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Al Borsellino quater Di Matteo racconta Scarantino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari   
Giovedì 19 Novembre 2015 20:16
di Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari - 16 novembre 2015

Dal primo interrogatorio tenuto con il “falso pentito” Vincenzo Scarantino al confronto con i collaboratori di giustizia Totò Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera; poi ancora il processo “Borsellino bis” ed il “Borsellino ter” passando per le inchieste sui “mandanti esterni” e la condanna a morte vissuta sulla propria pelle. Per cinque ore di udienza il sostituto procuratore di Palermo, Antonino Di Matteo, sveste i panni del pm e, di fronte alla Corte d'assise di Caltanissetta al processo “Borsellino quater”, viene sentito come teste per ricostruire in particolare le indagini condotte soprattutto sulla strage via d'Amelio. Con grande precisione Di Matteo ricostruisce pezzi di indagine che lo hanno visto tra i protagonisti solo a partire dall'ottobre-novembre del 1994, quando venne incaricato dal Procuratore capo Tinebra di entrare nel pool che si occupava delle stragi. “Il mio primo atto istruttorio – ricorda Di Matteo in aula – fu una serie di interrogatori di Scarantino alla Questura di Genova. Vi erano già state attività istruttorie e all'arresto di Scarantino si arrivò tramite le dichiarazioni di Salvatore Candura e Francesco Andriotta, ma io non ho mai partecipato a quelle indagini condotte dalla dottoressa Boccassini, da Cardella e da Petralia. Con loro spesso vedevo anche Arnaldo La Barbera, soprattutto con la Boccassini che era ritenuta il motore delle indagini”. Passo dopo passo il magistrato ricostruisce quegli anni partendo da dati di fatto come i risultati ottenuti nel secondo e nel terzo procedimento sulla strage del 19 luglio 1992, che portarono a 26 condanne definitive mai messe in discussione.





Il valore dato alle parole di Scarantino
Di Matteo, parlando anche del possibile depistaggio sulle indagini, evidenzia alcuni aspetti chiave. “Se vi è stato – ricorda - bisogna chiedersi come mai tra le cose che Scarantino dice vi siano anche elementi di coincidenza, seppur parziali, con quanto riferito poi da Spatuzza. Scarantino aveva indicato come partecipi componenti di due mandamenti: Guadagna e Brancaccio. Il soggetto che per primo parlò del coinvolgimento di Tagliavia ed anche di Giuseppe Graviano, per Brancaccio, è proprio Scarantino. Quindi non è vero che Brancaccio fu tenuta fuori dalle indagini, tanto che arrivammo anche alla condanna di questi soggetti. Scarantino è stato anche il primo a parlare delle intercettazioni sul telefono della madre di Borsellino e a riferire sui fratelli Scotto. I nipoti di Borsellino indicavano la presenza di Pietro Scotto in via D'Amelio a completare dei lavori per la Sielte. Quando Scarantino parlava di Scotto, ricollegando quanto dichiarato dai parenti di Borsellino, ecco che le perplessità venivano superate. Vi erano elementi di convergenza delle prove”. Tra gli aspetti ricordati vi è poi anche il dato che all'arresto di Scarantino si arriva in base alle attività di intercettazioni telefoniche sull'utenza di Pietrina Valenti, sulle dichiarazioni di Candura ed Andriotta. “Candura l'ho interrogato solo al processo – ricorda il magistrato - Andriotta fu indicato dalla Procura di Milano, segnalato dai pm Zanetti e Boccassini, come soggetto che avrebbe potuto dire delle cose sulla strage di via d'Amelio. Non avevamo elementi per ritenere che la convergenza fosse frutto di una situazione patologica”. 
Il pm palermitano chiarisce anche come furono affrontate le continue ritrattazioni dello stesso ex picciotto della Guadagna: “Noi credevamo che Scarantino fosse a conoscenza di alcuni segmenti dell'organizzazione materiale e della preparazione dell'attentato e che avesse detto la verità nei primi tre interrogatori, quelli precedenti al 6 settembre '94 dove si parla della riunione nella casa di Calascibetta. Pertanto nel 'Borsellino Bis' avevamo chiesto di non utilizzarlo quando non era riscontrato, tanto che chiedemmo l'assoluzione di Calascibetta, Murana e Gambino. In secondo grado sulla base di nuove prove alcune di quelle assoluzioni furono trasformate in condanne. A un certo punto lui stesso inquinò un quadro probatorio che ritenevamo genuino, inserendo un dato falso della partecipazione dei tre collaboratori di giustizia alla riunione di Calascibetta (Cancemi, Di Matteo e La Barbera). Quest'opera di inquinamento vi fu sin dall'inizio, sin dalla prima ritrattazione televisiva ad Italia uno, di cui appresi solo qualche giorno dopo dalla stampa, vi fossero pressioni (sia esponenti della famiglia, che da parte di certi avvocati, ndr) per farlo ritrattare”. Diversamente da quanto dichiarato dal “picciotto” della Guadagna, Di Matteo ricorda di aver anche ricevuto delle telefonate dallo Scarantino: “Qualcuno, certo non io, diede al collaboratore di giustizia la mia utenza telefonica. Ricordo che era maggio giugno, io avevo finito un'udienza del processo Saetta e spensi il telefonino. Quando lo riaccesi c'erano otto messaggi vocali di Scarantino che si lamentava che diceva di voler tornare in carcere 'nell'inferno di Pianosa' piuttosto che vedere tradite 'le promesse di assistenza' alla sua famiglia. Mancate promesse che imputava al dottor Gabrielli, dirigente del servizio centrale di sicurezza, e poi Arnaldo La Barbera e Vincenzo Ricciardi. Scarantino si lamentava sempre di queste persone, ma a me non ha mai detto di essersi inventato le cose o che gliele avevano fatte dire. Se lo avesse fatto avrei fatto delle relazioni di servizio. Di queste cose, in riferimento alla sua assistenza si lamentava spesso ma erano cose non rilevanti processualmente. Solo poi ho saputo che a dare il mio numero era stato il Procuratore capo Tinebra”.




