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Borsellino quater: l'agenda rossa sparita e l'irritazione di La Barbera PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 19 Ottobre 2015 19:43
di Aaron Pettinari - 19 ottobre 2015

“Nessuno ci chiese perché attribuivamo tanta importanza all'agenda rossa. E invece credo che investigativamente fosse importante fare accertamenti. Eppure quando l'allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa, e vedemmo che l'agenda non c'era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l'agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili ed anche quell'atto era irrituale. Non ricordo di aver firmato alcun verbale di restituzione né lo trovammo poi, firmato da me o da altri della famiglia. La Barbera ci disse solo di prendere per buono quel che ci stavano dando perché era tutto quello che c'era dentro la borsa”. E' così che Manfredi Borsellino, teste dell'avvocato Fabio Repici (parte civile del fratello del giudice, Salvatore), ha riferito su quanto avvenuto il giorno in cui la borsa del padre fu riconsegnata alla famiglia. Entrambi i figli, Manfredi e Lucia, per la prima volta ascoltati in un processo sulla morte del padre, non sono riusciti ad individuare una data certa di quell'avvenuta riconsegna, indicandola orientativamente prima della fine del 1992, ma hanno confermato che l'agenda rossa era presente nella borsa del giudice il 19 luglio. Un racconto dove non sono mancati i momenti di emozioni, in particolare nel descrivere le poche ore che hanno preceduto la strage.

“Ricordo perfettamente che mio padre la inserì nella borsa assieme ad altri oggetti – ha detto Lucia - Non so perché la usasse o cosa ci fosse scritto perché non ero solita chiedergli del suo lavoro ma non se ne separava mai”. In merito allo scontro verbale con La Barbera, che coordinò il pool che indagò sulle stragi Falcone e Borsellino, ha aggiunto: “Io mi lamentai della scomparsa e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo. Quando gli manifestai il mio fastidio mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico. Io me ne andai anche sbattendo la porta”. Manfredi Borsellino, attualmente Commissario di Polizia di Cefalù, ha anche spiegato che “Quando ci fu riconsegnata la borsa c'erano alcune parti annerite, al suo interno vi erano diversi oggetti tra cui un'agenda marrone dove mio padre annotava alcuni numeri di telefono. Si c'erano alcune parti annerite, un po' sporche, le condizioni di questa agenda erano comunque perfette. Per questo credo che l'altra agenda, quella rossa, che sicuramente era dentro la borsa, si sarebbe dovuta preservare”.


Il contenuto dell'agenda rossa

L'agenda rossa è però sparita in circostanze ancora oggetto di un'inchiesta da parte della Procura di Caltanissetta. “Quell'agenda era un'anomalia – ha aggiunto Manfredi Borsellino – negli anni precedenti non vi furono mai tre agende. Al massimo c'era quella legale (la grigia) o quella itinerante dove annotava i numeri di telefono (la marrone). In quell'anno però portava con sé l'agenda rossa ed in particolare dopo Capaci usata da mio padre in modo compulsivo. Scriveva costantemente. Un'agenda a mio modo di vedere dedicata al suo lavoro, per inserire atti processuali, spunti investigativi, tutto quello che riguardava le indagini. Non era un diario, ma qualcosa di più. Era anche quello un modo per proteggerci senza renderci depositari di segreti scomodi. Chiunque ha avuto nelle mani quell'agenda sicuramente non ha avuto bisogno di giorni per intuirne il contenuto e, visto l'uso esclusivo, ritengo che in uno scenario di guerra come quello di via d'Amelio siano bastati tempi rapidissimi per capire la portata del contenuto, anche aprendo una sola pagina. Se l'avessimo avuta probabilmente non sarebbe accaduto nulla di quello che è avvenuto poi, anche con innocenti che hanno pagato per qualcosa che non avevano fatto”.


