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Home Documenti Il fango sul Prof. Parmaliana. La condanna contro il corvo togato, l'ex procuratore Franco Cassata: "giustizia è arrivata"
Il fango sul Prof. Parmaliana. La condanna contro il corvo togato, l'ex procuratore Franco Cassata: "giustizia è arrivata" PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Fabio Repici   
Martedì 23 Giugno 2015 10:05
di Fabio Repici - 23 Giugno 2015

LE IMPRESSIONI D’UDIENZA DELL’AVV. FABIO REPICI. ‘L’ULTIMO ATTO DI UNA STORIA TRISTE’. ‘IL SINDACO DI BARCELLONA MATERIA CHIEDA SCUSA E SI DIMETTA’

Anche stavolta queste impressioni d’udienza sono scritte in piena notte. E anche stavolta sono passate poche ora da una sentenza, nel giudizio a carico dell’ex Procuratore generale di Messina Antonio Franco Cassata, imputato di diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana. Nella distrazione indecente del mondo dell’informazione, ieri sera si è concluso il giudizio d’appello. E ieri sera il Tribunale di Reggio Calabria, nella persona del giudice Alberto Romeo, ha confermato la sentenza di condanna emessa il 24 gennaio 2013 dal giudice di pace di Reggio Calabria Lucia Spinella. Il corvo che nel settembre 2009 aveva tentato di sommergere nel fango l’immagine di Adolfo Parmaliana con un bieco dossier anonimo era proprio Franco Cassata, al tempo il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina, oltre che il santo patrono della peggiore Barcellona Pozzo di Gotto.
Non era passato un anno da quel tragico 2 ottobre 2008 nel quale un uomo giusto, uno scienziato apprezzato e un militante politico, Adolfo Parmaliana appunto, si era tolto la vita, dopo aver lasciato un’ultima lettera nella quale aveva illustrato il suo definitivo atto d’accusa contro “la Magistratura barcellonese/messinese”. Con quel lucidissimo e angosciante documento, di cui prima o poi dovrebbe essere disposta la lettura a tutti gli studenti della nazione per far loro comprendere come il sonno della ragione alla periferia dell’impero possa portare alla dissoluzione morale della società e al martirio dei suoi cittadini migliori, Adolfo aveva assegnato un onere gravosissimo a cinque persone, indicate come esecutori del suo testamento morale. A chiunque era bastato leggere quei cinque nomi (“Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo”) per comprendere che “la magistratura barcellonese/messinese” voleva dire, innanzi tutto, Antonio Franco Cassata e Olindo Canali. Non era passato un anno da quel piovoso e plumbeo 2 ottobre 2008 e il corvo barcellonese Antonio Franco Cassata, insieme ad alcuni complici che finora l’hanno fatto franca, compilava un fetido dossier anonimo corredato di altrettanto olezzosi documenti per tentare di dire come Adolfo – altro che eroe borghese! – fosse un ceffo spregevole, dedito all’affarismo più scellerato in campo accademico e in campo politico.
Ma per quale motivo un magistrato così potente si era abbassato a tanto di abiezione e di ignominia? Qui occorre fare alcune riflessioni. In quel settembre 2008, allorché Cassata rastrellava fango (fra i tombini delle fogne dell’università di Messina, fra le pagine maleodoranti di Centonove e gli articoli di Michele Schinella, fra i deliri di presunti ambientalisti da macchietta, fra gli archivi dell’odio lividamente gestiti da squallidi compaesani di Adolfo), era in via di completamento la biografia di Adolfo da parte dello scrittore Alfio Caruso. Dopo aver invano mobilitato il suo amico Melo Freni, dopo aver tentato di intervenire facendo pressioni per il tramite di Matteo Collura, mentre si adoperava attraverso parenti e amici nello stalking ai danni di Alfio Caruso, Cassata immaginò il dossier anonimo come soluzione finale. Tutto doveva essere tentato per impedire che “Io che da morto vi parlo”, di Alfio Caruso, editore Longanesi, arrivasse nelle librerie dell’intera nazione, accendendo un pericoloso riflettore sulla “Giustizia barcellonese/messinese” dell’ultima lettera di Adolfo.
Ecco perché il 24 settembre 2009 quel ripugnante dossier anonimo, dopo essere stato spedito a se stesso (un classico degli anonimisti) presso la Procura generale di Messina e al sindaco di Terme Vigliatore, venne recapitato da Cassata a Milano allo scrittore Alfio Caruso e a Palermo al senatore Beppe Lumia, al quale ultimo occorreva infine spiegare che non doveva permettersi di mantenersi lealmente fedele alla memoria di Adolfo Parmaliana.
