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Borsellino quater, Scarantino: “Confessai tutto a don Neri, ma lui andò dal questore” PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari e Miriam Cuccu   
Venerdì 05 Giugno 2015 22:22
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015

Quando Scarantino decise di dire la verità, ha ricordato il falso pentito durante il controesame dell’avvocato Repici al processo Borsellino quater, incontrò suo fratello a Marzaglia, nel modenese, dove abitava: “Lui mi ha detto di dire la verità, dopo ho parlato con don Giovanni Neri, mi ha portato nella sua stanzetta, ha tolto la presa del telefono perchè ci potevano sentire e io ho raccontato tutto. Lui mi ascoltava, mi ha detto di stare tranquillo”. Scarantino sapeva, dal fratello, che don Neri aveva rapporti con le forze dell’ordine “per un fatto di prostituzione, erano amici, mio fratello mi ha detto che era sbirro. Lui lavorava in un circolo di fronte alla chiesa”. Dopo lo sfogo di Scarantino, però, don Neri “è andato dal questore di Modena”.

Il falso collaboratore ha poi parlato di alcuni incontri con il procuratore Tinebra al di fuori degli interrogatori. Il primo avvenne “qualche mese dopo” il 24 giugno ’94, data dell’interrogatorio a Pianosa davanti alla dottoressa Boccassini. Con Tinebra, ha proseguito Scarantino “qualche volta ci vedevamo all’aula bunker di Caltanissetta”, per poi ricordare un’altra occasione a Rosignano, nel ’95, nella caserma della polizia. Il picciotto della Guadagna non è riuscito a rammentare cosa le disse in quel frangente, anche se probabilmente parlarono della telefonata fatta al tg “Studio aperto” per ritrattare la sua versione. “Loro mi assicuravano sempre di stare tranquillo ma io ero una persona instabile perchè non avevo detto la verità”.



Borsellino quater, Scarantino: “La Barbera e Bo mi chiesero di accusarmi dell’omicidio Agostino e della moglie”
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015
Non solo la strage di via d’Amelio, ma anche l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e  di sua moglie Ida Castelluccio, sposata appena un mese prima ed incinta di cinque mesi, a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989. Rispondendo alle domande in controesame di Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, il falso pentito ha detto che Arnaldo La Barbera e  Mario Bo gli avevano chiesto di autoaccusarsi anche di altri omicidi. “Dovevano venire i pm di Palermo ad ascoltarmi e Bo mi disse di parlare di questo omicidio del poliziotto e di questa signora incinta. Dovevo dire che l’avevo fatto io. Ma io gli dissi di no, ‘chi sa accolla questa altra mostruosità’. Loro, Bo e La Barbera, dicevano che le indagini portavano a me ma io negavo perché non me la sentivo di prendermi questo altro cancro”. Scarantino ha poi detto di non ricordare dell’utilizzo, da parte di La Barbera, di una sua fotografia per un verbale di riconoscimento fotografico. “Loro - ha detto il picciotto della Guadagna riferito a La Barbera e Bo - avevano carta bianca e la protezione di persone importanti, l’appoggio dello Stato”.


Scarantino, condanna ex moglie: “La attaccai perché mi dissero che non l’avrebbero toccata”
Il controesame al processo Borsellino quater

di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015
“Conosco due Valenti, tutti e due Gampiero”, così ha specificato Vincenzo Scarantino, rispondendo all’avvocato Scozzola al processo Borsellino quater, distinguendo il poliziotto che insieme a Mimmo Militello lo proteggeva al carcere di Pianosa, e il Valenti che ha testimoniato al processo. Parlando invece del Borsellino uno, il picciotto della Guadagna ha riferito della testimonianza dell’ex moglie, Rosalia Basile: “La dottoressa Palma mi ha detto ‘sua moglie ci ha messo in difficoltà’, io dovevo salire sul ring” per contestarla. Ma la testimonianza doveva avvenire “a condizione che a lei non succedesse niente, ma quel giorno, quando aspettava nella stanzetta, gli hanno fatto trovare l’ispettore Inzerillo, può essere per convincerla, o perché sapevano che ero geloso di tutti. Lei ha fatto finta di non conoscerlo, appena ha cominciato a parlare io cominciai ad attaccarla e intimorirla. La dottoressa Palma me l’aveva garantito – ha rimarcato – io sono sceso a compromessi a patto che nessuno procedesse nei confronti della mia ex moglie”. Solo nel corso dell’udienza odierna, Scarantino ha appreso che la Basile è stata processata e successivamente condannata a Catania: “Sono salito sul ring con la sicurezza che non sarebbe stata toccata, oggi dopo 15-20 anni vengo a sapere che hanno fatto tutto al contrario, come sempre”.
Ricordando poi il confronto con il pentito Cancemi, il quale l’aveva invitato a riferire chi fosse il soggetto che gli suggeriva cosa dire, Scarantino ha aggiunto: “Ho guardato verso il dottor La Barbera, che era all’angolo della mia destra, sempre dietro le spalle. Poi mi ha rimproverato Petralia, quando ho risposto a Cancemi ‘dillo tu chi mi suggerisce le cose’”. I magistrati presenti, ha concluso, “mi hanno detto di stare tranquillo” nonostante il confronto avesse dato esito negativo.


