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Scarantino: il mistero del “pentito fantoccio” PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari e Miriam Cuccu   
Sabato 30 Maggio 2015 15:41
di Aaron Pettinari - 28 maggio 2015

Quanti scheletri ci sono nell'armadio dello Stato? E' una domanda che sorge spontanea ascoltando le quasi dodici ore di testimonianza di Vincenzo Scarantino, imputato per calunnia assieme a Francesco Andriotta e Calogero Pulci nel processo Borsellino quater che sta tentando di fare luce sulla strage di via D'Amelio. Oltre alla consapevolezza che le loro false dichiarazioni hanno portato alla condanna all'ergastolo di 8 innocenti, ora in attesa del processo di revisione, si fa sempre più palese lo convinzione che una fetta di Stato, o di anti-Stato, ha preso parte al colossale depistaggio che, a quasi ventitré anni di distanza, non ci ha consegnato ancora una completa verità su quanto avvenuto negli anni delle stragi.

Uno scenario che già era grave con la sparizione di documenti chiave (su tutti l'agenda rossa di Paolo Borsellino) ma che assume colori sempre più oscuri proprio con la “costruzione in laboratorio” di falsi pentiti. Nel depistaggio, tuttora indagati dalla Procura di Caltanissetta, sarebbero coinvolti i funzionari di polizia, Vincenzo Ricciardi e Mario Bo, e Salvatore La Barbera. I primi due, nel novembre 2013 chiamati a deporre in questo dibattimento, si sono avvalsi avvalsero della facoltà di non rispondere mentre La Barbera si perse in un fiume di non ricordo. Parole vuote e i silenzi che fanno ancora più male se si considera che ad usarle sono pezzi delle istituzioni. Se fosse ancora in vita indagato sarebbe anche Arnaldo La Barbera, ex capo della Mobile e poi questore di Palermo, che negli anni dopo le stragi si mise al comando del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”.