Una testimonianza che non c'è

“Dopo Capaci – ha ricordato il figlio di Borsellino - mio padre aveva fretta di essere sentito dai colleghi di Caltanissetta che indagavano sull'eccidio e non si spiegava perché non lo convocassero. Tanto che in un'occasione pubblica (il 25 giugno a Casa professa, ndr) fece un intervento con cui tentò, secondo me, di sollecitare una convocazione. Dopo la morte di Falcone era consapevole che sarebbe toccato a lui e di essere costantemente in pericolo. Aveva l'esigenza di lasciare tracce scritte. Non poteva metterci in pericolo rivelandoci delle cose per questo utilizzava l'agenda rossa”.


L'agenda grigia

Se l'agenda rossa risulta sparita c'è un altro documento, comunque importante, che i figli di Borsellino hanno ritrovato e consegnato all'autorità giudiziaria: l'agenda grigia, quella dove il magistrato appuntava i conti, i numeri di telefono, e l'elenco degli appuntamenti. Sono stati Lucia Borsellino ed il fratello a consegnare quel documento la prima volta all'allora pm di Caltanissetta Anna Palma. Ha detto la figlia del giudice: “Visto quanto accaduto nella storia di questo paese (riferendosi ai diversi documenti spariti in altri casi, ndr) chiesi espressamente che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l'originale ci fosse restituito”.


“Quando Subranni disse che mia madre non era lucida”

Sia Manfredi che Lucia Borsellino hanno poi ribadito, rispondendo alle domande di Repici, che fino all'ultimo respiro la madre “è stata assolutamente lucida”. La Borsellino ha ricordato che l'ex capo del Ros, Antonio Subranni, dopo aver appreso delle dichiarazioni accusatorie fatte contro di lui dalla vedova Borsellino, che raccontò di aver appreso dal marito che “Subranni era punciutu”, aveva messo in dubbio le capacità mentali della donna da anni malata di leucemia. “Disse che aveva l'alzheimer - ha aggiunto - ma non era vero”. La figlia del giudice ha anche spiegato i motivi che indussero la madre in un primo momento a non fare certe dichiarazioni: “Credo avesse paura di essere lasciata sola dalle istituzioni e che noi potessimo rimanere isolati. Ma col tempo si è sentita più libera e la sua sete di giustizia si è andata affermando sempre di più, anche perché le preoccupazioni nei nostri confronti si andavano attenuando”. “Lei aveva deciso di farci da schermo – ha aggiunto Manfredi Borsellino – Per anni lo ha fatto. Ci sono cose che poi ho letto nel libro che ha scritto con Salvo Palazzolo (Ti racconterò tutte le storie che potrò, ndr) che per me erano inedite. Ma al tempo era assolutamente lucida così come quando fu sentita dai magistrati”.


