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Licio Gelli, origini e avventure del Venerabile PDF Stampa E-mail
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Scritto da Antonella Beccaria   
Mercoledì 16 Dicembre 2015 22:51
di Antonella Beccaria - 16 dicembre 2015

Il 21 aprile 1919 Ettore Gelli e Maria Gori divennero genitori. Nasce infatti Licio, che alla fine del secondo conflitto mondiale era arrivato alla licenza di scuola media. Dal 1931 al 1937, infatti, aveva frequentato l’istituto tecnico arrivando fino al terzo anno, ma aveva interrotto gli studi diventando volontario nella 735° brigata spedita in Spagna.

Iscritto al Partito nazionale fascista il 29 ottobre 1940, era già entrato nel 1937 nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn) e nell’autunno nel 1939 fu richiamato nel 127° reggimento di fanteria, Divisione Venezia. Era un giovane con una certa inventiva, Licio, che aveva inviato al ministero della Guerra il progetto per un nuovo fucile mitragliatore, ma il disegno non venne preso in considerazione per una serie di difetti.

Poco male. Nel novembre 1940 fu trasferito a Firenze, dove prese parte alle operazioni greco-macedoni e quando si diede inizio agli arruolamenti per dare vita al corpo speciale dei paracadutisti, fece domanda, entrando alla scuola di Tarquinia. Qui, incorporato nella 195° divisione Folgore, durante un lancio di esercitazione nel settembre 1941 riportò lesioni a entrambe le gambe e per questo fu riconosciuto inabile alle fatiche di guerra.

Tornò a Pistoia e qualche mese più tardi fu nominato segretario del fascio di combattimento di Cattaro, la provincia che esistette per un paio d’anni a partire dal 1941 all’interno del governatorato di Dalmazia. Lì Gelli rimase fino al 25 luglio 1943 e dopo aver ripreso la via di casa si trasformò “nel più pericoloso informatore del comando tedesco”. Per questo fu nominato ufficiale di collegamento tra le federazioni repubblichine di Firenze e di Pistoia.

Dopo l’armistizio, a Pistoia fu un solerte organizzatore dei fasci repubblicani per una paga mensile di 2100 lire. Entrò a far parte della squadra d’azione “Ettore Muti”, un gruppo con compiti informativi, e si diede da fare per rastrellare i prigionieri inglesi fuggiti dai campi di concentramento locali non risparmiando neppure un sacerdote, il parroco a San Biagio in Cascheri. Ma la caccia la diede anche ad antifascisti e renitenti alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò, acquisendo il grado di “oberleutnant”, cioè di tenente.

Ma a un certo punto dovette farsi la convinzione che i regimi dell’Asse non avrebbero resistito e allora iniziò a cercare contatti con il Comitato di liberazione nazionale a cui offrì servigi fino al maggio 1944 quando, scoperto, venne emessa una taglia sulla testa che, secondo alcune fonti, era di 100 mila lire e, secondo altre, arrivava a 250 mila.

A questo punto il Cln si adoperò per aiutarlo e lo fece fuggire in montagna. Solo dopo la liberazione di Pistoia ricomparve mettendosi al servizio del Cic (Counter Intelligence Corps), struttura di spionaggio dell’esercito statunitense per la quale Gelli avrebbe fatto l’informatore dall’Argentina alla fine degli anni Quaranta. E si mise anche al servizio di James Angleton dell’Oss che già gli aveva fatto ottenere il permesso di raggiungere La Maddalena perché temeva rappresaglie antifasciste. Del resto già in passato Gelli se l’era vista brutta. Con l’avanzare da Sud della quinta armata alleata, i partigiani lo avevano messo al muro, ma a salvargli la vita era stato l’intervento del comunista Giuseppe Corsini, futuro sindaco di Pistoia e senatore del Pci.

In quell’anno qualche altro guaio lo passò. Pur dichiaratosi innocente, Gelli fu accusato di delazione nei confronti di un tenente colonnello della Regia aeronautica, Vittorio Ferrante, sul quale era stato fatto circolare il sospetto di aver nascosto materiale militare ai tedeschi. Per questo fu internato. Intanto agli alleati fece il nome di una cinquantina di persone che avevano collaborato con i nazifascisti e a suo favore intervenne il Cln di Pistoia, memore di quanto era avvenuto nel luglio 1944.

Allora, infatti, Gelli, in divisa da ufficiale delle SS, si presentò in una località del pistoiese, Collegigliato, dove c’era una casa di cura per malattie nervose riconvertita a prigione, e il gerarca italiano dette ordine di rilasciare i detenuti. Poi, rientrato al comando, finse di ignorare quanto era avvenuto e diede ai nazisti il nome dei presunti partigiani responsabili dell’evasione, risultati poi irrintracciabili.

