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'Napolitano vuole il silenzio. Potrei uscire dal processo' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Lo Bianco   
Domenica 22 Novembre 2015 18:58
di Giuseppe Lo Bianco - 22 novembre 2015

Palermo.
Hanno accolto l’invito contenuto nella lettera intimidatoria di Napolitano e io ho deciso di ritirare la mia costituzione di parte civile dal processo: che senso ha restare in un’aula dove i giudici non vogliono accertare la verità ma solo inchinarsi ai potenti? Ne parlerò il 4 dicembre con il mio avvocato e alcuni amici delle Agende Rosse, ma dovranno avere argomenti molto solidi per convincermi a rimanere. Ormai non ha più alcun senso”. Salvatore Borsellino è furibondo e su Facebook ha postato il cartello appeso in tutte le aule di giustizia riveduto e corretto: “La Legge non è uguale per tutti”. Attendeva la deposizione dell’ex capo dello Stato come il momento processuale più alto del quarto dibattimento per la strage di via D’Amelio, ma in cinque ore di camera di consiglio la Corte di assise di Caltanissetta presieduta da Antonio Balsamo ha deluso la sua attesa.

Come spiega il dietrofront?
Non me lo spiego, se non con l’ossequio a un potente. È come se a una persona avessero dato uno schiaffo e lui china la testa. Agli atti non c’è alcun elemento nuovo se non una lettera intimidatoria. Nei processi precedenti c’erano i depistaggi, qui non si vuole arrivare alla verità.

Pensa anche ad altre pressioni?
Me lo chiedo, mi chiedo quali altre pressioni abbia subito questo presidente della Corte che fino ad ora si era mostrato equilibrato offrendo lo spazio necessario alla parte civile nonostante gli attacchi dei pubblici ministeri.

Ci hanno messo cinque ore per decidere...
È stata certamente una decisione sofferta, mi piacerebbe sapere che ne pensano i giudici popolari.

Come valuta  l’atteggiamento del presidente emerito Napolitano?
Come quello di un testimone reticente. Dico che le sue argomentazioni sono prive di fondamento: sostengo da sempre che Napolitano è il garante del silenzio sulla trattativa Stato-mafia. Ha occultato le registrazioni con Mancino e nella precedente deposizione al processo sulla trattativa ha messo la pietra tombale su cose che sarebbe stato necessario conoscere, i suoi ‘non ricordo’ sono stati numerosi. Mi sarei aspettato che dicesse: ho già detto quel poco che so, ma vengo a testimoniare perché voglio l’accertamento della verità. Ma evidentemente non lo vuole.

I giudici hanno sostenuto di avere elementi sufficienti per decifrare i misteri di quella stagione  istituzionale, grazie ai testimoni già ascoltati, da Violante a Scotti, da Liliana Ferraro a Martelli. Napolitano che altro avrebbe potuto aggiungere?
Nessuno di loro era presidente della Camera, e quel punto di osservazione istituzionale era certamente privilegiato nell’estate del 1992 per conoscere i motivi che hanno portato all’uccisione di mio fratello. Sono tanti i segreti di quella fase stragista, e secondo me Napolitano qualcuno lo conosce. Non a caso è stato eletto al secondo mandato, proprio per continuare a garantire questo silenzio.

Il ritiro della parte civile rischia di rivelarsi un boomerang, tirandovi fuori dal processo non potrete più rivolgere le domande più scomode che alimentano la ricerca della verità.
La riunione del 4 dicembre serve a confrontarci, ma dovranno avere argomenti solidi per convincermi a rimanere. Io non ho alternativa: i monaci tibetani si danno fuoco, io ritengo di avere ancora qualche anno da vivere cercando la verità sulla morte di Paolo. Altri fanno lo sciopero della fame o si incatenano, ma mi sembra di implorare pietà. In un contesto in cui mi fanno passare per malato di mente o fazioso, il ritiro dal processo è l’unico modo per farsi sentire, per oltrepassare la cortina di silenzio che avvolge fatti come questi.

In aula l’ex pm Anna Palma ha detto che i contenuti dell’agenda grigia erano collegati a quelli dell’agenda rossa. È vero?
Ma quando mai, si vuole sminuire la portata dell’agenda rossa. In quella grigia Paolo segnava le spese, annotava ora e luogo degli appuntamenti, la utilizzava, insomma, in chiave logistica. E infatti spesso la lasciava a casa. Da quella rossa, invece, non si separava mai.


Giuseppe Lo Bianco (Il Fatto Quotidiano, 22 novembre 2015)





 

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