Alfio Caruso e Beppe Lumia: anche su quei due destinatari occorre fare alcune riflessioni.
Era stato per un puro caso che il grande scrittore, che ha raccontato con laica e schietta sapienza l’Italia dell’ultimo secolo, aveva conosciuto la storia di Adolfo. Ed era stato per un caso ancora più imprevedibile che Cettina Parmaliana, a due mesi da quel 2 ottobre 2008, aveva visto e sentito quello scrittore raccontare in televisione la storia del suo Adolfo. E per questo Cettina, memore dei libri di Alfio Caruso sulla storia della mafia e del PUS (il partito unico siciliano) ben in mostra nella libreria di Adolfo, aveva telefonato allo scrittore, mettendogli a disposizione l’archivio del marito.
Era andata così e il risultato era stato quel paradosso che è un po’ l’emblema dell’Italia di questi tempi: Alfio Caruso, intellettuale conservatore dalla schiena dritta, stava per completare la biografia del compagno Adolfo Parmaliana, il figlio dell’operaio Basilio Parmaliana che a 19 anni si era già iscritto al Pci e aveva sempre proseguito nella militanza politica, pur con l’eresia di chi ha la testa pensante e non riesce a intrupparsi nel gregge, nel Pds e nei Ds (la tessera del Pd no: per Adolfo la fedeltà politica aveva un limite e il Pd era molto oltre quel limite). Per dare il meritato lustro allo scienziato e militante di sinistra e alle sue battaglie, culminate con il gesto con cui si era tolto la vita, c’era voluta la penna dell’allievo di Montanelli.
Beppe Lumia, poi, era stato l’unico esponente del suo partito nel quale Adolfo fino all’ultimo aveva potuto riporre sicura fiducia. Il senatore siciliano aveva sempre dato supporto al docente dell’università di Messina, anche quando questi aveva rischiato perfino l’incolumità fisica nelle riunioni del direttivo provinciale o quando – era il gennaio 2005 – aveva denunciato in un’affollatissima assise come un dirigente provinciale avesse tentato di subornarlo il giorno prima della testimonianza che Adolfo era stato chiamato a rendere al Consiglio superiore della magistratura nel 2002 a carico di Cassata. “Fuori il nome!”, aveva urlato con la consueta voglia di verità il compianto avvocato Giuseppe Cappuccio. “Vito Siracusa”, aveva risposto senza remore Adolfo Parmaliana, che quanto a trasparenza certo non era da meno di Cappuccio. Perfino quando Adolfo aveva rifiutato la tessera del Pd Lumia aveva continuato a rimanergli vicino e perfino dopo la morte aveva proseguito a tenerne alta la memoria, coerente al testamento spirituale di Adolfo. Per questo pure Lumia era da riportare a più miti consigli, secondo Cassata, e per questo pure lui era diventato destinatario di quel dossier anonimo, affinché potesse essere indotto a dubitare delle virtù morali di Adolfo Parmaliana, nell’imminenza del ricordo di Adolfo a un anno dalla morte, in una manifestazione alla quale Lumia aveva assicurato la propria presenza.
Ecco da cosa era nato quel dossier anonimo, dall’esigenza di ostacolare l’uscita di un libro di uno scrittore di fama pubblicato da una casa editrice autorevole e di frenare l’impegno di un esponente politico conosciuto in tutto il paese per l’impegno contro Cosa Nostra: senza quei due risultati, si sarebbe alzato il sipario sulle nefandezze della provincia di Messina e del suo vero capoluogo, Barcellona Pozzo di Gotto, sui deragliamenti del rito peloritano, sulle coperture e gli insabbiamenti che erano stati nitidamente fotografati nell’informativa Tsunami redatta nel 2005 dall’allora capitano Cristaldi (ecco perché il suo nome nell’ultima lettera) della Compagnia di Barcellona Pozzo di Gotto. E a quali magistrati faceva riferimento Tsunami, se non Cassata e Canali? Tsunami per Adolfo, che ne aveva fatto un proprio pallino, era stata una specie di decriptatore attraverso il quale aveva finalmente compreso, esattamente in linea con quanto aveva raccontato nel 2002 al Csm nel procedimento a carico di Cassata, quali erano le maglie della catena che avevano garantito impunità al malaffare degli amministratori comunali della sua Terme Vigliatore, il cui grado di compromissione era stato certificato dal decreto del Presidente Ciampi, con il quale l’amministrazione il 22 dicembre 2005 era stata sciolta per condizionamento mafioso.