La lettera con le perplessità della Boccassini e Sajeva

Rispondendo alle domande dell'avvocato Giuseppe Scozzola, Di Matteo parla anche della lettera firmata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e Roberto Sajeva inviata nell'ottobre del '94 al procuratore aggiunto Giordano e inserita poi al protocollo riservato. Il ricordo sul punto è chiaro: “Non l'ho mai vista. Ho appreso dell'esistenza di questa lettera soltanto molti anni dopo. Con la dottoressa Boccassini non ho mai parlato, lei non mi ha mai parlato di Scarantino e sono certo di non aver mai parlato con la Boccassini di vicende relative all'indagine, né tanto meno io ne ho parlato con La Barbera. Con la Boccassini non ho mai partecipato a una riunione in Dda e la Boccassini non mi ha mai esposto le sua valutazioni. Dell'esistenza di una relazione di questo tipo ho appreso anni dopo dalla stampa”. Il pm palermitano ricorda di riflessioni sull'attendibilità di Scarantino ma nella stessa misura che avveniva anche per altri collaboratori. “In quel periodo – dice Di Matteo - Io ed altri colleghi eravamo convinti, basandoci su elementi di fatto, che fino all'agosto '96 fosse poco credibile quello che affermava Salvatore Cancemi. Ricordo che le perplessità legate a Cancemi erano condivise da tutti. Non era plausibile che Cancemi con un ruolo così importante su Capaci non sapesse nulla su via D'Amelio. Analoghe perplessità vi erano anche in riferimento a Mario Santo Di Matteo, a suo dire ignaro di ogni fase su strage via D'Amelio. Di Matteo era stato sottoposto, dopo i il sequestro del figlio, ad intercettazione ambientale con la moglie Franca Castellese. Un dialogo in cui implorava al marito di non parlare della strage di via d'Amelio con riferimento ad 'infiltrazioni della polizia'. Facemmo anche un interrogatorio alla moglie di Di Matteo facendole ascoltare la registrazione. Le perplessità sulla Castellese aumentarono ma non si procedette perché mancavano ulteriori riscontri. E queste perplessità vi furono anche per Gioacchino La Barbera”.
 

