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Gestione del confidente Luigi Ilardo, Caselli: 'Gravi limiti per poter ricordare' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari   
Domenica 24 Gennaio 2016 12:28
di Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari - 22 gennaio 2016


“I fatti di Mezzojuso e l'incontro con Provenzano? Non seppi nulla né prima, né dopo”. “Luigi Ilardo? Il nome del confidente era innominato, lo appresi in un secondo momento”. “Il covo di Riina? Fu De Caprio a dire no alla perquisizione”. “Il rapporto con il Ros? Un conto erano le impressioni sui singoli, un conto la struttura”. Sono queste alcune delle risposte di Gian Carlo Caselli, Procuratore capo di Palermo dal 1993 al 1999, ad alcune delle domande poste dai pm Vittorio Teresi e Nino Di Matteo (presenti in aula anche Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, ndr), al processo trattativa Stato-mafia in corso all'aula bunker dell'Ucciardone. Una deposizione fiume, che lascia un retrogusto amaro se si considerano i numerosi dettagli persi per strada e che restano senza una risposta chiara. Così come era accaduto nell'audizione al processo Mori-Obinu, Caselli da subito pone il problema dei “gravi limiti” della propria deposizione: “20 anni dopo è complicatissimo ricordare, ci sono conoscenze dell'epoca e quelle acquisite successivamente. Poi il dirigente di qualsiasi ufficio giudiziario è sommerso di lavoro e ci sono limiti obiettivi della mia testimonianza”.


Ancora una volta i “non ricordo”, i “non so” ed i “non credo, salvo difetto di memoria” scandiscono la testimonianza del magistrato che conferma di non aver mai saputo il nome del confidente Luigi Ilardo, almeno fino all'incontro avuto a Roma, il 2 maggio 1996, presso gli uffici del Ros. “Era ovvio imporre la riservatezza – ricorda Caselli - Si poteva mettere a rischio il confidente i funzionari della Dia, Riccio in particolare. Né Pignatone né io abbiamo voluto sapere il nome del confidente. Non ci compete. I confidenti sono materia esclusiva della polizia giudiziaria. Le informazioni che portava Ilardo tramite Riccio? Non c'era patrimonio di conoscenza, le informazioni erano assolutamente generiche. Ho dato ampia delega a Pignatone che mi riferiva quando capitava e sempre Pignatone mi ha detto: ‘Di concreto non abbiamo nulla se non la speranza, la prospettiva di catturare a breve Provenzano che poi non veniva mai catturato’ ”. Seppur a fatica, sollecitato dalle domande dei pm, Caselli ricorda comunque l'effettivo livello di attendibilità della fonte che aveva fatto arrestare sei importanti latitanti: “Se ne è parlato. Ne ha parlato Riccio in quei pochi momenti di colloquio. Non ricordo che cosa mi diceva di volta in volta Pignatone. Poi in un contesto generico c'è questo pizzino di Provenzano che era nelle mani di Pignatone e se non ricordo male non viene acquisito dalla Procura”. Uno dei tanti elementi di prova sull'importanza di Ilardo che certificavano il valore di una sua possibile collaborazione con la giustizia al di là dell'arresto del superlatitante corleonese. Inoltre, ad ulteriore richiesta di chiarimento se fosse stato informato che tra i latitanti catturati vi erano soggetti di primo piano come Aiello, Vaccaro e Fracapane, insiste: “Informato: no. Perchè le informative venivano date a Pignatone. A volte Pignatone mi parlava di queste cose. Mi ricordo invece che mi aveva colpito che la maggior parte di loro non era di Palermo”.