Andò ed il mancato allarme a Borsellino

Prima dei due figli del magistrato ad essere sentito è stato l'ex ministro della Difesa, Salvo Andò che in particolare ha ricostruito l'incontro avvenuto il 28 giugno 1992, all'aeroporto di Roma: “Vidi in aeroporto, a Roma, Borsellino dopo la strage di Capaci. Ci appartammo per parlare e io gli accennai alla nota del capo della polizia Parisi in cui si parlava di un rischio di attentati ai nostri danni. Lui, meravigliato, mi disse di non essere stato informato della vicenda”. Quell'informativa era stata confermata all'ex ministro dal prefetto Parisi, allora capo della polizia. “Si parlava di un piano di attentati che avrebbe avuto come bersagli sia me che Borsellino. E mi disse che la notizia era assolutamente fondata. Quando lo appresi? Prima di Capaci (anche se così fosse non si vedrebbe il perché lo stesso ex ministro ne ha parlato con Borsellino soltanto sul finire di giugno, ndr)”. Resta il fatto che quelle informazioni fornite da Parisi erano un primo avviso, in quell'estate, in cui si parlava di un attentato nei confronti del magistrato palermitano. Infatti anche successivamente, il 16 luglio, in un'informativa del Ros si parlava di un attentato in preparazione nei confronti di Antonio Di Pietro e Paolo Borsellino. Il primo fu avvisato e dopo qualche tempo fu trasferito in Costa Rica sotto falso nome. Al secondo la nota fu trasmessa il giorno successivo ma arrivò a Palermo soltanto nei giorni successivi alla strage. Come mai nessuno informò direttamente Borsellino? Una domanda che resterà sempre aperta.
“Lui (Borsellino, ndr)- ha aggiunto Andò - rimase molto sorpreso di quella notizia. Era strano che non fosse stato informato”. Durante la sua deposizione l'ex ministro della Difesa ha anche negato di aver mai avuto dai carabinieri del Ros “richieste di supporto politico per contatti con esponenti di Cosa nostra”, nonostante proprio i carabinieri avrebbero dovuto rispondere direttamente al suo Ministero. “Avevo rapporti con il Capo di Stato maggiore che mi informava ma mai ho avuto notizie sui colloqui con Ciancimino. Perché il Ros contattò Martelli e non me? Non lo so. Io non avevo rapporti con loro” ha poi aggiunto.

La moglie di Ayala
Ultimo teste ascoltato quest'oggi è stata poi la moglie dell'ex magistrato Giuseppe Ayala, Natalia Jung, nipote del famoso psichiatra Carl Gustav Jung. La donna, rispondendo alle domande dell'avvocato Repici, ha ricostruito quanto avvenuto nel pomeriggio del 19 luglio 1992. “Ci trovavamo al Mirabella residence, ad un certo punto sento un boato. Pensai che era qualcosa che riguardava la mia macchina ed ero scesa sotto. Vedevo tutta la gente affacciata. Poi vidi anche mio marito e ci facemmo un cenno d'intesa. Mi dovevo recare da mia madre. Poi tornai indietro perché non ero tranquilla con quello che era successo ma Giuseppe non c'era. Pensai che fosse andato a vedere. Se ricevetti telefonate? Sì, diverse. Si era diffusa la voce che fosse successo qualcosa a mio marito ma non era così”. Tra queste telefonate anche quella con Felice Cavallaro, cronista del Corriere. La Jung ha poi aggiunto di aver saputo dal marito l'episodio della ritrovamento della borsa di Borsellino. “Lui – ha detto – da magistrato prese la borsa anche se non aveva titolo per prenderla, poi la consegnò ad un carabiniere che era là vicino. Se parlammo di questo anche con Cavallaro? No. Non ricordo se parlammo anche in sua presenza”. L'audizione della moglie di Ayala si era resa necessaria dopo che nell'aprile 2013 era stato Cavallaro a raccontare che, dopo aver sentito l’eco della bomba e aver osservato la colonna di fumo salire dalla zona della fiera del Mediterraneo, la moglie di Ayala risultava in casa tanto che gli aveva risposto al telefono. Allora l’avvocato Repici aveva evidenziato un contrasto tra quelle dichiarazioni e quanto scritto dallo stesso Cavallaro e Ayala nel libro “La guerra dei giusti” (pubblicato nel ’94 dalla Rizzoli). “Non ricordavo il fatto che Natalia Jung fosse giù per strada e che evidentemente sia risalita in casa quando ha ricevuto la mia telefonata mentre Ayala andava verso via D’Amelio…”, disse Cavallaro dopo aver riletto le pagine 34 e 35 del suo libro. “Adesso che l’ho letto ricordo questo particolare, la signora Natalia dopo il boato e dopo l’incontro con Giuseppe Ayala risalì in casa e io lì la trovai quando telefonai…”. “Nel senso che al momento del boato non era in casa ed era appena andata via?”, chiese Repici. “Si… come è scritto qui stava per andare a trovare la madre…”, rispose Cavallaro. Ed oggi la donna ha in parte confermato.

 

Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)






 




 

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