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L’ex boss Di Carlo: 'Tutta la mia verità sulla famiglia Mattarella' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gea Ceccarelli   
Domenica 03 Aprile 2016 17:31
di Gea Ceccarelli - aprile 2016

Stanno facendo molto discutere, in questi giorni, le dichiarazioni che il collaboratore di giustizia Franco Di Carlo ha rilasciato all'avvocato Fabio Repici riguardo la presunta affiliazione di Bernardo Mattarella, padre del Capo di Stato Sergio, a Cosa Nostra.

Tutto nasce dal processo - che si celebra in sede civile - nei confronti del giornalista Alfio Caruso che, nel suo libro "Da Cosa nasce cosa", edito da Longanesi, aveva gettato ombre sulle parentele del Presidente della Repubblica, finendo così querelato da Sergio Mattarella e nipoti. L'accusa che Caruso deve fronteggiare è quella di aver "infangato" la figura di Mattarella padre e di aver raccontato in “maniera grossolana” i rapporti politici del fratello Piersanti, il presidente della Regione.

A difendere Caruso vi è appunto l'avvocato Repici, che ha deciso di ascoltare la testimonianza di Di Carlo, il 3 marzo scorso. Durante questo incontro, l'ex boss di Altofonte ha ribadito quanto aveva già sostenuto negli anni Novanta, ossia che Mattarella padre era mafioso.

Articolotre ha avuto modo di leggere i verbali integrali dell'incontro.

Di Carlo ha esordito ripercorrendo il suo ruolo all'interno dell'organizzazione. "Ho fatto parte di Cosa Nostra dal 1961", ha infatti ricordato. "Ho militato nella famiglia di Altofonte e nel mandamento di San Giuseppe Jato. Prima sono stato soldato, poi capodecina, per un breve periodo consigliere, poi sottocapo e anche capo famiglia di Altofonte, dal 1975-76 al 1979. In quell'anno mi dimisi dalla carica di capo famiglia e venni messo alle dipendenze del capo mandamento Bernardo Brusca, che sostituiva Antonino Salamone. Dopo di ciò sono stato posto a disposizione della commissione provinciale e alle dipendenze di Michele Greco, per varie attività. Sostanzialmente, facevo il suo segretario per le relazioni con i vari mandamenti e le varie province. Alla fine del 1982 sono uscito da Cosa Nostra, in ragione del disaccordo mio nei confronti della guerra avviata dai corleonesi contro i gruppi a loro contrapposti. Ero già residente in Inghilterra e da Riina e Bernardo Brusca ottenni di poter rimanere lì ormai distaccato da Cosa Nostra".

Poi, le dichiarazioni che sono state ritenute dirompenti: "Ho conosciuto personalmente l'onorevole Bernardo Mattarella senior a Palermo, fra il 1963 e il 1964", ha infatti rivelato Di Carlo. "Ero amico di un altro politico, di Caltanissetta, Calogero Volpe, democristiano, che aveva uno studio a Palermo". Questi gli "era stato presentato come uomo d'onore della provincia di Caltanissetta" e, assieme a lui, Di Carlo ebbe "occasione alcune volte di andare a casa di Bernardo Mattarella, in una piazzetta, forse Virgilio o Isidoro Siculo, in una traversa di via Dante".

La piazza in questione, Diodoro Siculo, è una piazza palermitana effettivamente poco distante dall'abitazione di Mattarella.

"Erano in pochi a conoscere Volpe come uomo d'onore di Cosa Nostra. Io ero tra questi", ha proseguito Di Carlo. "Volpe mi presentò Mattarella come uomo d'onore della famiglia di Castellammare del Golfo". Poi, "in epoca successiva", l'ex ministro democristiano "per ragioni politiche, per evitare di essere più attaccato come mafioso, si era allontanato da Cosa Nostra".

"Alla fine degli anni Sessanta e anche per tutti gli anni Settanta", ha ricordato ancora l'ex boss, "il capo provincia di Cosa Nostra a Trapani era Nicola Buccellato, che aveva una buona amicizia con me. Egli, in qualche occasione, mi disse che Mattarella si era allontanato anche in conseguenza del sequestro operato da Cosa Nostra ai danni del figlio di un suo amico, tale Caruso. In realtà si era allontanato prima, perché Cosa Nostra stava cambiando rispetto ai decenni precedenti e Mattarella non condivideva quei cambiamenti".

