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2 agosto 1980-2 agosto 2015: domani alla stazione per le promesse mancate PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gigi Marcucci   
Sabato 01 Agosto 2015 14:41

di Gigi Marcucci - 1 agosto 2015

Esattamente trentacinque anni dopo l’esplosione della bomba che uccise 85 persone e causò 200 feriti si tornerà, domani, domenica 2 agosto, alle 10.25, a fermarsi tutti insieme nella piazza della stazione di Bologna.
Toccherà al presidente del Senato Pietro Grasso ricordare quella strage per la quale sono stati condannati gli esecutori, terroristi di matrice fascista, mentre rimangono ancora numerose ombre sui mandanti.

Un evento creato per essere incomprensibile
Difficile ricordare una strage, perché si tratta di un evento creato per restare incomprensibile, sia per l’inusitata violenza, apparentemente inaccessibile a spiegazioni, sia per i depistaggi – investigativi e mediatici -, ricostruzioni improbabili, speculazioni che di solito l’accompagnano. È difficile fissare nella memoria qualcosa che non si riesce a mettere a fuoco, un’immagine intravista attraverso lenti appannate.


 

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Depistatori e stragisti

La strage del 2 agosto da questo punto di vista è una felice eccezione. Non perché i depistaggi non ci siano stati, anzi: i servizi segreti hanno messo in campo manovre sino ad allora inedite (ad esempio, l’esplosivo piazzato ad arte 6 mesi dopo su un treno diretto all’estero, perché li si voleva che le indagini restassero spiaggiate). In questo caso però i tentativi di inquinamento non hanno impedito alla magistratura di individuare gli autori di quell’eccidio (i neofascisti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini) e chi, proprio cercando di sviare le indagini, aveva cercato di coprirli e proteggerli (Licio Gelli, capo della P2, Francesco Pazienza e gli ufficiali del Sismi Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte).


Disvelare le fonti: una promessa mancata

L’eccezione finisce qui se si pensa al contributo che alcuni politici, prodighi di annunci, avarissimi nelle azioni messe obiettivamente in campo per mantenere le promesse, hanno dato al disvelamento di trame e apparati occulti. L’impegno del 2014 di Matteo Renzi, attuale presidente del Consiglio, di “aprire gli archivi” di apparati di sicurezza, forze di polizia e pubbliche amministrazioni (come alcuni ministeri chiave) sembra non possa andare a buon fine. Intanto perché molte delle carte a cui faceva riferimento sono già state esaminate da magistratura e commissioni parlamentari, infine perché le altre, ammesso che siano esistite e che ci siano ancora, sono rimaste chiuse in chissà quali cassetti.
 

Controllori e controllati in un unico ente

Eppure la storia degli apparati più o meno clandestini qualcosa deve avere insegnato. Le cronache hanno ad esempio raccontato di magistrati recatisi presso gli archivi del Sismi, l’ex servizio segreto militare, per prendere visione delle carte di Gladio: giunti a Forte Braschi si erano accorti che quei documenti erano stati affidati in custodia proprio a uno dei membri dell’organizzazione. Certo, non si possono processare le intenzioni, soprattutto se appaiono buone, come quelle enunciate dal premier, ma non si può fare a meno di constatare che tali sono o, almeno, rischiano di restare.


Parole al vento che vengono da Palazzo Chigi

Da questo punto di vista, Renzi il rottamatore si trova in compagnia di molti esponenti di governo e di partito che l’hanno preceduto. Ecco solo i casi più clamorosi. Era il 1994, quattordicesimo anniversario della strage, Roberto Maroni, neoministro del primo governo Berlusconi, così argomentava: “Nel maggio di quest’anno c’è stata la sentenza sulla strage. Vedremo come andrà in Cassazione, ma potrebbe essere davvero la parola fine su questa vicenda, almeno per gli esecutori. Rimane aperto il capitolo mandanti, e qui gioca un ruolo importante l’iniziativa che potranno prendere il governo e il sottoscritto”. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1995, il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime ruvidamente ricordava al ministro le sue parole: “Mentre le sue promesse finiscono nel nulla, continua la tortura delle infinite invenzioni di avanzi di galera che irridono impuniti al nostro dolore”. Insomma, il nulla dietro l’effetto annuncio. Del resto non ci si poteva aspettare molto di più da un esecutivo il cui leader aveva avuto in tasca una tessera firmata dal capo della P2, condannato per calunnia pluriaggravata proprio all’esito del processo per strage.
 