L'incontro del 2 maggio 1996


Caselli, ribadendo ancora una volta che la tragedia della morte di Ilardo nel maggio 1996 ne ha “inceppato i ricordi” in quanto “porta alla rimozione di certi episodi”, tanto da non ricordare un episodio eclatante come il gesto che Ilardo compie, quando negli uffici del Ros a Roma si tenne l'incontro tra il confidente ed i pm di Palermo e Caltanissetta, spostando la sedia posizionata davanti al procuratore Tinebra e sistemandola davanti a Caselli ("Non l'ho percepito quel gesto. Se qualcuno ne parla sono portato a pensare che qualcosa sia successo, io non me ne sono accorto”). 
Caselli spiega che l'incontro del 2 maggio, era volto a “coordinare le circostanze della collaborazione del confidente” senza verbalizzare le dichiarazioni: “C'erano Ilardo, la Principato, io, Tinebra e Riccio. Altri se ci furono non ricordo. Mori sicuramente l'ho notato, poteva esserci anche Obinu”. E sull'incontro con il confidente aggiunge: “Disse che voleva formalizzare il suo rapporto con l'autorità giudiziaria. Se parlammo di Mezzojuso? No. Assolutamente, scoprimmo dopo quel che accadde a Mezzojuso. Disse che aveva bisogno di tempo per sistemare delle cose con la sua famiglia. Allora io raccomando a Riccio di vigilare su Ilardo per evitare cose spiacevoli e gli dico di raccogliere le dichiarazioni di Ilardo, registrandole... per accelerare i tempi, per rendere più fluide le cose. Perché non verbalizzammo a Roma? Non c'era un avvocato difensore e le regole andavano rispettate”.
Purtroppo però Ilardo, la sera del 10 maggio 1996, a Catania, in via Quintino Sella venne ucciso a colpi di pistola. Proiettili che gli tapparono per sempre la bocca impedendogli di diventare ufficialmente un pentito.



Da don Vito Ciancimino al covo di Riina
Altro tema delicato, affrontato in aula, riguarda poi l'interrogatorio avuto con l'ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino. Caselli dice di non avere ricordi precisi senza ricordare se i carabinieri gli riferirono mai del rapporto avviato con don Vito. “Certo è – riferisce l'ex Procuratore capo di Torino - che arrivò una nota dal Ros in cui si diceva che Ciancimino voleva parlare. Violante e la richiesta di sentire Ciancimino all'antimafia? Violante non mi ha mai parlato di Ciancimino. Mi sento di poterlo escludere”. Il primo interrogatorio con Don Vito avvenne in un momento piuttosto delicato con la vicenda della mancata perquisizione del covo di Riina che era ancora calda, una vicenda che Caselli ricorda con amarezza: “Fu De Caprio, il cosiddetto capitano Ultimo, all'epoca quasi un eroe nazionale, a chiedermi di non perquisire il covo di Riina – riferisce rivolgendosi alla Corte – De Caprio aveva arrestato Riina, e io mi fido. Sicuramente agiva in sintonia con i suoi superiori. Sosteneva che altrimenti avremmo compromesso sviluppi investigativi importanti. Io mi fidai e per me era scontato però che il Ros avrebbe proseguito la sorveglianza del nascondiglio del boss appena catturato. Così non è stato. Scrivemmo una dura lettera alla Territoriale e al vertice del Ros per chiedere spiegazioni. Il mio rapporto con il Ros? Certe situazioni fecero venire punti di domanda ma una cosa è l'istituzione ed una cosa il singolo soggetto. Il rapporto con il Ros restò ottimo”. E questo nonostante vi fosse più di un dubbio sollevato da altri magistrati, proprio sul modus operandi del Ros nella gestione di determinate operazioni. A cominciare da quando riferito dall'ex sostituto procuratore Alfonso Sabella, all'udienza dell'8 gennaio 2016 in merito alla necessità di allargare anche ad altre forze di polizia la ricerca di latitanti. Secondo Caselli era “logico avere perplessità e che ci potessero essere delle divergenze, ma sempre nel perimetro della razionalizzazione. In Dda la mia responsabilità era che il confronto fosse inserito in questo perimetro”. 
Tuttavia, proprio in materia di direttive per la ricerca di latitanti, il 28 ottobre 1995 (tre giorni prima dell'incontro tra Ilardo e Provenzano a Mezzojuso, ndr) in Procura viene effettuato un incontro a cui partecipano non i sostituti procuratori ma i capi delle forse di Polizia impegnate in questo campo. Chiede Di Matteo: “Perché le forze di Polizia devono essere messe a parte anche dell’organizzazione interna sulla suddivisione tra sostituti di gruppi di latitanti?” Per Caselli queste riunioni sono di organizzazione dell'Ufficio: “Era tutto finalizzato a dire: ‘guardate, dobbiamo fare squadra, dobbiamo lavorare tutti assieme, voi Forze di Polizia e noi’... Fermo restando poi che io come Capo dell’Ufficio avevo il potere-dovere, la responsabilità di funzionare da cerniera e da raccordo quando eventualmente venisse fuori qualcosa che fuoriusciva da quell’ambito ma doveva essere comunicata. C'erano tre piani: l’organizzazione, l’indagine e il raccordo-cerniera del Procuratore della Repubblica o eventualmente degli Aggiunti”. Fatto sta che, nonostante la direttiva per una collaborazione ampia, secondo quanto riferito sia a Caselli che da Pignatone, nessuno del Ros parlò di Mezzojuso. Ciò non sarebbe avvenuto il 28 ottobre, né successivamente, fino alla consegna del rapporto Grande Oriente nel luglio 1996, dove furono inseriti anche gli ulteriori elementi forniti da Ilardo anche sui favoreggiatori di Provenzano e l'esito di alcuni accertamenti compiuti”.


