare umori su eventuali tensioni a seguito di una strategia stragista. La sigla Falange armata rivendicò poi l'omicidio Guazzelli, Lima, Falcone, Borsellino, quindi via Fauro, via dei Georgofili, via Palestro, e le stragi di Roma. Un passaggio cruciale lo ebbe anche nel commentare la nomina di Capriotti al Dap al posto di Amato”. “Di fronte a tanti episodi – ha concluso – come è possibile che da Portella della ginestra in poi la Commissione antimafia non si sia mai occupata seriamente dell'epoca dello stragismo italiano?”. La risposta, forse, è proprio in quella considerazione iniziale di Stefano Mormile: “La ragione di Stato non informa”.

No alla rassegnazione
Stefano che con la sorella Nunzia torna a chiedere verità: “M'è tornata la voglia: voglio dire quello che so e quello che penso, anche a chi non vuol sentire, soprattutto a chi non vuol sentire. Il sentimento nostro, mio e di mia sorella, e più frequente, è un sentimento di solitudine. Momenti come quello di oggi ci fanno sentire meno soli. Armida Miserere, la compagna di Umberto, nel dolore riusciva a superare le prove più impervie. Lei non si è mai rassegnata. Mio fratello viene ucciso all'improvviso alla vigilia di Pasqua. Saremmo dovuti essere tutti insieme. Se si fosse sentito minacciato o in pericolo non avrebbe organizzato quella Pasqua in famiglia”. Quindi aggiunge: “Gli inquirenti fanno a gara per sminuire la portata della sigla che ha rivendicato la morte di mio fratello, ovvero Falange Armata. Sono stati definiti millantatori, mitomani, cialtroni. Eppure dietro le azioni di questa sigla si nasconde una strategia precisa portata avanti da pezzi dello Stato. La giornata di oggi è importante per ricordare un servitore dello Stato morto per quello stesso Stato che scende a patti con la criminalità organizzata”.

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)


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La morte di un uomo di Stato e la nascita di depistatori di Stato
di Giovanni Spinosa, Antonella Beccaria e Fabio Repici

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