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Strage via d'Amelio, archiviata indagine su Narracci PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Venerdì 15 Gennaio 2016 23:19
di Aaron Pettinari - 15 gennaio 2016

La posizione di Lorenzo Narracci, ex funzionario del Sisde e tuttora in servizio all'Agenzia per la sicurezza interna (Aisi), in merito all'indagine sulla strage di via d'Amelio, è stata archiviata. La notizia è emersa questa mattina nel corso del quarto processo sull'attentato del 19 luglio luglio 1992 che si celebra di fronte alla corte d’Assise di Caltanissetta. Immediatamente dopo l'esame di “Piddu” Madonia ed i confronti tra l'imputato Vittorio Tutino ed i collaboratori di giustizia Vito Galatolo e Gaspare Spatuzza, sono state avanzate una serie di richieste di assunzione prova ex art. 507. Tra le richieste dei pm vi è stata quella di risentire l'ex funzionario, che nell'aprile 2014 si era avvalso della facoltà di non rispondere, ed è stato specificato che nell'eventualità sarebbe sentito come semplice teste in quanto l'inchiesta nei suoi confronti, con l'ipotesi di reato di concorso nella strage di via d'Amelio, è stata chiusa.
Dell'iscrizione di Narracci nel registro degli indagati (già indagato e poi archiviato nel 2002 in una delle inchieste sui “mandanti esterni” delle stragi insieme a Bruno Contrada) si parlò per la prima volta il 27 maggio 2010, attraverso alcuni organi di stampa. In quell'occasione però non compariva il nome dell'ex collaboratore di Contrada, e che venne successivamente “svelata” dall'allora presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu. L'allora presidente della Commissione lo aveva citato per due volte nella sua relazione sulle stragi di mafia del '92-'93 scrivendo - sia pure in forma ipotetica - che lo 007, chiamato in causa da Massimo Ciancimino come accompagnatore del misterioso "signor Franco o Carlo" e dal pentito Gaspare Spatuzza, fosse indagato a Caltanissetta. La Procura nissena non commentò mai le parole di Pisanu anche se durante le indagini, secondo indiscrezioni giornalistiche, vi sarebbero stati anche alcuni confronti. Oggi si apprende della nuova archiviazione.

Tra le richieste di ammissione nuove prove ex.art 507 vi erano anche le testimonianze dei tre ex poliziotti del pool Falcone e Borsellino Mario Bo, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera indicati dai tre falsi pentiti Vincenzo Scarantino, Francesco Andriotta e Salvatore Candura come gli autori delle pressioni e delle violenze nel loro confronti al fine di ottenere dichiarazioni pilotate, la cui posizione è stata archiviata i primi di gennaio. Inoltre è stato chiesto l'esame dell'ex moglie di Scarantino, Rosaria Basile, della moglie del pentito Mario Santo Di Matteo, Franca Castellese, nonché di altri membri del gruppo Falcone e Borsellino. Inoltre sono stati chiesti i confronti tra i magistrati Ilda Boccassini e Anna Maria Palma in quanto nel racconto di alcuni fatti su un interrogatorio di Scarantino emergono due versioni completamente discordanti. Ugualmente il legale di parte civile di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, ha chiesto anche l'ammissione dei confronti tra la stessa Boccassini ed i pm Antonino Di Matteo e Carmelo Petralia. Su queste ed altre prove la Corte si è riservata di decidere mentre, sempre oggi dopo una lunga camera di consiglio, ha già deciso di non revocare gli ordini di custodia cautelare nei confronti degli imputati Salvatore Madonia e Vittorio Tutino. Il che significa che il processo, presumibilmente, dovrà concludersi entro il 13 febbraio 2016. La Corte ha poi deciso di accogliere le richieste di esame per Franca Castellese, in merito al contenuto del dialogo avuto con il marito Mario Santo Di Matteo di seguito al sequestro del figlio e sulle confidenze ricevute dal marito sulla strage di via d'Amelio, Mario Bo e Vincenzo Ricciardi, esclusivamente sulla realizzazione o meno di violenza fisica o di intimidazione nei confronti di Vincenzo Scarantino ad opera di qualsiasi persona nel periodo successivo al suo arresto e nel periodo susseguente alla sua scelta collaborazione a quello di uno degli investigatori che ha compiuto gli accertamenti sul citofono di Paolo Borsellino in via d'Amelio ed alcuni periti che dovranno essere citati la prossima settimana (si terranno udienze a partire da lunedì, ndr).

