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Strage di via D’Amelio, Lucia Borsellino: 'Agenda rossa, La Barbera mi accusò: 'Delira'' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Pipitone   
Lunedì 19 Ottobre 2015 19:31
di Giuseppe Pipitone - 19 ottobre 2015

Difende la madre, racconta dello scontro con Arnaldo La Barbera e riaccende i riflettori sul mistero dell’agenda rossa, il diario dal quale il giudice Paolo Borsellino non si separava mai, scomparso dopo la strage di via d’Amelio. A quasi quattro mesi dalle sue dimissioni da assessore alla Sanità di Rosario Crocetta, e a tre dalla pubblicazione da parte dell’Espresso dell’intercettazione (poi smentita da tutte le procure dell’Isola) in cui il medico del governatore auspicava di “farla saltare, come suo padre”, Lucia Borsellino interrompe il silenzio. E lo fa testimoniando davanti alla corte d’assise di Caltanissetta, che sta celebrando il quarto processo sulla strage di via d’Amelio. Nato dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che hanno ricostruito la fase operativa dell’omicidio Borsellino, il nuovo procedimento ha portato alla sbarra i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino e i falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Calogero Pulci e Francesco Andriotta.

“Il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai”, ha detto la figlia del magistrato assassinato, rievocando quel pomeriggio del 19 luglio 1992, quando Borsellino – dopo pranzo – si spostò da Villagrazia di Carini a Palermo per andare a prendere la madre e portarla dal medico. “Non so perché la usasse – ha aggiunto – o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro”. Secondo le varie ricostruzioni, il magistrato uscendo di casa inserì nella sua borsa un’agenda marrone (che utilizzava come rubrica telefonica), il costume da bagno, le chiavi di casa e le sigarette, oltre appunto all’agenda rossa dei carabinieri, che utilizzava come diario di lavoro.

“LA BARBERA CI RICONSEGNO’ LA BORSA SENZA AGENDA ROSSA”. La borsa che custodiva quell’agenda rossa finì ovviamente agli atti degli inquirenti subito dopo la strage che massacrò Borsellino e gli uomini della scorta. “Dopo la strage – ha spiegato Lucia – la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa. Mi lamentai subito della mancanza di quell’agenda rossa. Ho avuto una reazione scomposta. Me ne andai sbattendo la porta. Chiesi con vigore che fine avesse fatto la borsa e La Barbera, rivolgendosi a mia madre, le disse che probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché era particolarmente provata. Mi fu detto che deliravo. La Barbera escludeva che l’agenda fosse nella borsa”. Sulla scomparsa del diario di Borsellino è già stato celebrato a Caltanissetta un processo (concluso con l’assoluzione) a Giovanni Arcangioli, il carabiniere immortalato pochi attimi dopo la strage mentre si muove in via d’Amelio con in mano la borsa del giudice.

Ma non c’era solo l’agenda rossa nelle disponibilità del magistrato palermitano: la figlia Lucia, infatti, ha ricordato alla corte che il padre utilizzava anche un’agenda grigia, con la copertina dell’Enel, dove era solito annotare tutto. Le fotocopie di quell’agenda furono consegnate dalla famiglia ad Anna Palma, all’epoca procuratore aggiunto di Caltanissetta.”Visto quanto accaduto nella storia di questo paese – ha spiegato Lucia – chiesi che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l’originale ci fosse restituito”. Ma non solo.

PAOLO BORSELLINO SU CONTRADA DISSE: “NON BISOGNA PARLARNE”. Perché l’ex assessore alla Sanità della Regione Siciliana ha anche raccontato altro. Per esempio di quando il suo fidanzato di allora chiese a Borsellino di esprimere un giudizio sul super poliziotto Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, condannato a dieci anni per concorso esterno a Cosa nostra. “Mio padre disse che Contrada era una persona della quale non bisogna parlare. Credo che la sua espressione fosse assolutamente eloquente in maniera negativa. Lo vidi molto turbato”. La figlia del magistrato assassinato ha anche ricordato alla corte di quando Antonio Subranni, ex capo del Ros dei carabinieri e imputato a Palermo nel processo sulla trattativa, definì sua madre come “malata di Alzheimer”. Il motivo? Agnese Borsellino aveva messo a verbale che, secondo il marito, Subranni era “punciuto”, cioè affiliato a Cosa nostra, ma con un ritardo di 15 anni rispetto ai fatti. “Non era vero, mia madre era malata di leucemia ed è stata lucida fino alla fine. Credo che però avesse paura di essere lasciata sola dalle istituzioni e che noi potessimo rimanere isolati. Ma col tempo si è sentita più libera e la sua sete di giustizia si è andata affermando sempre di più, anche perché le preoccupazioni nei nostri confronti si andavano attenuando”.

MANFREDI BORSELLINO: “CON AGENDA ROSSA, IMPOSSIBILI I DEPISTAGGI”. Durante l’udienza è stato chiamato sul banco dei testimoni anche il figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, oggi commissario di polizia a Cefalù, chiamato a ricostruire – tra momenti di commozione – gli ultimi momenti di vita del giudice. “Quel giorno, il 19 luglio, mio padre, prima di lasciare la villa dove avevamo pranzato, mi salutò due volte. Lo accompagnai lungo la strada, dove erano parcheggiate le blindate e insieme percorremmo una settantina di metri. Aveva in una mano la borsa che poi sistemò in macchina”. Poi anche Manfredi focalizza l’attenzione sull’agenda rossa. “Se fosse finita nelle mani giuste, non ci sarebbe stato il clamoroso depistaggio al quale abbiamo assistito successivamente. Bastava sfogliare qualche pagina per scoprire l’importanza del suo contenuto”. Il motivo? “Mio padre padre, utilizzava l’agenda rossa dall’inizio di quell’anno e proprio in quell’agenda citava molti particolari legati al suo lavoro, dagli incontri che faceva alle inchieste che seguiva”. Manfredi ha anche ricordato che, “dopo la morte di Giovanni Falcone, mio padre attendeva con ansia di essere interrogato dai magistrati della procura nissena, tanto che una volta lo disse pubblicamente (nel famoso incontro pubblico alla biblioteca comunale il 25 giugno 1992 ndr)”. “Mio padre – ha sottolineato il teste – sapeva perfettamente che sarebbe stato estremamente difficile sottrarsi al suo destino”.

L’EX PSI ANDO': “IL GIUDICE NON SAPEVA DEL RISCHIO ATTENTATI”. Prima dei due figli del magistrato assassinato in via d’Amelio, la corte d’assise nissena ha ascoltato anche un altro testimone, protagonista della stagione politica insanguina dalle stragi e poi finita con Tangentopoli: l’ex ministro della Difesa Salvo Andò, informato dall’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, di un piano di attentati che avrebbe avuto come bersagli sia lui che Borsellino. “Vidi in aeroporto, a Roma, Borsellino dopo la strage di Capaci – ha raccontato l’ex socialista – Ci appartammo per parlare e io gli accennai alla nota del capo della polizia Parisi in cui si parlava di un rischio di attentati ai nostri danni. Lui, meravigliato, mi disse di non essere stato informato della vicenda”.


Giuseppe Pipitone (ilfattoquotidiano.it)








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