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'Il depistaggio c'è stato ma non abbiamo prove' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco   
Giovedì 10 Settembre 2015 21:13
di Giuseppe Lo Bianco - 9 settembre 2015

Agente del Sisde per due anni con il nome in codice “Rutilius”, Arnaldo La Barbera è stato il “protagonista assoluto dell’intera attività di depistaggio”, ma l’“equivoca doppiezza” di Salvatore Candura e le dichiarazioni contradditorie degli altri falsi pentiti, non consentono di portare in aula le accuse di “indottrinamento e di percosse” mosse da Vincenzo Scarantino nei confronti dei tre funzionari di polizia, Salvatore La Barbera, Mario Bo e Vincenzo Ricciardi e definite dai magistrati “impalpabili e inconsistenti”.
Almeno fino al 14 febbraio 2014, data in cui il picciotto della Guadagna protagonista del più clamoroso depistaggio della storia giudiziaria ha ripreso ad accusare funzionari di polizia i cui nomi sono per ora segreti. Non saranno Bo, La Barbera e Ricciardi, autori di un “forte pressing investigativo” su cui i magistrati non si pronunciano, a salire sul banco degli imputati dell’inchiesta sui misteri del depistaggio di via D’Amelio, che resta aperta, con un colpo di scena imprevisto: “Ben più complessa – scrive la procura di Caltanissetta nelle 188 pagine della richiesta di archiviazione firmata dal procuratore Lari e dai pm Paci e Luciani - degli angusti confini” in cui la restringono le dichiarazioni di Scarantino, Candura e Andriotta (anche lui un pentito). Per i magistrati è certo che gli investigatori della Questura di Palermo, “si preparassero, ben prima del comparire sulla scena” dei tre falsi pentiti “ad una rapida definizione della vicenda il cui prodest costituisce oggetto degli sforzi investigativi che quest’ufficio sta attualmente profondendo”.
La prova? La nota inviata il 13 agosto del ’92 dal centro Sisde di Palermo a quello di Roma a seguito di “contatti informali con investigatori della questura di Palermo” in cui vengono indicati i nomi degli autori del furto della 126 ed il luogo in cui sarebbe stata custodita prima di essere utilizzata nell’attentato, un dato che i magistrati definiscono “inquietante”: “Non è dato agevolmente comprendere – scrivono i pm – come a quella data, sia pur successiva alle intercettazioni dell’utenza della Valenti, gli investigatori avessero acquisito notizie sul luogo dove la vettura rubata era stata custodita”.
Un dato che non è stato chiarito da nessuno dei funzionari del servizio interrogati dai pm, e che “dà la stura ad una serie di allarmanti ipotesi”: non lo hanno chiarito nè Lorenzo Narracci, all’epoca funzionario a Palermo, né Luigi De Sena, alto dirigente del Sisde, né Andrea Ruggeri, capo centro di Palermo; quest’ultimo ha riconosciuto come sua la firma in calce alla nota (“potrebbe essere”) ma ha detto che all’epoca “non vantava all’interno delle strutture investigative territoriali una forza di penetrazione di siffatta portata”.
Con la richiesta di archiviare le posizioni dei tre funzionari restano senza volto quegli investigatori dalla condotta “grave e inqualificabile” che hanno “contribuito ad allontanare la verità processuale contribuendo a costruire un castello di menzogne”. I magistrati parlano di “fonti scivolose” e impiegano gran parte delle 188 pagine per spiegare perchè Andriotta, Scarantino e Candura, autori di dichiarazioni spesso contraddittorie, confuse, illogiche non sono credibili, o, quando lo sono, confermando la “vestizione del pupo”, non si possono riferire individualmente all’uno o all’altro dei funzionari. E comunque si tratta di accuse prescritte.
A mantenere oggi aperto, dopo 23 anni dalla strage, il fronte investigativo sull’azione di indottrinamento del falso pentito attraverso l’aggiustamento e la correzione di rotta “in progress” delle sue dichiarazioni, sono proprio le nuove, e recenti, rivelazioni di Scarantino “senza avere potuto contare, scrivono i pm, sul contributo di chi, con ragionevole certezza appare perfettamente a conoscenza dello svolgimento dei fatti”.

Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano)






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