Tutto ciò non fu abbastanza perché a Gelli nel 1945 fosse risparmiato un ordine di cattura firmato dal procuratore del Regno di Pistoia. Era accusato di aver arrestato il 9 maggio 1944 tal Giuliano Bargiacchi, rilasciato il 16 giugno e nel frattempo torturato e interrogato. Rinchiuso in un carcere sardo, il futuro venerabile scrisse al comandante dei carabinieri della caserma di Stampace sostenendo di essere detenuto “per motivi politici” e chiese che gli venisse “inviato un funzionario dell’Arma per fatti gravi che riguardano la Giustizia”.

Se un ufficiale si presentò, le carte non lo dicono. Si sa invece che dalla Sardegna fu trasferito a Pistoia e rimesso in libertà provvisoria il 20 marzo 1946 in attesa di processo d’appello da cui uscì assolto dopo che il tribunale l’aveva condannato a due anni e sei mesi. Nonostante ciò, su di lui non si spense l’occhio della polizia politica. Segnalato nel gennaio 1950 come sospetto agente del Cominform, Gelli fu osservato anche dai servizi segreti. Poi, il 18 febbraio 1950, un’informativa dell’intelligence stabilì che l’agente d’influenza sovietica era un altro pistoiese, il geometra Corrado Gelli.

Licio, di suo, rimaneva comunque un soggetto degno di attenzione. In un documento datato 29 settembre 1950, veniva identificato come “partigiano combattente comunista alle dipendenze del comando dell’XI Zona”. Intanto si faceva il punto sul Gelli del dopoguerra, uno che sapeva che l’immagine ha la sua importanza. Così curava i dettagli del suo abbigliamento e viaggiava molto alla guida di una Fiat 1100 che aveva comprato di seconda mano. Tra le sue mete c’erano soprattutto Roma, Milano e Livorno. “Risulta che spenda circa 10 mila lire al giorno”, scrivevano i servizi segreti, “e non è possibile capacitarsi della fonte di tale reddito. Inoltre [vanta] alte relazioni con eminenti personalità politiche delle quali non disdegna fare il nome”.

Eppure nei suoi trascorsi c’erano stati anche periodi in cui avrebbe commerciato in sigarette americane piazzando una bancarella in piazza del Duomo, a Pistoia. Tra il 1947 e il 1948 si mise in affari e diceva di essere un industriale. In quel periodo iniziò pure a far costruire un capannone a Porta Lucchese sostenendo che avrebbe assunto tra i 180 e i 200 operai. Ma l’urgenza era ottenere il passaporto, pur essendo schedato come ex fascista pericoloso per l’ordine pubblico. Per averlo si rivolse all’onorevole Attilio Piccioni, allora segretario generale della Democrazia Cristiana e la cui carriera sarebbe più tardi naufragata a causa dello scandalo Montesi, si iscrisse alla Dc e partì per Roma, puntando dritto in piazza del Gesù. “Ma i preti, si sa, sono molto furbi e intelligenti”, scrissero i servizi segreti. “L’onorevole Piccioni non abbocca”.

Ci riprovò con il Partito monarchico e poi con il Msi. A quel punto arrivò un passaporto valido per Spagna, Francia, Belgio e Svizzera e nel 1948 si aggiunse il Portogallo. In quel periodo ebbe inoltre abbastanza denaro per comprare un appartamento che intestò al figlio Raffaello, nato il 28 maggio 1947. Interrotta nel 1956 la sorveglianza, non smise però di essere oggetto d’attenzione. Per quanto ancora fascista, i suoi rapporti li coltivava nel vivaio degli andreottiani e con il tempo era entrato in confidenza con il segretario provinciale e futuro parlamentare Romolo Diecidue. Inoltre, secondo un appunto riservato del settembre 1981, “conobbe, tramite il commendator Zermi l’onorevole Andreotti, allora ministro della Difesa, e da questi ottenne una commessa di 40 mila materassi per le forze armate della Nato”.

Grazie al ghiotto ordine, venne nominato direttore dello stabilimento di Frosinone e nel 1961, quando la nuova struttura dell’azienda fu inaugurata, alla cerimonia parteciparono un cardinale e due ministri, quello per il Mezzogiorno Edgardo Lami Starnuti e il collega alla Difesa, Andreotti. Poi fondò a Castiglion Fibocchi la Dormire, vendendola quando andò male, e il 1 febbraio 1967 giunse a Castiglion Fibocchi trasferendosi nel 1970 a Villa Wanda, frequentata da ospiti del calibro del generale dei carabinieri Giovanni Battista Palumbo, del generale del Sifar Giovanni Allavena e il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Intanto, nel 1969, Gelli era entrano in contatto con Alexander Haig, il vice di Henry Kissinger al consiglio di sicurezza della Casa Bianca divenuto poi segretario di Stato durante la presidenza di Ronald Reagan con compiti anti-insurrezionali in America Latina. Inoltre da Washington aveva anche un altro interlocutore di rango, il deputato repubblicano Philip Guarino legato a Michele Sindona. Questi sono contatti che stupivano già allora, dato che il futuro maestro venerabile ai tempi era solo direttore di un paio di aziende tessili, la Giole e la Socam.


Antonella Beccaria  (ilfattoquotidiano.it)





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