In questa due giorni nissena Scarantino ha fatto nomi e cognomi denunciando il “terrorismo fisico e psicologico” perpetrato nei suoi riguardi. “Io dovevo essere il clone di Buscetta, questo lo diceva La Barbera e tutti quanti” ha raccontato alla Corte il picciotto della Guadagna. E poi ancora: “Quando non mi ricordavo o andavo in confusione interrompevo l’interrogatorio, chiedevo di andare in bagno e loro (alcuni membri del Gruppo Falcone-Borsellino, ndr) mi davano le indicazioni”. Scarantino ha anche lanciato accuse nei confronti dei componenti del Gruppo investigativo che erano presenti a casa sua e che “erano stati mandati da La Barbera ad aiutarmi per sistemare le parti che andavano in contrasto”. Si tratta dell'allora ispettore superiore della polizia di Stato di Palermo, Fabrizio Mattei, e l'allora agente scelto Michele Ribaudo. “Chi avete sentito al processo, gli ispettori Mattei, Ribaudo, Valenti non dicono la verità. L’unica cosa che i primi due hanno detto di vero è che sono venuti a casa mia. Ma la verità è che mi hanno aiutato a sistemare le mie dichiarazioni”. Indicazioni che sarebbero state fornite sia prima di un interrogatorio con i magistrati che prima di un'udienza. Addirittura durante i sopralluoghi, come quello avvenuto per individuare l'autofficina di Orofino indicata all'epoca da Scarantino come il luogo in cui venne preparata la 126. “Eravamo io, Militello, Valenti, 'u Francisi e l'ispettore Inzerillo, abbiamo preso via Messina Marina e io non avevo indovinato, poi siamo scesi di nuovo e io non avevo indovinato… dico 'forse mi è sfuggito'. Allora Valenti mi dice 'è là'" indicando l'ubicazione da lontano”. Della carrozzeria di Orofino, rispondendo alle domande dei pm il falso collaboratore di giustizia, ha precisato: “mi hanno mostrato queste foto però non so indicare se è stato prima o dopo aver detto che della 126 non ne sapevo niente". Il primo riconoscimento fotografico avvenne il 29 giugno '94, davanti ai magistrati Petralia, Tinebra, Saieva e Boccassini: "Io non ho riconosciuto la carrozzeria, poi mi hanno fatto vedere le foto, dopo parlai con i magistrati, però se non vedevo le foto a loro non dicevo niente”. Proprio l'indicazione della autocarrozzeria di Giuseppe Orofino rappresenta uno degli elementi inquietanti del depistaggio. Al Borsellino (I) Orofino è accusato di essersi procurato la disponibilità delle targhe e dei documenti di circolazione e assicurativi falsi che furono apposti sulla 126 per consentirne la sicura circolazione e la collocazione sul luogo della strage. Sarà il pentito di Brancaccio Gaspare Spatuzza, diversi anni dopo, a spiegare che in quell'officina andarono a rubare le targhe di macchine che erano in riparazione. E tra queste vi era la targa usata per metterla nella macchina dell'autobomba. Che siano stati frammenti di verità fatti dire allo Scarantino, in mezzo a tante dichiarazioni fumogenee, proprio per rendere più “credibile” la storia? Lo stesso si può dire per quelle accuse fatte da Scarantino contro esponenti della famiglia di Brancaccio, che hanno portato alla condanna definitiva di mafiosi di primo piano come Giuseppe Graviano, Filippo Graviano, Francesco Tagliavia, Fifetto Cannella e Lorenzo Tinnirello. “L’unico che conoscevo personalmente era Pietro Aglieri. Altri li mettevo così – ha spiegato Scarantino - Io sapevo di non rischiare. Mi dicevano sempre di stare tranquillo anche se dentro di me sapevo che dove andavo, andavo, potevo essere screditato”. E parlando delle dichiarazioni riferite sulla riunione nella villa di Calascibetta prima delle stragi ha detto: “Su Rai3 si parlava delle riunione per fare le stragi, io ascoltando queste cose e quando il dottor La Barbera mi chiede dove era stata fatta la riunione io indicai Calascibetta che era latitante. Così lui mi fa vedere l’album chiedendomi chi c’era a quella riunione. E io rispondevo. Come sono infame per uno sono infame per 20 e io li ho accusati. Queste persone erano nelle sue indagini e lui me lo faceva capire”.


Il magistrato e l'innominato

Se La Barbera, che tempo dopo si scoprì essere anche appartenente dei servizi segreti con il nome in codice Rutilius, ed i suoi uomini sono stati protagonisti, accanto a loro, nel racconto di Scarantino, emergono anche altre figure. Infatti, parlando dei verbali ricevuti e su cui avrebbe lavorato assieme agli agenti del Gruppo Falcone-Borsellino, per “aggiustare” le dichiarazioni rese, il falso pentito ha riferito di averli ricevuti dall'ex pm Annamaria Palma, ora in servizio alla Procura generale di Catania. “Eravamo nei locali dello Sco di Roma – ha detto - Mentre ci allontanavamo mi diedero questi verbali dei precedenti interrogatori. Me li consegnò un poliziotto al quale li aveva dati la dottoressa Palma”. Inoltre, accanto a La Barbera, vi è lo spettro di un uomo in borghese che raggiunse Scarantino nel carcere di Pianosa, prima che la collaborazione con la giustizia fosse avviata: “Quando mi trovavo al carcere di Pianosa vennero Arnaldo La Barbera, un comandante della polizia penitenziaria ed un altra persona che non conoscevo. La Barbera me lo presenta come uno ‘importante’, un amico. Sicuro era più in alto (come importanza, ndr) di lui”. Di questo soggetto aveva parlato già durante la trasmissione di Michele Santoro, Servizio Pubblico, nel gennaio 2014. Durante quell’intervista, alla domanda circa la presenza di agenti dei servizi segreti, rispose che in un'occasione il questore Arnaldo La Barbera si presentò in carcere con uno sconosciuto che indicò come un "personaggio importante", ma di non sapere se fosse dei "servizi". Ed oggi ha confermato: “C’era questo uomo con i capelli castani. Era la prima volta che lo vedevo. Erano venuti davanti alla cella dove io ero in isolamento. Questa persona mi dice di stare tranquillo, di fare quello che il dottor La Barbera mi diceva. Era in borghese ma capì che era più importante di La Barbera. Quel che è certo è che dopo Pianosa non l’ho rivisto più”. Elementi che aprono ad ulteriori scenari investigativi e che dovranno essere approfonditi. Intanto non resta che una certezza sul depistaggio: Scarantino, che ovviamente assieme agli altri falsi pentiti ha le sue responsabilità, è l'anello debole di uno scenario ben più grande dove un pezzo dello Stato, o meglio dell'anti-Stato, ha agito per coprire indicibili verità.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila, 28 maggio 2015)