Bugie di Stato

Nel 2000 fu Giuliano Amato, presidente del consiglio fino al 2001, ad aprire una speranza in chi cercava di capire perché un padre, un fratello, una sorella fossero stati inghiottiti dall’attentato. Parlando in piazza Medaglie d’oro, a 20 anni dalla strage, aveva definito “umiliante” dover ammettere che uomini di apparati dello Stato fossero stati conniventi con gli stragisti e si era scusato per le troppe bugie di quello stesso Stato. Dalla folla, dopo i primi fischi, erano arrivati gli applausi. Immediata fu la reazione del presidente emerito Francesco Cossiga, convinto assertore della necessità di Gladio, struttura che si vantava di aver tenuto a battesimo, e dell’innocenza di Fioravanti e Mambro.


Troppe affermazioni senza consapevolezza

Passarono 28 giorni e sul Corsera apparve un’intervista in cui lo stesso Amato rimodulava il suo pensiero, ridimensionava le sue affermazioni, soprattutto sosteneva, come troppi prima e dopo di lui, di essere stato frainteso. A causa di un contesto, diceva, caratterizzato da “equivoci destinati a generare equivoci”. In che cosa consistesse l’equivoco bisogna ancora capirlo – a volte Amato, soprannominato il dottor Sottile, è tanto sottile da risultare incomprensibile – ma si sa che Paolo Bolognesi, succeduto nel 1996 a Torquato Secci come presidente dell’associazione vittime e oggi parlamentare, inviò al premier gli atti del processo e un’articolata richiesta di chiarimenti, invitandolo a meglio informarsi sulle vicenda di cui parlava.
 

Le leggi che ancora mancano

Battersi contro poteri che mantengono celata la propria esistenza è difficile: anche, e forse soprattutto, per un politico, anche per un presidente del consiglio. Ma quando si parla del più grave attentato in tempo di pace, buon senso e prudenza suggerirebbero di evitare giudizi mal ponderati, annunci destinati a rimanere tali, dichiarazioni che in qualche caso sono state ritrattate (ma non pubblicamente). E magari di realizzare leggi adeguate contro le bugie sistematicamente messe in campo per deviare o paralizzare anche indagini relativamente recenti, come quella sulla strage di via D’Amelio in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.


Una firma per pretendere una storia di tutti

Sono anni che l’associazione 2 agosto chiede pene più severe per il reato di depistaggio, ma si tratta di appelli rimasti inascoltati (o almeno rimasti giacenti a lungo nelle aule parlamentari e poi, al volo, calendirizzati, com’è successo al Senato, ma solo in commissione giustizia, al momento, non al vaglio dell’aula). La storia dell’eversione conferma tra l’altro che un potere legittimo ma incapace di contrastare a fondo la controparte criminale si è troppo spesso affidato a parole prive di sostanza. L’anniversario del 2 agosto 1980, come una sorta di specchio spietato che rivela acciacchi e offese del tempo, ogni anno mostra le “rughe” sempre più profonde di azioni di governo poco incisive. Che almeno si sappia che il belletto di qualche conferenza stampa non può più nasconderle. È il minimo dovuto a chi non può più parlare. E per questo un piccolo invito, di quelli a un’azione che porta via solo un attimo: firmare una petizione perché il governo mantenga i suoi impegni. Ne va delle vittime delle stragi e dei loro familiari. Ma ne va anche della storia del Paese. E quindi di tutti.


Gigi Marcucci (www.consumattici.it)




 

 

 

 

 

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