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Scritto da Danilo Di Lorenzo   
Sabato 07 Maggio 2016 15:57
di Danilo Di Lorenzo - 6 maggio 2016

Ciao, mi chiamo Attilio. Molti di voi non mi conosceranno perché la mia vita è stata breve, troppo breve. Inoltre quanto accadutomi, è stato avvolto dal totale silenzio dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Ma se mi concedete qualche minuto proverò a presentarmi.
Mi chiamo Attilio Manca ed ero un medico. Un bravo medico. Un urologo per la precisione.  Avevo 35 anni, a dire il vero li avrei compiuti da lì a poco.
Ero un ragazzo tranquillo, allegro. Ero molto legato alla mia famiglia che amavo ed amo ancora moltissimo. Alla mia dolcissima madre, a mio padre, a mio fratello che spesso mi bacchettava per alcune persone che frequentavo. Col senno di poi gli avrei dato retta. Ma sono sempre stato una persona buona, fiduciosa non tanto dell’uomo in sé quanto della sua bontà d’animo. Non riuscivo a vedere la cattiveria negli altri. Sarò stato ingenuo forse, ma non credevo che la fede nell’essere umano mi sarebbe costata la vita.
Mi piaceva molto studiare e volevo diventare un grande medico. Nonostante sia nato in paese dove la meritocrazia non esiste e dove prevalgono logiche clientelari e di appartenenza, ero riuscito con costanza e dedizione a realizzarmi, riuscendo anche ad importare nel nostro paese tecniche innovative che potevano giovare ai miei pazienti. Già, i miei pazienti, quanto li amavo. Essere medici non significare soltanto curare le persone, significa soprattutto comprenderle, aiutarle quando possibile e confortarle sempre.
Avevo molti sogni, molte speranze. Proprio come tutti voi. Purtroppo però viviamo in paese in cui non esistono soltanto il bianco ed il nero. Dove non c’è la netta separazione tra bene e male. Dove i mafiosi indossano la maschera delle istituzioni. Dove non si capisce dove finisce lo Stato e comincia il malaffare e viceversa. Il lupo spesso si traveste da agnello e a tradire sono spesso gli amici, quando non sono i parenti. I parenti già, quelli purtroppo non si scelgono. Troppo difficile per una persona abituata a fidarsi del prossimo. E così sono finito, senza volerlo, nel gioco grande del potere.
Non so come ci sono finito in questa storia, né perché. Forse ho pagato per le mie elevate competenze, per la mia caratura professionale. D’altronde quando si fa qualcosa per passione è  facile eccellere. E cosi, proprio per essere il migliore, sono stato scelto, a mia insaputa, per operare un anziano siciliano. Mi pare avesse un tumore alla prostata. Ma che importa chi fosse e cosa avesse. Io sono un medico e queste sono domande che non mi pongo. Io devo aiutare il prossimo chiunque esso sia.
Così è stato. Ho fatto il mio lavoro. Sono dovuto andare all’estero peraltro.
Già che importa chi avessi operato o se l’avessi riconosciuto. Io ero un medico. Ma altre persone, lupi puri o travestiti da agnelli, probabilmente non la pensavano allo stesso modo e così, per salvare la faccia di uno Stato colluso e garantirsi il silenzio, hanno deciso di farmi visita.
Era l’11 febbraio del 2004. Di lì a poco avrei compiuto 35 anni. Probabilmente avrei riabbracciato la mia amata famiglia che avevo visto per le festività natalizie proprio qui a Viterbo, proprio qui a casa mia. Che belle quelle sere. Solo amore e felicità. Mi manca la mia famiglia. Non ho avuto la possibilità di salutarli o di abbracciarli un’ultima volta. Di dirgli che li amavo prima di lasciarli, questa volta per sempre.
Già perché quell’11 Febbraio ho ricevuto una visita inattesa, inaspettata. Sono arrivati, non ricordo bene e non ricordo perché aprii. Forse il lupo indossava la maschera delle grandi occasioni. Non so…. So solo che hanno cominciato a colpirmi. Non capivo. Sapevo perché lo facevano ma non capivo. Io ero solo un medico. Continuavano a colpirmi, il naso, i genitali ed altro. Poveretti, non potendo comprare il mio silenzio e non potendo raggiungere me, i miei ideali, i miei valori, decisero di prendersela con  il mio corpo. Un po’ come quei vigliacchi che non potendo colpire qualcuno se la prendono con le cose a lui più care. D’altronde sulla Terra non c’è essere più vigliacco di un mafioso. E così tra mafiosi dichiarati e mafiosi camuffati da servitori dello Stato, ho lasciato quanto di più caro avevo. La mia vita. Mi sembra ancora di sentire le loro mani mentre mi picchiano, mi immobilizzano. Mi iniettano veleno mortale. Ad un certo punto tutto mi pareva più chiaro. Volevano mettere a tacere oltre a me anche la mia reputazione. Volevano farmi passare per suicida così da chiudere il caso per sempre. Così da chiudere i conti una volta per tutte. Ma io amo la vita, amo il mio lavoro, i miei cari. Pensavo che non l’avrebbero fatta franca.
Pensavo “mi hanno picchiato, ho lesioni ovunque. Mi hanno iniettato droghe nel braccio sinistro, il mio braccio dominante. Il mio inscenato suicidio non potrà passare inosservato, che sarà facile scoprirli. Che almeno la mia famiglia avrà giustizia. Che lo Stato, mia madre patria, proteggerà il mio nome dalle accuse infamanti che arriveranno. Non potranno passarla liscia. Gli italiani non saranno cosi stolti da credergli. Le forze dell’ordine ricostruiranno facilmente la storia e grazie alla magistratura arresteranno i mie assassini e magari, ricostruendo l’intera vicenda, prenderanno anche il boss dei boss. E giustizia sarà fatta. Andrà certamente cosi. Altrimenti mi uccideranno una seconda volta. No, non voglio pensarci. La giustizia trionferà”.
Il veleno entra lentamente in circolo, non riesco più a pensare. Sento la mia anima che scivola via dal mio corpo. E ripenso alla mia famiglia. Penso alla mia mamma che mai più rivedrò, penso a mio padre, a mio fratello ed al loro amore. Così mentre vado via mi sento meno solo. 
Spero si raggiunga la verità, affinché nessuno subisca quello che ho subito io. Affinché lo Stato abbia il coraggio di guardarsi allo specchio una buona volta. Non so come andrà ma sono certo che la mia famiglia non mollerà mai.
Non so chi mi ha fatto questo. Non so chi sia Stato.
D’altronde sono solo un medico.

Danilo Di Lorenzo





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