 

Borsellino quater, Scarantino: “Gli ispettori che avete sentito al processo hanno mentito. Loro mi davano indicazioni”


di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 28 maggio 2015


“Chi avete sentito al processo, gli ispettori Mattei, Ribaudo, Valenti non dicono la verità. L’unica cosa che i primi due hanno detto di vero è che sono venuti a casa mia. Ma la verità è che mi hanno aiutato a sistemare le mie dichiarazioni. Io voglio fare un confronto con Mattei, l’ho detto al mio avvocato”. E’ questo l’atto d’accusa di Vincenzo Scarantino, imputato al processo Borsellino quater ed oggi ascoltato dalla Corte. “Loro - ha precisato - dicono che non è vero che aggiustavano le dichiarazioni ma non è così.
Io non dico che sono persone cattive perché loro me li ha garantiti La Barbera. Lui mi disse che mi avrebbero dato una mano. E loro hanno fatto il lavoro che gli aveva assegnato La Barbera, che era informato di tutto. Mi ricordo anche che una volta, prima di un processo mi dice La Barbera: ‘Segui loro, non ti preoccupare che sarai una bomba’”. A Scarantino, durante l’esame, sono anche stati mostrati i verbali dove sono presenti alcune annotazioni: “Questa non è la mia scrittura - ha detto con fermezza - Ci sono annotazioni e bigliettini, la grafia è la stessa ma non è la mia. Sono cose da aggiungere o precisare. Chi mi diceva come intervenire? Il Mattei o quando andavo ai processi e agli interrogatori anche il dottor Bo e La Barbera mi prendevano da parte”.
Scarantino è poi entrato nello specifico: “Venivano a casa Ribaudo e Mattei. Loro si prendevano i verbali e loro mi spiegavano meglio. C’erano anche annotazioni su Andriotta e Candura. Ricordo anche che, oltre ai verbali, mi leggevano il libro su Buscetta per insegnarmi la grammatica, insegnare come parlare, perché dovevo essere come Buscetta. Loro mi aiutavano e poi io andavo dai magistrati e rettificavo le cose”.
Dopo una contestazione del pm Paci sul come avesse ricevuto certi verbali, il picciotto della Guadagna ha confermato che gli erano stati dati negli uffici della Squadra Mobile a Roma. “Mentre ci allontanavamo c’era Mattei. Lui me li ha dati attraverso la dottoressa Palma”.
L'udienza è terminata ed è stata rinviata al 4 giugno, ore 9:30.




Scarantino: "Della 126 non sapevo niente. Mi fecero vedere le foto, poi parlai con i magistrati"


