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Stato, Cosa Nostra e stragi: Salvatore Borsellino parla agli studenti di Parma PDF Stampa E-mail
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Scritto da Andrea Bernardi   
Giovedì 26 Novembre 2015 17:43
di Andrea Bernardi - 20 novembre 2015

Batte le dita con insistenza sulla cattedra, quasi a voler materializzare il legame tra i fatti raccontati – accaduti 23 anni fa – e l’aula strapiena di studenti dei licei Romagnosi ed Ulivi, oltre a qualche universitario che si trovava dalle parti del plesso San Francesco venerdì mattina. Salvatore Borsellino “di professione non fa il fratello di Paolo” e dal giorno della strage di via D’Amelio va per l’Italia a raccontare perché questa strage, perché è stato ucciso Paolo e in cosa credeva nel profondo del cuore: non basta il coraggio per affrontare la mafia, serve l’amore che ci permette di “sconfiggere il mafioso che c’è dentro di noi , di non restare indifferenti”.

Parla senza sosta Borsellino, venuto a Parma per proseguire la sua opera di sensibilizzazione sulle stragi di mafia, interrotta nel ’97 e ripresa dopo un periodo di scoraggiamento durante il quale “il lavoro era divenuto la mia droga per non pensare”. Parla come se non avesse “nulla da insegnare, non sono qui per commuovervi” ma tutto da ricordare, da riportare alla memoria presente, all’attualità. Lui che da Palermo racconta se ne andò: una vita ‘normale’ al nord Italia con il resto della famiglia e il fratello rimasto giù, in Sicilia. “Una volta eravamo al telefono e gli dissi di andarsene, che rischiava la vita. Si arrabbiò e mi chiese se avesse dovuto scappare come me”. Un respiro, sente delle colpe, crede che avrebbe potuto fare diversamente, constata Salvatore Borsellino, che qualcosa però ha fatto e continua a fare nonostante non voglia alcun credito per il semplice fatto di essere il fratello di…

“Suo fratello, quello vero, era Giovanni Falcone” morto ammazzato per mano degli stessi mandanti nemmeno due mesi prima. “Paolo sapeva che in città era arrivato l’esplosivo che lo condannava a morte ma non pensò mai di scappare”. Proprio la ferrea volontà di restare ha fatto del magistrato – questo vale per tanti altri campioni della lotta alla mafia – un esempio di persona che non si arrende. Avrà avuto paura Paolo Borsellino, si sarà sentito abbandonato dalle istituzioni, solo nei suoi ultimi giorni. Eppure come lascia intendere il fratello, era consapevole che quello che stava per accadere sarebbe servito da monito, da riflessione per quelli che dal 1992 in avanti sarebbero nati.

“La trattativa Stato-Mafia c’è stata”, taglia corto Borsellino: “Come si sono procurati il Semtex? Un esplosivo sottoposto a controlli così stringenti come ha fatto a finire nelle loro mani? E dov’è finita l’agenda rossa?” Lo sconfortante pensiero di una politica che s’è fatta tutt’uno con la mafia affligge Salvatore Borsellino, che inveisce nei confronti dello Stato, ma che poi vede uno spiraglio là dove l’aveva visto anche Paolo Borsellino: “Restate qui non scappate, restate in Italia – dice ai ragazzi in platea -, questo Paese ha bisogno di voi”. Tenacia resistente, amore e speranza che il ‘movimento delle Agende Rosse’ sostiene e porta avanti. La speranza è quel quaderno rosso alzato in alto da una mano e mostrato a tutti, è un simbolo che ci dice: ‘Anche tu sai, non l’avranno vinta’.


Andrea Bernardi (ilmattinodiparma.it)











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