Ma come fece, Mattarella padre a entrare nell'universo mafioso? "Al tempo nei paesi, per quanto ora possa sembrare incomprensibile, in Cosa Nostra si entrava in modo quasi fisiologico: le persone migliori entravano in Cosa Nostra", ha chiarito, al riguardo, Di Carlo. "Così era capitato anche a Bernardo Mattarella, che era un giovane avvocato e una persona perbene". Ma non soltanto: "Ciò era avvenuto anche nell'ambito dei rapporti della famiglia della moglie, Buccellato, che aveva al suo interno sia esponenti di Cosa Nostra sia esponenti delle istituzioni, perfino un magistrato", ha spiegato. "Al tempo Castellammare del Golfo non era grande come ora. Si entrava, quindi, in Cosa Nostra anche da persone perbene, per avere una copertura in società."

L'ex boss, teste chiave di svariati processi tra cui quello sulla trattativa, è passato poi a ricordare i rapporti tra lui e il figlio di Bernardo, Piersanti, ammazzato da Cosa Nostra nell'80. "Conobbi anche il figlio di Bernardo Mattarella, Piersanti, mentre l'altro l'ho solo incontrato di sfuggita qualche volta", ha infatti ricordato Di Carlo. "Piersanti Mattarella Io incontrai ad alcune feste in ambiente universitario, con amici comuni. In epoca successiva, quando lui era già impegnato in politica, lo incontravo annualmente a una festa che veniva organizzata al Castello di Solunto, a Santa Flavia. Io ero come il quarto figlio della famiglia San Vincenzo. La signora che curava le feste era la Principessa Ganci, sposata San Vincenzo".

"Queste feste", ha proseguito, "erano frequentate dagli ambienti più importanti di Palermo, ivi compresi i più importanti rappresentanti istituzionali della città, compresi Prefetti e Questori. In queste occasioni, era presente Piersanti Mattarella. Lo incontravo anche al Castello di San Nicola, nel comune di Trabia, dove gestivo un locale e dove viveva anche un architetto, che forse aveva arredato casa della moglie del Presidente della Regione. Per questo motivo lui e la moglie frequentavano il Castello e quindi mi capitava di incontrarli".

"Un giorno Piersanti Mattarella mi telefonò per chiedermi di organizzare al Castello di San Nicola un incontro politico per l'elezione di un presidente di quartiere", ha rivelato ancora. "Ci davamo del tu. Mi chiamò e io naturalmente mi misi a sua disposizione. Purtroppo al tempo avevo già saputo che c'era l'intenzione di Cosa Nostra di ucciderlo". Così, spiega Di Carlo, "mi preoccupai di essere presente quando lui arrivò, affinché non si corresse il rischio che venisse teso un agguato ai suoi danni in quell'occasione. Era, credo, fine settembre o ottobre 1979. Poi non ci vedemmo più. Solo una volta, all'aeroporto di Fiumicino, nel periodo delle feste di Natale 1979, lo incontrai. Viaggiammo seduti al fianco in aereo per Palermo. Mi chiese se volessi un passaggio all'arrivo ma io declinai l'invito, dicendogli, cosa non vera, che c'era chi mi aspettava in aeroporto a Punta Raisi. Avendo saputo che la commissione provinciale di Cosa Nostra, sottomessa a Riina e compagni, aveva deciso di ucciderlo e per sei mesi tentai di salvarlo, invano".

Un omicidio dietro il quale spunta anche il nome dell'ex sindaco mafioso di Palermo: "Nel 1978", ricorda infatti Di Carlo, "Vito Ciancimino, poiché si trovava in difficoltà politica, si era lamentato con Bernardo Provenzano di alcune personalità politiche a lui avverse. Così era partito l'assassinio di Michele Reina". Poi, "un giorno", l'ex sindaco "venne a trovarmi, non essendo riuscito a incontrare Provenzano, e si lamentò delle attenzioni della Polizia su di lui in relazione all'omicidio. Vedendolo preoccupato, andai a riferire tutto a Salvatore Riina e a Bernardo Brusca". La reazione del capo dei capi fu inequivocabile: "Mi disse testualmente: "Sono cazzi di Binnu", ricorda il collaboratore di giustizia, ricordando come "Binnu" fosse "il nomignolo con il quale era chiamato Provenzano da noi".