di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 28 maggio 2015


"Io ho detto a Giampiero Valenti e Mimmo Militello, nella caserma di Bocca di Falco a Palermo, che della 126 non ne sapevo niente" ha spiegato il falso pentito Vincenzo Scarantino parlando dei sopralluoghi fatti per individuare il Garage di Orofino, in via Messina Marina, dove è stata portata la 126 poi imbottita di tritolo per la strage di via D'Amelio. "Eravamo io, Militello, Valenti, 'u Francisi e l'ispettore Inzerillo, abbiamo preso via Messina Marina e io non avevo indovinato, poi siamo scesi di nuovo e io non avevo indovinato… dico 'forse mi è sfuggito'. Allora Valenti mi dice 'è là'" indicando l'ubicazione da lontano. Della carrozzeria di Orofino, ha precisato il falso collaboratore di giustizia, "mi hanno mostrato queste foto però non so indicare se è stato prima o dopo aver detto che della 126 non ne sapevo niente". Il primo riconoscimento fotografico avvenne il 29 giugno '94, davanti ai magistrati Petralia, Tinebra, Saieva e Boccassini: "Io non ho riconosciuto la carrozzeria, poi mi hanno fatto vedere le foto, dopo parlai con i magistrati, però se non vedevo le foto a loro non dicevo niente".
"Mi dicevano che dovevo sempre insistere nelle cose in cui c'era il dubbio - ha affermato ancora il picciotto della Guadagna - dovevo insistere che la cosa era così e basta, così mi dicevano i poliziotti, cioè il gruppo Falcone e Borsellino. Dicevano che mi dovevo arrabbiare, che dovevo sostenere la mia tesi". Parlando di Valenti, Militello, La Barbera, Scarantino ha aggiunto: "Mi hanno insegnato che non dovevo dire 'questi hanno fatto la strage' ma 'noi'. Però nella testa non mi entrava, dopo l'ho imparato a memoria".
Tornando al summit di mafia, Scarantino ha parlato del fatto che solo più di un anno dopo disse della presenza di Giovanni Brusca, oggi collaboratore di giustizia: "Brusca me l'hanno suggerito, non l'ho mai visto in vita mia, così come tante altre persone".





Borsellino quater, Scarantino: “I nomi di Riina, Graviano, Aglieri? Loro erano la ciliegina”

di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 28 maggio 2015

“L’unico che conoscevo personalmente era Pietro Aglieri. Altri li mettevo così. E quando non mi ricordavo o andavo in confusione interrompevo l’interrogatorio, chiedevo di andare in bagno e loro (alcuni membri del Gruppo Falcone-Borsellino, ndr) mi davano le indicazioni”. E’ così che Vincenzo Scarantino, sotto processo al Borsellino quater per calunnia aggravata, spiega le modalità con cui sono stati inseriti i boss di Cosa nostra nella riunione di villa Calascibetta. “Riina ed Aglieri come potevano mancare? Loro erano la ciliegina della torta - ha raccontato il picciotto della Guadagna - Aglieri lo vedevo spesso alla Guadagna e sapevo come era fatto. Mi hanno suggerito le cose, mi hanno detto di dire che aveva premuto il telecomando assieme ad altre persone. Perché ho indicato anche persone fuori borgata? Mi dicevano così. Io Renzino Tinnirello sapevo chi era ma non più di buongiorno e buonasera. Mio fratello mi diceva che era importante e se ho avuto cose di droga con lui è per tramite di mio fratello ma mai in maniera diretta io. Ma anche il discorso di Tinnirello è nato dalle discussioni concordate che si facevano”. Sulla presenza di Giuseppe Graviano alla riunione i pm hanno ricordato allo Scarantino il mancato riconoscimento della foto, il 29 giugno 1994. “Io sapevo di non rischiare. Mi dicevano sempre di stare tranquillo anche se dentro di me sapevo che dove andavo, andavo, potevo essere screditato. E io andavo in bagno se entravo in confusione. Sono andato così tante volte che sembravo un malato di prostata. E lì loro, Bo, La Barbera, mi dicevano ‘di  così, così, così’”. Scarantino ha anche spiegato che in merito al furto della 126 i motivi di alcune discrepanze con le dichiarazioni di Andriotta e Candura erano dovuti al fatto che l’indicazione data a lui era quella di fissare alcuni punti fermi in quelli che erano i suoi ricordi reali. “La Barbera mi consigliò di ‘prendere un punto dove ricordavo’. Ed io ho preso il punto di via Roma per la consegna della macchina. Non importava se andavo contro Candura, l’importante è che facevo i nomi”.