La querelle sul confronto
Si torna a parlare della vecchia polemica scaturita dalla richiesta degli avvocati Di Gregorio, Marasà e Scozzola di poter leggere i verbali del confronto svoltosi il 13 gennaio 1995 tra Vincenzo Scarantino e i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera. Come è noto il deposito posticipato di quegli atti al processo “Borsellino bis” era costata una denuncia da parte dei tre legali nei confronti dei pm Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo per “comportamento omissivo”. A loro volta i magistrati avevano denunciato per calunnia i tre avvocati. Il 25 febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta sui sostituti procuratori di Caltanissetta in quanto priva di alcun “comportamento omissivo”.
“Io propongo e concordo la necessità di un confronto – racconta Di Matteo affrontando l'argomento –, e i confronti si tengono presso la sede del Ros di Roma. A quei confronti partecipo anch'io ma partecipavano anche altri magistrati della Dda di Caltanissetta, non solo i colleghi Petralia, Palma e Giordano. Ricordo che i tre soggetti (Cancemi, Brusca e Di Matteo, ndr) smentirono Scarantino”. Di Matteo spiega quindi che il confronto mirava a chiarire la partecipazione, o la mancata partecipazione, ad una riunione operativa a casa di Giuseppe Calascibetta alla Guadagna una decina di giorni prima della strage di via D'Amelio. “Eravamo in un momento in cui c'erano dei procedimenti in fase di indagine – sottolinea il sostituto procuratore di Palermo –, in quel momento noi ritenevamo che i tre non ci fossero alla riunione, ma noi avevamo delle indagini e sospettavamo che quei tre soggetti (che avevano negato la loro partecipazione in quel luogo), in quel momento erano reticenti su via D'Amelio”. Di Matteo ribadisce che quella riunione coinvolse “tutta la Dda” in relazione “agli atti da predisporre e da depositare in vista del rinvio a giudizio dei 15 o 16 nel processo Borsellino Bis”. “In quel momento tutti i componenti della Dda di Caltanissetta (in relazione alla pendenza di queste indagini, che poi sfociarono un anno dopo nella richiesta di rinvio a giudizio per il Borsellino ter), si espressero per una scelta processuale che venne presa sulla base dell'articolo 130, primo comma, sulle disposizioni di attuazione”. “Siccome Di Matteo, La Barbera e Cancemi erano indagati nell'altro procedimento in quel momento non si depositarono gli atti relativi a questo confronto”, prosegue il magistrato. “Gli atti vennero depositati con il Borsellino ter, ma nel corso del Borsellino Bis, e prima della conclusione dell'istruttoria dibattimentale, lo stesso pm all'udienza in cui venne sentito Cancemi, produsse il verbale di confronto. Fu ammesso anche un confronto con Brusca da parte dello Scarantino e si tenne a Como prima che si esaurisse la fase istruttoria dibattimentale quei confronti furono messi a disposizione dei difensori anche del Borsellino Bis”. “Nel momento in cui ci furono i confronti per la pendenza di indagini – sottolinea infine Di Matteo –, in quel momento si ritenne che per consentire la prosecuzione delle indagini quegli atti dovessero essere coperti ancora per un certo periodo dal segreto investigativo”. Di fatto il 14 ottobre '97 al Borsellino Bis il pm chiese l'acquisizione del verbale di confronto tra Cancemi e Scarantino alla stessa udienza in cui era chiamato Cancemi.
 