E Piersanti Mattarella? "Nel suo impegno politico si comportava onestamente, anche per allontanare le voci negative sul padre", ha spiegato Di Carlo. "Ciancimino si era trovato in difficoltà per l'operato di Mattarella". Tanto più che "quest'ultimo si era lamentato con il governo, con qualche ministro, della rete mafiosa" di Don Vito. Da Roma, poi "qualcuno aveva chiesto informazioni all'allora Procuratore della Repubblica di Palermo, dr. Vincenzo Paino" che era "amico dei cugini Salvo, veri e propri esponenti di alto potere politico e finanziario siciliano". Il Procuratore, però, "non poteva immaginare che i Salvo, invece, oltre a essere personaggi importanti in società, fossero anche uomini d'onore". Così, costoro "avvisarono, come loro obbligo secondo le regole mafiose, Cosa Nostra dell'iniziativa di Piersanti Mattarella contro Ciancimino" e, da quest'episodio, "partì l'omicidio Mattarella".

"Io venni a sapere della riunione della commissione provinciale di Cosa Nostra per decidere l'omicidio di Matterella", rivela ancora Di Carlo. "Tentai di parlare, per salvare Mattarella, con il mio capo mandamento, ma Brusca alzò le spalle. Parlai pure con Michele Greco, perché anche lui aveva conosciuto il Presidente Mattarella alle feste al Castello di Solunto". Anche se, precisa l'ex boss, "non c'era amicizia fra Mattarella e Greco, che peraltro al tempo godeva di alte frequentazioni. Anche lui, però, mi disse che non c'era nulla da fare. Gli chiesi se, visto che Mattarella aveva origini di Castellammare, non fosse il caso di chiedere sostegno alla famiglia mafiosa di Castellammare".

Successivamente, prosegue Di Carlo, "andai a parlare con Cola Buccellato. Quest'ultimo aveva un po' di rancore nei confronti dei Mattarella, perché non avevano più dato conto a nessuno e avevano definitivamente preso le distanze da Cosa Nostra. Nonostante ciò, Nicola Buccellato, capo provincia di Cosa Nostra a Trapani, provò a parlare con Michele Greco per vedere se fosse ancora possibile fare qualcosa per salvare il presidente della Regione. Ma, avendo incontrato anche loro, Riina e Provenzano, spiegarono a Buccellato che Piersanti Mattarella doveva essere ucciso."

"Quando venne ucciso per me fu un grosso dolore, perché avendolo conosciuto da vicino sapevo che era stata uccisa una persona perbene", ha aggiunto Di Carlo, precisando che "dei figli di Bernardo Mattarella sr. io ho conosciuto e frequentato solo Piersanti. Quando ho fatto visita al padre nella sua abitazione di Palermo, però, ho potuto constatare che aveva più figli, più piccoli di Piersanti e quindi coetanei o più picooli di me."

L'ex boss di Altofonte non ha quindi mai avuto rapporti con il Presidente della Repubblica Sergio, il cui legale, Antonio Coppola, continua a sostenere come le dichiarazioni di Di Carlo siano "fantasiose e grottesche", specificando che il collaboratore di giustizia cita sempre e soltanto personaggi deceduti che non potrebbero smentirlo.

Al riguardo abbiamo raggiunto telefonicamente Franco Di Carlo, a Londra, per chiedergli la sua opinione sulle notizie comparse sui giornali in questi giorni in merito alle dichiarazioni da lui rilasciate nel processo in corso tra la famiglia Mattarella e lo scrittore Caruso.

"Ho letto solo i giornali online, ma desidero non commentare per rispetto alla famiglia Mattarella e per il processo in corso", ha dichiarato ad Articolotre l'ex boss di Altofonte. "Che poi cosa c'è da commentare per le cavolate che l'avvocato Coppola dice? Sempre che sia vero che l'abbia detto l'avvocato e non il giornalista che l'ha scritto".

"Dopo tutto", ha aggiunto, "non vedo cosa c'è di nuovo, visto che le stesse cose le avevo dichiarate davanti i magistrati già 20 anni fa e che erano state scritte anche in un libro del 2010."

"A parte tutto questo", ha concluso Di Carlo"se hanno bisogno chiarimenti mi possono sempre chiamare".


Gea Ceccarelli (www.articolotre.com)





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