Quando, però, Cassata e i suoi ancora per poco anonimi complici realizzarono quel ributtante dossier anonimo furono traditi dalla leggerezza alla quale sempre conduce l’abitudine all’impunità. E così fra i documenti allegati fu inserito anche un fax che immediatamente i dati del traffico telefonico certificarono essere stato ricevuto proprio dalla Procura generale di Messina. Da lì le indagini, subito dopo che per conto di Cettina Parmaliana proposi querela, furono trasferite alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria. Fortuna volle che in quegli anni quell’ufficio requirente fosse guidato da Giuseppe Pignatone e che il fascicolo venne assegnato a un sostituto tanto giovane quanto intelligente e onesto, che sulle devianze barcellonesi ormai aveva acquisito una notevole esperienza, Federico Perrone Capano. Fu proprio quest’ultimo a vivere una scena da film, che avrebbe finito per segnare il destino giudiziario di Cassata. Trovandosi per attività istruttoria dentro l’ufficio di Cassata alla Procura generale di Messina, Perrone Capano si accorse che in un’elegante vetrinetta c’era uno strano faldone. La dicitura che vi si leggeva sopra lo dovette fare saltare in aria dalla sorpresa: “Copie esposto Parmaliana da spedire”. Sì, avete letto bene, proprio “da spedire”. Erano altre tre copie dell’esposto anonimo originale, privo dei timbri del protocollo che invece campeggiavano nella copia ufficialmente ricevuta dal Procuratore generale. Il giovane sostituto non poté che effettuare un fantasmagorico sequestro nella stanza del Procuratore generale, dopo che la sua preziosa vetrinetta fu aperta dalla più “fedele” fra i cancellieri dell’ufficio, la dr.ssa Franca Ruello, moglie di Olindo Canali. Il mese dopo Cassata fu interrogato da Pignatone e Perrone Capano, in un verbale che andrebbe fatto studiare nei corsi di formazione per i pubblici ministeri, altro che le trovate televisive di qualche magistrato-scrittore. Cassata era rimasto tanto in braghe di tela che la settimana dopo chiese un nuovo interrogatorio, pensando di mettere una pezza con l’indicazione di un testimone che avrebbe dovuto fornirgli l’alibi ma che sembrava trovato, questo sì, nella sceneggiatura di un film con Bombolo e Alvaro Vitali. Era un commesso della Procura generale, Ciro Alemagna, che oggi si trova imputato di falsa testimonianza e che nel dicembre 2008, da pensionato, manteneva strane mansioni alla Procura generale, descritte con involontaria ironia da se stesso (in puro slang campano) e da Cassata all’unisono. Alemagna: “Le dirò di più ancora, io già ero in pensione, però il Dottore Cassata, dato che io ho avuto sempre un ottimo rapporto e anch’io per sbarcare il lunario, perché ho problemi economici, vado ogni tanto in ufficio, lui mi accoglie sempre come si deve, anche i colleghi”; Cassata: “premetto che Alemagna da circa una ventina di giorni nonostante le mie pressioni del colleghi la del ministero di farlo restare ancora un po’, lui continua a venire alla procura generale, perché sbriga qualche cosetta per me”. Quindi, utilizzando le stesse parole degli interessati, Alemagna “per sbarcare il lunario”, “sbrigava qualche cosetta” per Cassata. Nella specie, sbrigò quella che, per il giudice di primo grado e, è da credere, anche per il Tribunale che ieri ha confermato la condanna, è una falsa testimonianza, fornendo un falso alibi.
Davanti a cotante prove uno sarebbe stato portato a pensare che l’imputato avrebbe confessato e implorato la concessione delle attenuanti generiche. No, pensieri da ingenuo. Durante il processo alle volte (e fino a ieri) è parso che gli imputati fossero, di volta in volta, Alfio Caruso, Beppe Lumia, la modesta persona di chi scrive queste righe e infine Adolfo. Al quale, evidentemente, ancora oggi qualcuno non riesce a perdonare di essere stato un militante politico innervato dei valori dell’onestà e del progresso, uno scienziato che era riuscito a farsi da solo con l’amore di un padre operaio e di una mamma ostetrica di paese (“levatrice”, si diceva dalle mie parti quand’ero bambino), un professore universitario apprezzato nell’intero paese e adorato dai suoi studenti.