La sicurezza di Scarantino
Parlando della tutela data all'epoca al collaboratore di giustizia, principale accusatore sulla strage di via d'Amelio, Di Matteo, rivolgendosi alla Corte, riferisce di non aver mai saputo le modalità, ma di ricordare che al tempo anche chi faceva le indagini, come i funzionari del Gruppo Falcone e Borsellino, si alternavano per svolgere attività di tutela nella località protetta dello Scarantino. “Non so questo per conoscenza diretta, ma per quello che sentivo dai colleghi. Era una cosa che al tempo accadeva. Un episodio simile era avvenuto per Cancemi al Ros. In quel caso, nel corso di indagini successive, mi sono imbattuto in documenti d'autorizzazione scritti dalle Procure di Caltanissetta e Palermo. Non mi risultano documenti simili su Scarantino”. Di Matteo, oltre a chiarire di “non aver mai autorizzato dei colloqui investigativi tra funzionari del Gruppo Falcone Borsellino e lo Scarantino dopo che questi aveva iniziato la collaborazione (se ciò è avvenuto prima ha detto di non esserne a conoscenza, ndr)” parla anche del suo rapporto con alcuni funzionari del gruppo investigativo guidato da Arnaldo La Barbera. “Con l'ex questore non ho mai avuto rapporti. Quelle volte che lo vedevo la sera con la dottoressa Boccassini il La Barbera nemmeno salutava. Casomai aveva buoni rapporti con Tinebra, la Palma e Petralia. Personalmente avevo un rapporto di buona collaborazione con il dottor Bo. Questi mi diceva che non viveva bene il fatto di essere stato incaricato della protezione di Scarantino. Ricordo che non era contento di essere stato incaricato di una cosa che non lo riguardava”. In merito alle parole riferite dallo stesso Scarantino nella ritrattazione di Como, dove indicava i suggerimenti che venivano fatti dai funzionari in alcuni verbali in suo possesso, Di Matteo spiega inoltre di non aver svolto indagini per un semplice motivo: “Scarantino, quando ritrattò a Como, accusò i magistrati, tra cui anche me, di averlo costretto a ritrattare ritrattazioni. Diedi per scontato che su quel tipo di accuse abbia proceduto la procura di Catania. Come mai Scarantino aveva quei verbali? Non so chi abbia fatto quelle indicazioni, non ho riconosciuto la scrittura. Nella grande maggioranza dei casi il difensore aveva diritto della copia dell'interrogatorio per farlo avere al suo assistito. A me risulta che l'avvocato Falzone, che in quel periodo assisteva moltissimi pentiti, era solita chiedere copia dei verbali dei suoi assistiti. Credo che possa essere avvenuto anche per Scarantino”. (continua)

“Secondo me durante le indagini sono emersi molti elementi per ritenere che vi siano altri coinvolgimenti. Non soffermiamoci solo sul depistaggio messo in atto da Scarantino”. E' così che Nino Di Matteo, rispondendo alle domande di avvocati e pm, di fronte alla Corte d'assise presieduta da Antonio Balsamo, parla dei mandanti esterni sulle stragi e di quegli elementi che, già negli anni Novanta, ne facevano prefigurare un coinvolgimento. “Sono sempre stato convinto che l'organizzazione mafiosa non avesse agito da sola - dice rispondendo in particolare al pm Paci - E lo sono stato sulla base di una serie di elementi di allora. C'erano le dichiarazioni di Cancemi che sin dall'inizio della collaborazione parlò di persone importanti con le quali, aveva saputo da Raffaele Ganci, c'erano stati contatti di poco precedenti rispetto la strage di Capaci. C'era ancora un profilo che veniva fuori da tutte le indagini e non solo da Scarantino. Un profilo consacrato credo anche dalle sentenze definitive, quello relativo ad una cosiddetta accelerazione anomala della esecuzione della strage di via d'Amelio rispetto al programma di attentati eccellenti per cui l'uccisione di Borsellino doveva essere post posta rispetto ad altri soggetti, in particolare di alcuni soggetti politici come l'onorevole Mannino ed altri. Ma quel che più mi convinse fu l'indagine Contrada per concorso in strage”.