“Grande Oriente” e dintorni

In merito al rapporto “Grande Oriente”, a domanda del pm Di Matteo se la dottoressa Principato, incaricata di seguire la nuova fase di indagine, lo informò in maniera analitica sui fatti di Mezzojuso contenuti nello stesso documento, l'ex Procuratore risponde con incertezza: “Dell'incontro l'ho saputo soltanto dopo... dopo molti mesi, dopo molti anni, dopo pochi mesi… non lo so…Ci sono sovrapposizioni per le polemiche… per le cose che vengono fuori dopo l’omicidio Ilardo… dopo che viene fuori la mancata operazione a Mezzojuso (secondo una certa prospettazione) e tutto si mescola e si confonde… me ne hanno parlato, ma dove, quando, come e perché non lo ricordo più… Come procuratore seguivo queste cose, questa è una cosa di un certo rilievo, non mi ricordo se la Principato me ne ha parlato subito, me ne ha parlato dopo, o me ne ha parlato avendo fatto degli accertamenti… e con quale esito… non me lo ricordo. Se me ne parlarono Mori ed Obinu o qualcuno del Ros una volta morto Ilardo? Mi sembra di no. Se volevano approfondire andavano dalla Principato prima che da me e la Principato poi mi avrebbe riferito... sono passati tutti quegli anni, oltre al difetto di memoria adesso sono anche in difficoltà… no, non sono in difficoltà, va benissimo, però non posso ricordare più di quello che so”.
Tornando a sviluppare il tema delle eventuali sollecitazioni avute dal Ros su determinati casi processuali il Presidente Montalto cita la vicenda Di Maggio-Maniscalco e la questione della richiesta del Ros di non appellare la sentenza di assoluzione nei confronti di quest’ultimo.
Alfonso Sabella all’udienza dello scorso 8 gennaio aveva dichiarato: “So che c'erano state nelle sollecitazioni da parte del Ros dei Carabinieri con il Procuratore della Repubblica (Caselli, ndr), a cui ovviamente Lo Voi non ha proprio assolutamente dato seguito, perché non venisse appellata quella sentenza (di assoluzione per Maniscalco, ndr), questo me lo disse l'attuale Procuratore della Repubblica di Palermo (Francesco Lo Voi, ndr).
Per Caselli quindi: “C'è un errore o di trascrizione o di percezione di quello che ha detto Sabella con il quale ho anche parlato e gli ho chiesto spiegazioni. E Sabella mi fa: ‘Io non ho mai detto che tu sei intervenuto su Lo Voi, ho detto che qualcuno è intervenuto’. Voglio smentire. Non ho mai fatto in vita mia una cosa del genere. Ma scherziamo? Non ho un ricordo sulla vicenda… non più di tanto, so che non sono mai intervenuto su Lo Voi e su chiunque altro. Mai”. E a quel punto Montalto insiste: “Sa di aver saputo da Sabella o da altri di sollecitazione venute dal Ros affinchè non si appellasse questa sentenza di assoluzione?”. “Forse anche questo l'ho sentito dopo quando è venuto il problema di Di Maggio che era tornato a delinquere e tutto veniva riletto – sostiene Caselli - può darsi che l’abbia sentito dopo… Ma nel momento in cui si trattava di presentare l’appello, giuro! Non lo avevo mai sentito”.
Di Matteo cita quindi un documento congiunto delle procure di Palermo e Caltanissetta che indicavano nel Ros la gestione unica del pentito Salvatore Cancemi. L’ipotesi che il Ros volesse “contenere” il più possibile le dichiarazioni “politiche” di Cancemi era stata di fatto suffragata dalle rivelazioni di quest’ultimo su Dell’Utri e Berlusconi, che a suo dire sarebbero stati coinvolti nell’ideazione delle stragi del ’92 (la loro posizione è stata successivamente archiviata, ndr), dichiarazioni esplosive che erano però emerse solamente in un secondo momento.  
In aggiunta al capitolato di prova viene infine affrontata la questione del rapporto mafia-appalti. Anche se le circostanze riguardo alla stesura del documento si sono sviluppate precedentemente all'arrivo di Caselli alla guida della Procura di Palermo lo stesso riferisce alcune circostanze basandosi in particolare sulla relazione che venne inviata alla Commissione parlamentare antimafia nel 1999. “Ricordo che vi erano molte polemiche – dice Caselli in aula – C'era un momento di difficoltà con parte del Ros. Quindi si fece questa relazione per chiarire la vicenda”. Di fatto Caselli conferma che “quando la Procura di Catania invia a Palermo per competenza il rapporto si evidenziano anomalie importanti. Le risultanze delle due Procure erano differenti. A Catania vi era un'esclusione della mafia nella gestione del problema degli appalti mentre c'erano i nomi in ambito politico. E quando questi arrivano a Palermo la Procura rimane spiazzata per non dire sconvolta. Nel frattempo sui giornali uscivano le notizie con l'accusa che a Palermo non si indagava su certi soggetti”.