Scarantino: riunione a villa Calascibetta? Decidemmo il luogo con La Barbera

di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 28 maggio 2015


"Quando cominciai a fare colloqui investigativi entrando nel vivo La Barbera voleva sapere dove avevamo fatto la riunione (durante la quale sarebbero state prese decisioni sulla strage di Via d'Amelio, ndr) mi sono messo a ridere - ha detto il falso pentito Vincenzo Scarantino al processo Borsellino quater - non sapevo che dire e ho detto prima Piano Stoppa, dove c'era la mia casetta in campagna, dopo nelle parti dello Zen, poi abbiamo deciso con La Barbera di dire da Peppuccio Calascibetta, che era latitante". Il picciotto della Guadagna ha poi specificato che "questa riunione l'ho sentita sul Tg3" rielaborando poi le informazioni apprese alla televisione e che "l'abbiamo presa assieme" la decisione del luogo, perchè la Barbera diceva che "la mia indagine porta là" e anche perchè "la polizia, i carabinieri, le forze dell'ordine non vanno nella villetta che di un latitante", mentre invece "lo Zen era troppo rischioso, c'era troppa polizia".
"Una volta si parlava (con La Barbera, ndr) per il fatto che io uscivo subito dal carcere, e lui mi ha parlato di Cancemi, che io non conoscevo (il pentito Salvatore Cancemi, deceduto, ndr).  Mi diceva - ha raccontato ancora Scarantino - che non erano solo Andriotta e Candura ad accusarmi, ma anche Cancemi mi stava tirando in ballo, io ho detto fatemi parlare con lui e vediamo. Volevo cambiare carcere e La Barbera mi ha detto che se collaboravo non ci sarei tornato più".
Sul ruolo di "uomo d'onore riservato" che il picciotto della Guadagna aveva dichiarato di avere, ha poi commentato: "Io avevo detto a La Barbera che non potevo essere un uomo d'onore. Avevo detto quello che ero, un ragazzo cresciuto nella strada, andavo a rubare, vendevo sigarette".




Borsellino quater, Scarantino: “La Barbera mi presentò uno importante. Non so se era dei Servizi”

di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 28 maggio 2015


“Quando mi trovavo al carcere di Pianosa vennero Arnaldo La Barbera, un comandante della polizia penitenziaria ed un altra persona che non conoscevo. La Barbera me lo presenta come uno ‘importante’, un amico. Sicuro era più in alto di lui”. E’ ricominciato così, questa mattina, l’esame del falso pentito Vincenzo Scarantino, imputato al processo Borsellino quater. Rispondendo alle domande dei pm nisseni Paci e Luciani, Scarantino ha ribadito quanto detto durante la trasmissione di Michele Santoro, Servizio Pubblico, nel gennaio 2014. Durante quell’intervista, alla domanda circa la presenza di agenti dei servizi segreti, rispose che in un'occasione il questore Arnaldo La Barbera si presentò in carcere con uno sconosciuto che indicò come un "personaggio importante", ma di non sapere se fosse dei "servizi". Ed oggi ha confermato: “C’era questo uomo con i capelli castani. Era la prima volta che lo vedevo. Erano venuti davanti alla cella dove io ero in isolamento. Questa persona mi dice di stare tranquillo, di fare quello che il dottor La Barbera mi diceva. Era in borghese ma capì che era più importante di La Barbera. Quel che è certo è che dopo Pianosa non l’ho rivisto più”. 


Processo Borsellino quater, udienza del 28 Maggio '15

Riprende giovedì 28 maggio 2015, alle ore 9, presso l'aula bunker di Caltanissetta, il processo Borsellino quater, nel quale i pubblici ministeri di Caltanissetta Sergio Lari, Stefano Luciani e Gabriele Paci, indagano sulla morte del giudice Paolo Borsellino, ucciso nella strage di via d’Amelio il 19 luglio 1992 insieme agli agenti della scorta.
Si procederà con l'esame dell'imputato Vincenzo Scarantino.
Oltre a lui, sotto accusa Salvatore Madonia, Vittorio Tutino, Francesco Andriotta e Calogero


di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu (AntimafiaDuemila)



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