L'ex numero tre del Sisde e la presenza in via d'Amelio

Ricostruendo i punti salienti dell'indagine Di Matteo riferisce quanto era stato detto da alcuni ufficiali del Ros, in particolare Umberto Sinico, sul fatto che la prima pattuglia intervenuta in via D'Amelio aveva notato il dottor Contrada allontanarsi da quella via. A riguardo era stata fata una relazione che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo. “Quell'ufficiale era stato sentito dalla Boccassini nel 1992 – ricorda Di Matteo - il quale aveva detto che era vero, di aver riferito quelle cose ad Ingroia ma senza dire quale fosse la fonte in quanto 'si trattava di un amico' e che non voleva esporlo. Quando riprendo in mano questo fascicolo io chiedo il motivo per cui la cosa non viene esplorata. C'erano state anche altre acquisizioni, come quella di Canale che confermò il fatto che Sinico aveva saputo questa cosa. Solo successivamente Sinico rivela il nome di chi gli aveva rivelato quel fatto ovvero un allora appartenente del Ros poi passato alla Mobile di Palermo, il dottor Roberto Di Legami. Sulla relazione strappata vi furono anche conferme da parte di Raffaele del Sole, altro ufficiale dei carabinieri del Ros, e io predisposi pure dei confronti. Ognuno restò sulle proprie convinzioni ma Di Legami disse 'stanno mentendo ma io so pure perché stanno mentendo'. Così noi avevamo testimonianze opposte su un punto fondamentale, la presenza sospetta di un funzionario di alto livello del Sisde sul ruolo della strage avevamo testimonianze opposte. Io comunque feci una richiesta di rinvio a giudizio per Di Legami perché erano due ufficiali contro uno. Questo contrasto tra le posizioni degli ufficiali ed il fatto che uno di loro ha pure affrontato un processo per questo era sintomatico che vi fosse qualcosa che non andava. Così come tanti altri elementi che riguardavano il protagonismo di Contrada in via D'Amelio che venivano riferiti e poi ritrattati o sminuiti”.


La nota dei Servizi

In merito ad una collaborazione dei Servizi di sicurezza per la raccolta delle informazioni e notizie sulla strage di via d'Amelio vi fu persino una nota del Sisde. “All'epoca non seppi nulla – racconta il pm palermitano rispondendo alla domanda del collega Luciani – Alla fase finale della mia permanenza a Caltanissetta '98/'99 seppi, dalla lettura di atti, che c'era stata una nota del Sisde di Palermo che riguardava tra l'altro la possibilità del coinvolgimento di un tale Scarantino (non si specificava a quale titolo né a quale modo) nella vicenda della strage via D'Amelio. Rimasi abbastanza sorpreso, lessi quella nota e sembrava molto generica, mi erano ben note tutte le indagini che avevano riguardato a Palermo ma anche a Caltanissetta il dott. Contrada, perché di quelle indagini sulla possibilità di un concorso in strage. Nella nota si faceva riferimento a Scarantino e alla sua appartenenza ad una confraternita e ad un – credo poi non riscontrato nei fatti – rapporto di parentela o di collegamento tra la famiglia Scarantino e la famiglia dei Madonia. Sulla base di quelle che erano le nostre acquisizioni in altre indagini e in altri processi, noi avevamo sempre ritenuto che il mandamento in cui ricadeva il territorio di via D'Amelio e quindi di Resuttana, famiglia Madonia, dovesse essere necessariamente coinvolta. Avevamo trovato un ulteriore elemento di riscontro in quelle che erano le accuse che all'epoca venivano mosse anche sulla base di testimonianze dei parenti del dott. Borsellino alla famiglia Scotto, risultandoci fin da allora e poi nel tempo in maniera sempre più chiara il rapporto di assoluta fiducia tra i Madonia di Resuttana, in particolare Madonia Antonino, Madonia Salvatore e Madonia Giuseppe e il padre Francesco con Gaetano Scotto”.