Questo per dire come la bella notizia di ieri (ché tale è una sentenza che anche davanti a un imputato potente preferisce affermare giustizia e riconoscere tutela morale alla memoria di Adolfo Parmaliana), in realtà, è l’ultimo atto di una storia triste, perché è una storia che sembra la narrazione di un novello Don Chisciotte, riscritta in tragedia come fosse uscita dalla penna di Euripide o di Shakespeare, che ci insegna tante cose. Ci insegna che anche alla periferia dell’impero, come una straordinaria scrittrice ha dimostrato di questi tempi, possono accadere storie che si sollevano dalla dimensione privata e acquistano i caratteri della Storia, anche nella provincia di Messina, anche in quel buco del culo del mondo che è Terme Vigliatore, il paese dal quale Adolfo non seppe mai distaccarsi e per amore del quale, per certi versi, Adolfo terminò la sua vita. Ci insegna che anche i satrapi apparentemente intoccabili della periferia dell’impero alla fine possono scivolare su una buccia di banana. In seguito alla condanna di primo grado Cassata, dopo una surreale inaugurazione dell’anno giudiziario con la sedia vuota del Procuratore generale, andò ignominiosamente in pensione. Ridestatasi civilmente la Barcellona di Cassata da un molto diffuso servilismo di decenni, grazie alla parentesi di una sindaca legalitaria, Maria Teresa Collica, che aveva dovuto subire perfino i manifesti sui muri della città con tanto di marchio del circolo Corda Fratres, il sodalizio paramassonico di Cassata, e che era stata fatta cadere per una mozione di sfiducia proposta dagli ex seguaci del senatore Nania e votata scelleratamente da uno scellerato Pd (giusto per ribadire la giustezza delle valutazioni di Adolfo su quel partito), nove giorni fa la città si era riconsegnata al passato, votando a maggioranza il delfino (che a vederlo sembra più un rospo) del senatore Nania. E, poiché in certi ambienti i messaggi simbolici sono importanti e Cassata da tempo covava la voglia di fare politicamente uno sfregio sul volto dell’ex sindaca Collica, ecco che domenica scorsa il nuovo sindaco era andato al museo Cassata (sì, lo sapete, c’è pure il museo, e in fondo pure un involontario teatro itinerante in città) a baciare la pantofola del santo patrono (ormai ex), con tanto di foto comparsa sul quotidiano locale. Giusto il giorno prima della sentenza di condanna: insomma, non è stata una bella pensata per Cassata. Ma è stato un gesto politico osceno del neosindaco di Barcellona Pozzo di Gotto, il quale oggi dovrebbe chiedere pubblicamente scusa alla memoria di Adolfo Parmaliana e ai suoi familiari, al più presto, e poi immediatamente dimettersi per minima dose di decenza morale, se conosce il significato di queste parole.
Io, però, ancora ieri ho compreso che da quel maledetto 2 ottobre 2008 e da quelle parole vergate da Adolfo nella sua ultima lettera non sono ancora riuscito a elaborare il lutto. Me ne rendevo conto ieri in udienza, pure quando uno dei due difensori di Cassata, l’avv. Veneto, chissà perché, ha confuso il nome del suo assistito con quello del capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto, Cattafi. E pensavo a tutto ciò che da quel 2 ottobre 2008 ho visto. E a quello che io e pochi altri in solitudine, e i congiunti di Adolfo per primi, abbiamo dovuto subire in tutti questi anni. Me ne rendevo conto nell’aula di udienza, quando a un certo punto ho incrociato gli occhi tristi e angosciati della moglie di Adolfo, che in tutti questi anni, insieme ai suoi figli, Gilda e Basilio, ha mostrato alla nazione cosa voglia dire dover tutelare da soli, nella smemoratezza delle istituzioni, la memoria di un uomo che anche per difendere le istituzioni aveva dato la sua vita. E – sebbene possa sembrare che io non sia la persona più indicata per dirlo, ma l’ultima lettera di Adolfo me ne dà senz’altro titolo – ho pensato a quanto sarebbe bello (anzi, quanto sarebbe normale per un paese civile) se il Presidente della Repubblica si rendesse conto che la vita e la morte e tutta la storia di Adolfo Parmaliana sono una ricchezza formidabile per questo paese sbandato e che sarebbe proprio un bel gesto invitare al Quirinale la moglie e i figli di Adolfo, per rappresentar loro simbolicamente che l’Italia non dimenticherà il prof. Parmaliana.
Adolfo non tornerebbe in vita. Ma la sua memoria riposerebbe finalmente in pace e nel giusto prestigio che merita. E, chissà, forse a quel punto riuscirei a elaborare il lutto. La sentenza di ieri è servita anche a questo. Dopo la condanna in primo grado Cassata ebbe il coraggio di sostenere che la Giudice era stata minacciata da me. Non so se oggi si inventerà qualche altra calunnia, magari che io o i familiari di Adolfo abbiamo corrotto l’intero Tribunale di Reggio Calabria. Certe oscenità ho imparato che bisogna farsele scivolare addosso. So, però, che Mariella Cicero, Biagio Parmaliana e io, difensori di parte civile nel processo conclusosi ieri in appello, abbiamo avuto ragione nel batterci confidando che giustizia sarebbe arrivata.
Infine, è arrivata.

Fabio Repici


da: StampaLibera.it

 

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