Un futuro ipotecato

Al termine dell’udienza odierna non si può non rimanere basiti di fronte a quelli che lo stesso Caselli ha definito i “gravi limiti” della sua deposizione legati al tempo trascorso che ha reso “complicatissimo” ricordare. Nessuno mette in discussione i grandissimi meriti dell’ex Procuratore di Palermo nella lotta contro il terrorismo e contro la mafia, né tanto meno ci si dimentica dell’accanimento politico-istituzionale di cui è stato vittima con tanto di legge “contra personam” che gli ha impedito di rivestire il ruolo di Procuratore nazionale antimafia. E soprattutto non si sottovaluta la condanna a morte nei suoi confronti decretata anni orsono da Cosa Nostra. La questione è un’altra. Giancarlo Caselli è stato un testimone d’eccellenza negli anni delle stragi e della trattativa tra Stato e mafia. Da un uomo delle istituzioni come lui ci si sarebbe aspettato un contributo ben più solido in questa ricerca della verità per fare luce sulle zone d’ombra che ancora permangono su quel periodo. Ma così non è stato. La sensazione che resta, invece, è quella che gli avvenimenti da lui narrati siano finiti sotto una lente di ingrandimento che ha fortemente sminuito la loro portata, arrivando a snaturare la gravità stessa dei fatti narrati, con evidenti contraddizioni che si commentano da sole. Le ragioni - sconosciute - di questa sua scelta vanno purtroppo a rafforzare quella cortina fumogena che a tutt’oggi impedisce di liberare il nostro Paese dal ricatto politico-mafioso. Che - e questo è l’aspetto peggiore - ipoteca sempre di più il futuro delle nuove generazioni.


Lorenzo Baldo ed Aaron Pettinari (Antimafiaduemila)








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