Scotto, l'ombra dei Servizi e quelle intercettazioni abusive

Approfondendo proprio quegli elementi emersi nelle indagini sugli Scotto, Di Matteo torna ancora una volta a parlare dei Servizi deviati. L'occasione è data dalla domanda se fosse mai venuto a conoscenza di contrasti tra Arnaldo La Barbera e Gioacchino Genchi. “Non ho mai capito perchè il dott. Genchi si fosse lamentato con il dott. La Barbera dell'arresto di Pietro Scotto – risponde Di Matteo -. Se Scotto (Gaetano, ndr) – , stiamo facendo le ipotesi di allora e non voglio parlare di quelle di ora -, era l'elemento di congiunzione tra mafia e Servizi, in che modo il progredire delle indagini nei confronti di Scotto Pietro e poi successivamente Scotto Gaetano avrebbe aiutato i Servizi 'deviati'?”. Di Matteo specifica quindi di essere rimasto colpito dall'affermazione di Scarantino sulla presenza di Scotto (Gaetano, ndr) la mattina del 18 luglio alla Guadagna e alla dichiarazione che lo stesso Scarantino attribuiva a Gaetano Scotto: 'stavolta l'abbiamo fottuto con le intercettazioni'. Il sostituto procuratore di Palermo ribadisce che questo elemento “coincidesse con quelle che erano le testimonianze dei familiari di Borsellino, del dottore Genchi sulle anomalie riscontrate nel sistema telefonico di casa Fiore-Borsellino e sul fatto che sostanzialmente attraverso dei riconoscimenti era provata la presenza di Scotto Pietro in via D'Amelio tra il 14 e il 16 luglio quando invece quella presenza non era giustificata dagli ordini di servizio della Sielte”. “Questo ci faceva ritenere che c'era stata un'intercettazione telefonica abusiva”, ribadisce quindi il pm di Palermo. Che sottolinea come recentemente siano venuti fuori “degli elementi che possono comprovare l'esistenza di intercettazioni abusive: mi riferisco alle esternazioni di Salvatore Riina colte da noi nell'agosto-settembre 2013”. Altro punto di contatto tra le indagini di via d'Amelio ed i Servizi, secondo quanto riferito in aula, è poi dato da un altro elemento, ovvero la presenza negli uffici della Procura di un appartenente del Sisde, Rosario Piraino. “Questo soggetto, di cui mi sono occupato a Palermo successivamente, era solito interloquire con i magistrati. Io non ne capivo il motivo. Lui aveva un rapporto di frequentazione assidua con un giudice supplente del primo processo Borsellino. Vedevo la presenza significativa di Piraino e poi, dopo aver acquisito le agende di Contrada, emerse che il giorno 20 luglio fosse venuto a parlare con Tinebra assieme a Piraino”.


Alfa e Beta

Durante la deposizione Di Matteo ricorda anche le difficoltà vissute negli ultimi anni a Caltanissetta, in particolare nel momento in cui, assieme al pm Tescaroli, si spingono ad indagare su Berlusconi e Dell'Utri. “Nell'ultimo periodo della mia permanenza a Caltanissetta – aggiunge - con il dott. Tescaroli e altri colleghi avevamo insistito sulla base di alcune dichiarazioni, in particolare di Cancemi, perché le indagini si svolgessero con un'ipotesi investigativa consacrata con iscrizione di notizia di reato 'Alfa e Beta' quindi Berlusconi e Dell'Utri. In quell'ultimo mio periodo a Caltanissetta ci fu una delega a me e a Tescaroli della conduzione di quella indagine. Non ricevevamo nemmeno grandi risposte dalla Polizia giudiziaria delegata. Nell'ultimo periodo mi concentrai di più sulla preparazione delle requisitorie in particolare quella del Borsellino ter. Da un punto di vista investigativo ci fu uno scollamento tra me e Tescaroli da una parte e il resto della procura di Caltanissetta dall'altra. Così alcune preliminari deleghe vennero conferite alla Dia di Roma, però già il fatto che la Dia di Roma vedesse arrivare sul proprio tavolo le deleghe a firma di due sostituti che erano i più giovani del pool della Dda di Caltanissetta probabilmente dava anche un po' il metro di quale fosse la convinzione dei vertici della Procura su quelle indagini”.
Sulle indagini nei confronti di Berlusconi e Dell'Utri torna poi rispondendo ad una domanda dell'avvocato Fabio Repici: “Dopo le dichiarazioni di Cancemi eravamo convinti di procedere con l'iscrizione con nomi falsi. Cancemi aveva detto che tra Capaci e Via D'Amelio c'è stata una riunione a casa di Guddo dove Riina disse che si doveva fare la strage di via d'Amelio. Alle perplessità espresse da Raffaele Ganci il Riina avrebbe detto 'non vi preoccupate, la responsabilità è mia, abbiamo il contatto con Berlusconi e Dell'Utri e li dobbiamo appoggiare ora e in futuro di più'. Chiedemmo, io e Tescaroli, ma anche la Palma e Petralia erano d'accordo, a Tinebra una riunione ad hoc della Dda. Ci riunimmo e in questa riunione Tinebra si presento con una copia de 'Il Giornale' sotto braccio dove vi era un titolo relativo alle dichiarazioni di Cancemi. Tutti prendemmo la parola e poi Tinebra disse 'io non sono d'accordo ma se voi lo siete iscrivetelo con la secretazione, ma su questa cosa non pretendete che io possa partecipare alle vostre indagini'. Ecco perché le deleghe erano firmate da me e Tescaroli e forse qualche altra anche da Giordano”.


