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Il pentito di mafia: 'Mattarella padre era uomo d’onore' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Sandra Rizza   
Giovedì 31 Marzo 2016 21:20
di Sandra Rizza - 31 marzo 2016

L’aveva detto vent’anni fa e adesso lo ripete: “Il vecchio Bernardo Mattarella, padre del capo dello Stato, mi fu presentato come uomo d’onore di Castellammare del Golfo”. E aggiunge: “Me lo presentò tra il ’63 e il ’64 il dc Calogero Volpe, affiliato alla famiglia di Caltanissetta, che aveva uno studio a Palermo”. Franco Di Carlo, il pentito che per trent’anni ha fatto da ponte tra Stato e mafia, torna ad accusare il vecchio patriarca democristiano, scomparso nel 1971, che per un decennio (’53-’63) fu ministro della Marina, dei Trasporti, del Commercio, delle Poste e dell’Agricoltura.

L’ultimissimo verbale, datato 3 marzo 2016, arriva con il potenziale di una bomba nel processo civile che Sergio Mattarella e i suoi nipoti, Bernardo jr e Maria, hanno intentato nei confronti del giornalista Alfio Caruso e della Longanesi, autore e casa editrice del volume Da Cosa nasce cosa: accusati dall’inquilino del Quirinale di aver “infangato la figura di Mattarella padre”, e di aver raccontato in “maniera grossolana” i rapporti politici del fratello Piersanti, il presidente della Regione siciliana ucciso da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980.

Nei mesi scorsi, il capo dello Stato e i suoi nipoti, che chiedono al giornalista un risarcimento di 250 mila euro, hanno rifiutato una proposta di conciliazione che avrebbe chiuso la causa con la pubblicazione di una nota “riparatoria” sul sito della Longanesi. E ora, se il giudice civile Enrico Catanzaro deciderà di acquisire il nuovo interrogatorio di Di Carlo agli atti del fascicolo processuale, lo scontro giudiziario pare destinato ad arroventarsi.

Cosa dice il pentito di Altofonte? “In quei primi anni Sessanta, nei paesi in Cosa Nostra entravano le persone migliori. Così era capitato anche a Bernardo Mattarella che era un giovane avvocato perbene. Ciò era avvenuto anche nell’ambito della famiglia della moglie, Buccellato, che aveva al suo interno sia esponenti di Cosa Nostra, sia esponenti delle istituzioni, perfino un magistrato”. Poi aggiunge: “In epoca successiva, per evitare di essere attaccato come mafioso, Bernardo si allontanò da Cosa Nostra: il boss di Trapani, Nicola Buccellato, mi raccontò che si era allontanato a causa del sequestro di un suo figlioccio, rapito dalla mafia. Ma in realtà si era allontanato prima, perché Cosa Nostra stava cambiando e Mattarella non condivideva quei cambiamenti”.

A far parlare il pentito di Altofonte, che iniziò a collaborare nel ‘96 e oggi vive sotto falsa identità tra Londra e una città del Nord Italia, stavolta non è un magistrato, ma un avvocato: Fabio Repici, difensore di Caruso, che nei giorni scorsi ha chiesto e ottenuto dal Servizio centrale di protezione il permesso di interrogare Di Carlo, nell’ambito di un’indagine preventiva difensiva: una prerogativa concessagli dal codice (art. 391 c.p.p.) e scaturita dalla preoccupazione di un nuovo procedimento, dopo che l’avvocato di Mattarella, il civilista Antonio Coppola, aveva annunciato nell’ultima udienza di riservarsi “ogni azione nelle sedi competenti” per contrastare le fughe di notizie sui giornali. Registrata la nuova testimonianza di Di Carlo, poi riassunta in un verbale di cinque pagine, Repici l’ha depositata presso la cancelleria della prima sezione civile di Palermo, chiedendone l’acquisizione.

Nei mesi scorsi, infatti, il giudice Catanzaro aveva rigettato sia l’istanza di sentire in aula il pentito di Altofonte, sia quella di convocare il capo dello Stato per sapere se la madre, Maria Buccellato, “fosse legata da vincoli di parentela con alcuni mafiosi di Trapani”. Una tesi, quest’ultima, respinta dall’avvocato Coppola che ha sempre definito “un marchiano errore di persona” il collegamento tra la donna e i Buccellato mafiosi: il legale ha anche prodotto in aula una documentazione anagrafica che manifesta “l’assoluta diversità di tempo, di famiglie genitoriali e di famiglie di coniugi tra Antonino Buccellato (nonno materno di Sergio Mattarella, ndr) e l’omonimo mafioso trapanese” di Castellammare del Golfo. Nel ’66 Volpe e Bernardo Mattarella querelarono il sociologo Danilo Dolci che aveva scritto della loro contiguità con Cosa nostra. Dolci fu poi condannato per diffamazione dal tribunale di Roma.

Ma ora Di Carlo, che la Corte d’assise di Trapani nella sentenza Rostagno ha definito pienamente attendibile, riporta a galla i suoi ricordi, tra cui alcuni incontri con il vecchio Bernardo: “Insieme a Volpe, ebbi occasione di andare alcune volte a casa di Mattarella, in una piazzetta, forse Virgilio o Isidoro Siculo”. E, a distanza di mezzo secolo, coglie nel segno: l’abitazione del politico all’epoca era proprio in via Segesta, traversa di piazza Virgilio, nel centro di Palermo.


Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano)







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