L'esame di Piddu Madonia
All'udienza odierna ad essere sentito come teste è stato Giuseppe “Piddu” Madonia, capo indiscusso di Cosa nostra nel Nisseno. Ha affermato di non sapere nulla della strage di via d'Amelio, accusando in particolare Calogero Pulci, imputato al processo per calunnia aggravata, di aver riferito nei suoi confronti delle circostanze false.

I confronti dei pentiti Spatuzza e Galatolo con Tutino
E' stata poi la volta del confronto tra Vittorio Tutino e l'ex boss dell'Acquasanta Vito Galatolo che di fatto non ha risolto le divergenze tra le loro dichiarazioni rese sulla strage di via D'Amelio. I due, entrambi collegati in videoconferenza con la Corte d'Assise di Caltanissetta, hanno confermato quanto già detto in passato. Tutino, imputato per l'attentato costato la vita a Paolo Borsellino e a cinque agenti di scorta, ha continuato a sostenere di non avere mai avuto rapporti di amicizia con Galatolo, ma solo una conoscenza superficiale, e di non avere mai consigliato a Galatolo e ai suoi parenti di non frequentare un parcheggio da loro gestito che si trovava nei paraggi di via D'Amelio. Circostanze che invece il pentito, già sentito nel febbraio dello scorso anno nel "Borsellino quater" ha ribadito nuovamente, dicendo che con Tutino c'era un forte rapporto di amicizia. Galatolo ha anche precisato che, dopo la strage di via D'Amelio, Tutino si era incontrato con lui e i suoi parenti dicendo: “Avete visto cosa è successo? Ve lo dicevo di non andare al parcheggio, mi parlava il cuore”. Tutino, da parte sua, ha escluso tassativamente di aver mai detto qualcosa di questo tipo.
Altro confronto di giornata è stato poi quello con l'ex boss di Brancaccio, Gaspare Spatuzza. Quest'ultimo ha confermato quanto già dichiarato nel giugno 2013 quando fu sentito in trasferta a Roma presso l'aula bunker di Rebibbia in merito al furto della Fiat 126 usata per la strage. Spatuzza ha quindi confermato di averla rubata con la complicità dello stesso Tutino. In particolare il pentito ha detto che la mattina del 18 luglio '92, un giorno prima dell'attentato, si era recato da un elettrauto, sempre insieme a Tutino, per prelevare due batterie per auto che dovevano essere ricaricate e un antennino e che quello stesso pomeriggio avevano poi rubato le targhe da applicare alla 126. Spatuzza ha aggiunto che l'ordine di rubare le targhe era arrivato da Giuseppe Graviano, ma Tutino ha continuato a negare. “In quella maledettissima giornata del 19 luglio - ha affermato Tutino - ero a mare all'Addaura con mia moglie. E poi, tra me e Spatuzza c'era un bellissimo rapporto, non legato a fatti delinquenziali, ma se avessimo avuto ordine da Graviano di rubare prima l'auto e poi le targhe, ci saremmo chiesti il perché stavamo commettendo quelle azioni”. E Spatuzza ha replicato: “Tutino sa che ci sono regole rigidissime e che bisogna eseguire degli ordini senza fare domande”. Il collaborante ha anche sostenuto di avere rubato insieme a Tutino altre auto, due Fiat Regata e una Fiat Uno, che venivano messe a disposizione della cosca mafiosa di Brancaccio e che insieme avevano commesso l'omicidio di Stefano Casella. “Con Spatuzza ho rubato solo una Fiat Regata - ha ribattuto Tutino - e non per attività mafiose. Sull'omicidio Casella posso solo dire che sono stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Palermo”. Sul finire del confronto vi è stato anche un “siparietto” tra i due ex amici. “Gaspare, ti sarebbe piaciuto che io ti venissi dietro? Ti sarebbe piaciuto... desideravi che io facessi la tua stessa scelta di collaborare con la giustizia? Ti chiedo questo senza volerti screditare” ha detto Tutino rivolgendosi a Spatuzza. E quest'ultimo ha risposto: “Mi si sarebbe spalancato il cuore mi piacerebbe se tutti facessero questa scelta, facendo un esame di coscienza e riabbracciando la vita, riabbracciando la fede. Io sono triste nel vedere queste persone, che chiamo fratelli, perché cristianamente siamo fratelli, ancora ferme sulle loro posizioni. Abbiamo dato tanto dolore a noi stessi e a questa terra e ora, tramite la fede, ora sto scoprendo la bellezza della vita. Ora c'è questa opportunità che ci dà anche Papa Francesco in questo anno del perdono che ci sarà con il Giubileo. Ho scritto una lettera dove faccio questo appello e presto sarà anche resa pubblica”.


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)














 

 

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