Vito Galatolo ed il progetto di attentato

Un altro tassello importante nell'udienza odierna è dato dal racconto che il pm Di Matteo fa del suo incontro con il collaboratore di giustizia Vito Galatolo, il 3 novembre 2014. E' quella la prima volta che il pentito riferisce all'autorità giudiziaria del progetto di attentato nei suoi confronti, indicando persino i mandanti altri che vorrebbero l'esecuzione. “I dubbi sulla presenza di mandanti esterni nelle stragi ci sono sempre stati e nel tempo il convincimento di ciò è persino aumentato - racconta il pm che indaga sulla trattativa Stato-mafia - Un ulteriore dato è stato raccolto il 3 novembre 2014. Un mafioso, Vito Galatolo, aveva scritto una lettera dal carcere, personalmente a me per essere interrogato. Io ne parlai con il procuratore aggiunto Vittorio Teresi che convenne sul fatto che se un soggetto chiedeva di parlare era opportuno andarci. Così feci e mi recai presso il carcere di Parma con un ufficiale di Polizia giudiziaria della Finanza. Quando arrivai il soggetto, detenuto al 41 bis, era in un evidente stato di agitazione e mi faceva segno di spegnere il registratore. Io non lo feci e lui mi disse di essersi sbagliato, in quanto pensava fossi un pm che si occupava di un procedimento per cui era detenuto. Si scusò ma nel momento che spensi il registratore questi iniziò a parlare e, sempre alla presenza del funzionario, mi disse: 'Guardi che nei suoi confronti c'è un piano di attentato già in avanzatissima fase. Abbiamo già studiato come ucciderla a Palermo, abbiamo fatto pedinamenti ed abbiamo anche concepito un piano diverso per ucciderla a Roma dove lei si muove con una scorta meno professionalmente attrezzata'. Non è su questo che mi voglio soffermare, né sull'acquisto di esplosivo, anche perché ci sono indagini in corso della Procura di Caltanissetta, ma vi è un aspetto che mi colpì molto perché in quella stanza c'era un'immagine di Falcone e Borsellino. Lui indicò la fotografia. Prima riferendosi a Falcone disse: 'La vede? Con quella cosa non c'entra niente perché là è tutto chiaro'. E poi fa: 'L'altro - indicando Borsellino - Io ero piccolo e poi ho saputo. Ed è la stessa cosa che sta succedendo con lei.. a noi ce l'hanno chiesto'. E' questo l'elemento di riflessione che porto. Il riferimento che loro hanno agito su richiesta di altri. Queste parole sono state dette”. Prima di rinviare il processo al 18 novembre, quando sarà sentita la dottoressa Anna Maria Palma, il presidente Balsamo dispone che il prossimo 14 dicembre sarà sentito in trasferta, nella sede del Senato, l'ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Quest'ultimo è teste dell'avvocato di parte civile che rappresenta Salvatore Borsellino, Fabio Repici. 


Lorenzo Baldo e Aaron Pettinari  (AntimafiaDuemila)


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