Borsellino quater, Scarantino: “Ho paura. Ho ricevuto minacce psicologiche ma non posso dimostrarle”
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015
“Ho paura. Sono successe certe cose, tante cose che non si possono dire”. In lacrime, Vincenzo Scarantino risponde durante il controesame dell’avvocato Di Gregorio alla domanda se avesse ricevuto di recente, da quando è stato scarcerato a Torino, minacce ed intimidazioni. “Io sono solo - ha detto. Certe cose non si possono dire. Mi sono successe tante cose, minacce psicologiche che arrivano. Per ora non vedo l'ora o che me ne vado di qua o che mi arrestano e mi fanno stare tranquillo. Io sto male, giorno dopo giorno butto sangue”. Alla domanda più specifica del Presidente Balsamo se avesse ricevuto minacce il falso pentito ha detto: “Non posso dimostrare”. E sempre in lacrime ha detto rivolgendosi alla corte: “Dopo questi giorni si vedrà. Io non vivo sto male però quello che viene viene, ma almeno se mi devo fare qualche cos o ammazzatemi o portatemi al carcere ma non fatemi vivere così”.
Durante il controesame Scarantino ha anche parlato dei riconoscimenti fotografici effettuati sui pentiti Di Matteo, La Barbera.
“Io non li conoscevo ma mi dicevano di stare tranquillo che tanto erano con loro (nel senso che erano gestiti dalla polizia, ndr). Era tutto fatto per vestire il pupo, per far rovinare tanta gente”.
A quel punto il presidente Balsamo ha chiesto precisazioni. “Loro mi assicuravano che i pentiti avrebbero detto le stesse cose mie, di stare tranquillo che ‘anche loro sono nostri e pure loro diranno la verità che stai dicendo tu’. Questo lo dicevano La Barbera e Bo, ma poi così non è stato e mi hanno fatto nero.  
Alla domanda se avesse dei numeri di telefono di magistrati con cui si sentiva il falso pentito della Guadagna ha detto di sì, confermando quanto scritto in una lettera dalla sua ex moglie, la signora Basile. “La mia ex moglie scrisse quello che io le dissi - ha aggiunto Scartantino - I numeri telefonici di magistrati? Avevo i cellulari. Di chi? Tinebra, Palma e Petralia, oltre ai numeri della polizia.


Borsellino quater, Scarantino: “Sapevano tutti che non c’entravo niente”
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015
“Mattei (allora ispettore superiore della polizia di Stato di Palermo, ndr) lo sapeva, lo sapevano tutti” ha continuato il falso pentito Vincenzo Scarantino nel corso del controesame, al processo Borsellino quater, dell’avvocato Rosalba Di Gregorio, ricordando di aver affermato ai poliziotti la sua innocenza e l’estraneità dalla strage di via D’Amelio. “Quando l’ho detto al dottor Ricciardi – ha aggiunto – si è trasformato nella faccia, mi voleva mettere i bambini in un istituto. Cercavo di tornare indietro però era impossibile”. Parlando ancora di Mattei e Michele Ribaudo, agente scelto all’epoca, ha detto: “La Barbera mi ha detto di seguire questi ragazzi che erano bravi e io mi sono messo a disposizione a studiare… loro mi scrivevano facevano queste domande, io dovevo pure giustificare o cercare di aggiustare e trovare una soluzione com’era meglio, certe volte non ci arrivavo e mi davano un suggerimento”. Il picciotto della Guadagna ha specificato che aveva “una protezione”, all’interno del carcere di Pianosa, “perché poteva essere che qualcuno mi faceva male”. Si trattava di Giampiero Valenti e Mimmo Militello. Durante il controesame è emerso che nel gruppo Falcone-Borsellino vi sarebbero stati due Giampiero. Uno, quello che aveva fatto parte della scorta di Falcone, “era spuntato (stempiato, ndr) nella fronte e un po’ nella nuca, la faccia un po’ scavata, la mia stessa altezza ma più grosso, capelli brizzolati e carnagione olivastra, occhi scuri”. Scarantino ha anche detto che questo Giampiero, non era il Valenti che ha testimoniato al processo insieme agli altri poliziotti: “Lui aveva gli occhi azzurri ed era un po’ più basso di me, la voce non era quella, era tutta un’altra persona. Era sempre del gruppo Falcone e Borsellino ma quel Giampiero della scorta del dottor Falcone è tutta un’altra persona”.
“Colloqui ne ho fatti tanti – ha poi dichiarato Scarantino – ma davo delle indicazioni, continuavo a dire ‘se volete la macchina me la accuso’”. Inizialmente, quando i colloqui investigativi non arrivavano a niente, ha detto ancora il falso collaboratore, La Barbera “cercava di stimolarmi, perchè io non ho mai chiesto di parlare con gli investigatori”, e dopo i maltrattamenti “mi diceva ‘tu devi stare tranquillo, ci dici quello che sai di queste cose’. Dopo siamo entrati nelle cose della strage ma non ne sapevo niente”.


