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Processo Capaci bis, Giovanna Galatolo riconosce in aula la foto di "faccia da mostro" (Aiello) PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Domenica 03 Maggio 2015 22:22
di Aaron Pettinari - 30 aprile 2015

“Gli agenti della Dia di Caltanissetta mi avevano mostrato un album fotografico. Individuai altre persone e poi questa persona, Giovanni Aiello. In una prima foto, dove si presentava più giovane, non lo riconobbi. Poi c'era un'altra foto dell'epoca in cui io lo vedevo in Fondo Pipitone. Mi venne un tuffo al cuore e mi sono presa un po' dal panico. Mi sentii pesante. In un primo momento lasciai andare la foto poi ritrovai la forza e chiesi di rivederla. E poi dissi: 'questo lo conosco è uno dei killer che viene in Fondo Pipitone e lui ha modalità diverse da quelli che conosco io. Spiegai che questo era uno dei servizi segreti che veniva di tanto in tanto all'Acquasanta'”. A parlare è Giovanna Galatolo, figlia ribelle del boss della Cupola Vincenzo Galatolo, teste oggi al processo Capaci bis che si sta celebrando in trasferta a Rebibbia. La donna, rispondendo alle domande del pm Olindo Dodero, parla di quel soggetto che secondo gli inquirenti potrebbe essere “faccia da mostro”, l'uomo con il volto sfigurato da una fucilata, la pelle butterata che si ritrova al centro di diverse investigazioni da parte delle procure di Palermo, Caltanissetta, Catania e Reggio Calabria.

“Lo vidi fisicamente in tre occasioni – ha detto dopo aver riconosciuto la fotografia anche in aula, dopo il confronto all'americana effettuato nel 2014 – Io avevo sedici, diciassette anni. L'ho visto tra l'81 e l'82. Per due volte è arrivato con mio cugino Angelo, figlio di Giovanni. Una volta era uscito da una 112 ed è andato e venuto con mio cugino. La seconda usciva dalla casetta dove c'erano mio padre e anche altri. E' il luogo dove c'erano gli incontri. Quella seconda volta venne a bordo di un motore Suzuki grosso, nero. Era di Giuseppe Lucchese. Un'altra volta, sempre a bordo di un motore, aveva questo giaccone. Una volta i miei zii parlavano di lui. Lo chiamavano il cecchino, faccia da mostro, lo sfregiato. Così lo chiamavano mia madre, le mie ziee. Quando si parlava di questa persona lo chiamavano così”. Ci fu poi un'altra occasione il giorno della morte del cugino Angelo, ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia. “Quella mattina venne mia cugina. E mi fa: 'Hai visto faccia da mostro in giro?'. Mi chiese come era vestito mio padre quella mattina. Lei diceva che faccia da mostro era venuto a suonare alla loro porta. Si pensava che tra i poliziotti vi era anche lui”. In merito al collegamento tra Aiello ed i Servizi segreti, Giovanna Galatolo ha spiegato: “C'era mio zio Pino che faceva questo riferimento. E parlando di una volta che Angelo doveva andare via con questo Aiello disse questa cosa indicandolo come quello dei Servizi. Era un uomo che veniva utilizzato per certe cose”.
La figlia del boss dell'Acquasanta ha anche riferito dei discorsi sentiti ai tempi della strage di Capaci: “A Vicolo Pipitone venivano in tanti e lì accadeva di tutto di più. Ho visto Lucchese, Ciccio Madonia, Biondino, Gambino, Francesco Di Trapani, Pippo Calò e anche gli Scotto, Vito Lo Forte che veniva con Tanino Fidanzati. Si incontravano in una casetta con mio padre davanti al palazzo della nostra famiglia. Lì si facevano riunioni, mangiate”. Riguardo alla morte di Falcone la Galatolo ha detto di aver sentito diversi commenti da parte dei suoi familiari. “Quando passavamo davanti alla casa all'Addaura più volte mio padre faceva commenti e battute: 'Ah uno di questi giorni', 'Ah ancora c'è tempo'. Mia madre gli diceva di smetterla che comunque erano sempre persone e lui disse 'Questo cornuto me la deve pagare un giorno o l'altro'. Ma queste cose le dicevano tutti. Prima e dopo l'attentato all'Addaura. Mio padre mi faceva anche leggere i giornali e anche in quei casi faceva battutine sulla sua uccisione”.
Sui motivi che l'hanno portata a collaborare con la giustizia ha spiegato di averlo fatto per dare un futuro diverso ai propri figli.“Era da più di dieci anni che volevo fare questo passo – ha detto – in un primo momento sono stata fermata. Avevo anche i figli minorenni e ho dovuto aspettare qualche tempo ma già da un po' volevo fare questo passo. Accadevano cose che mi facevano stare male e io volevo i figli con me per andare via da Palermo. Non volevo che loro prendessero certe strade tanto che da un certo punto non portavo più loro ai colloqui con il nonno. Poi quando sono stati più grandi ho fatto il passo e ora ho solo un figlio con me”. Inoltre la collaboratrice di giustizia ha anche parlato di un episodio che ha visto come protagonista il fratello Anfelo ed il cugino Angelo, figlio di Giuseppe: “Commentarono di un piccolo tunnel, di un viadotto. Era nelle settimane poco prima la strage di Capaci. Non parlarono di Falcone o altri ma parlavano di questa cosa di un tunnel da liberare da pulire con una ditta.. di operai.. c'era una ditta.. parlavano di un aereoporto, di qualcosa che dovevano mettere, dovevano pulire di una cunetta.. capii che era qualcosa sull'autostrada. Tempo dopo ci fu l'omicidio a Falcone. Tutto potevo pensare sul come poteva essere ucciso ma non qualcosa di così eclatante.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)





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