Borsellino quater, Scarantino: “Ho dovuto accusare persone all’ergastolo. Il motivo lo spiegò la Palma”
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015

“Se ricordo bene la Palma mi disse che con un ergastolo si poteva uscire se scoppiava una guerra, con due invece uno deve rimanere”. E’ così che, secondo il falso pentito Scarantino, l’ex pm nisseno avrebbe risposto alla domanda dello stesso sul motivo per cui doveva accusare delle persone che già avevano l’ergastolo. L’esame del picciotto della Guadagna sta proseguendo, questa mattina, in videconferenza. Rispondendo alle domande dei pm Scarantino ha anche detto di non ricordare di aver mai detto al pm Antonino Di Matteo di essere all’oscuro delle stragi. “Non ho mai detto nulla - ha riferito - Non è che ho fatto tanti interrogatori con lui perché li facevo sempre con Palma e Petralia, con Di Matteo ne ricordo uno a Genova. Per quello che ricordo però a Di Matteo non dissi nulla però io davo per scontato non del mio pensiero, ma del pensiero di quelli che mi gestivano delle forze di polizia, a me mi hanno convinto…Non è che c’è differenza tra La Barbera e i magistrati, era più lui che i magistrati”. Il falso pentito ha anche riferito di un interrogatorio alla presenza di Ingroia: “Mi sembra che c’era anche Natoli, una volta si è messo a ridere Ingroia, quando cominciai ad aprire la bocca, quando cominciai a parlare di Berlusconi, di tutte queste cose di omicidi di Stefano Bontade e vedevo che si è messo a ridere. Non disse nulla ma aveva un’espressione scettica. Mi sono pure incavolato ma Bo mi diceva: ‘lascia perdere che te ne frega di questo’”. Infine ha raccontato dell’interrogatorio a Jesolo con la Boccassini: “Ricordo bene le sue parole. Mi disse che non mi credeva. Mi ha stretto la mano e mi ha detto che non mi credeva. Lei stava per lasciare l’incarico. In quel momento nella stanza eravamo soli. Anche se ricordo che alle spalle della Boccassini c’era qualcuno”.


Borsellino quater, Scarantino: “Tinebra mi disse di prendere la collaborazione come un lavoro”
di Aaron Pettinari e Miriam Cuccu - 4 giugno 2015
“La collaborazione dovevo prenderla come un lavoro. Me lo disse il Procuratore Tinebra”. E’ ripreso questa mattina l’esame del falso pentito Vincenzo Scarantino al processo Borsellino quater, dove lo stesso è imputato per calunnia (assieme a Francesco Andriotta e Calogero Pulci; al processo sono invece imputati per strage i boss mafiosi di Brancaccio Salvo Madonia e Vittorio Tutino). Rispondendo alle domande dei pm Paci e Luciani il picciotto della Guadagna, ricordando alcune fasi delle ritrattazioni avvenuta durante la sua collaborazione con la giustizia, ha ricordato di aver parlato anche con i magistrati. “Io non riuscivo ad aprirmi totalmente con i magistrati a svuotare il sacco ma lo facevo capire - ha detto, collegato in videoconferenza - Piangevo, dicevo che non sapevo nulla della strage. Mi sentivo anche in colpa nei confronti dei magistrati a tornare indietro”. A quel punto il dottor Paci ha ricordato che lo scorso febbraio 2014, in un interrogatorio davanti ai pm nisseni, aveva riferito che a margine di altri interrogatori aveva avuto modo di dire alla dottoressa Palma, al dottor Petralia ed anche a Tinebra di essere estraneo alla strage. E Scarantino ha confermato. “Ricordo che piangevo, che stavo male, che c’erano disagi. Tinebra l’ho incontrato a Rosignano nell’estate del 1998. Non era un’interrogatorio, io li ho interpretati come un’assicurazione. Io gli dissi i miei disagi, volevo lavorare, non volevo più stare così, volevo tornare in carcere, perché c’erano tante cose che non mi andavano bene. E confermo che lui disse di stare tranquillo che questa cosa la dovevo prendere come fosse un lavoro”.
Scarantino ha poi aggiunto di aver avuto uno sfogo anche con la dottoressa Annamaria Palma. “Una volta piansi anche con la Palma e dissi che non sapevo niente e lei mi rispondeva di stare tranquillo che era un momento di sconforto”. Anche in questo caso nell’interrogatorio del 2014 davanti ai pm nisseni Scarantino era stato più preciso: “Disse stia tranquillo che se non hanno fatto questo hanno fatto altre cose che pagano”. Un’affermazione che è stata confermata questa mattina durante l’esame. Questo sfogo di Scarantino sarebbe avvenuto dopo i confronti avuti con i tre collaboratori di giustizia Cancemi, La Barbera e Di Matteo.


Aaron Pettinari e Miriam Cuccu (AntimafiaDuemila)







 

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