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Oltre Scarantino, i confronti, i silenzi e la verità negata PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Giovedì 12 Maggio 2016 19:27
di Aaron Pettinari - 11 maggio 2016

“In questo processo non c'è stato un minimo di umiltà. Parlo di questi poliziotti che vengono qua e continuano a dire bugie, a fare sorrisi, a fare ironia. Io ho pagato con tanto dolore, ma ho avuto la dignità di venire qui a raccontare come sono andate le cose per la dignità delle vittime, dei loro familiari, per tutta l'Italia e tutto il mondo. Con la mia verità cercherò di portare tutto alla luce del sole”. Sono le dichiarazioni spontanee di Vincenzo Scarantino, il falso pentito imputato per calunnia insieme a Francesco Andriotta e Calogero Pulci al processo Borsellino quater (alla sbarra anche Salvo Madonia e Vittorio Tutino che rispondono di strage) ad aver aperto il dibattimento all'aula bunker. Quello di oggi è stato il giorno degli attesi “faccia a faccia” tra il falso pentito, l'ex moglie Rosalia Basile, e figure istituzionali come il magistrato Anna Palma, pm della prima inchiesta a Caltanissetta, e due ex poliziotti del gruppo “Falcone-Borsellino” un tempo guidato dal capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera (oggi deceduto). Si tratta degli ufficiali Mario Bo e Giuseppe Di Gangi. Quest'ultimo però, coinvolto in uno scontro più che animato con il picciotto della Guadagna (che lo accusa di avergli infilato una pistola in bocca) quando questi si trovava nella casa protetta a San Bartolomeo a Mare (in Liguria), si è avvalso della facoltà di non rispondere in quanto, come sottolineato dal pm Stefano Luciani, è indagato di reato connesso.

Se da una parte i confronti odierni possono non aver aggiunto nulla allo stato del processo non si può far a meno di non sottolineare le spiegazioni parziali ed i “non ricordo”, non di Scarantino o della Basile, ma prorpio di quei soggetti istituzionali protagonisti di indagini e processi.
Sia il falso pentito che la ex moglie accusano apertamente magistrati e funzionari di aver avuto un qualche ruolo nell'indottrinamento dello stesso Scarantino, autoaccusatosi della strage di via d'Amelio e che tirò in ballo anche altri innocenti.


Il confronto Palma-Basile

Accuse confermate anche durante i “faccia a faccia”. In particolare la Basile, in precedenti udienze aveva affermato che la dottoressa Palma le aveva detto chiaramente di non testimoniare nel corso dei precedenti processi, avvalendosi della facoltà di non rispondere o mandando un certificato medico. Da parte sua il magistrato ha respinto, così come aveva fatto all'udienza del 18 novembre scorso, queste affermazioni aggiungendo però che “Rosalia Basile ha anche detto che fu la dottoressa Boccassini a dirgli di fare il nome di Salvatore Profeta (condannato all'ergastolo per la strage Borsellino e poi tornato in libertà dopo la revisione del processo) e che Tinebra (allora procuratore a Caltanissetta) le sconsigliò di testimoniare. Non ci sono soltanto io a essere tirata in ballo”. Quasi ad indicare eventuali ulteriori responsabili che però non sono stati chiamati al confronto.
“E' la sua parola contro la mia dottoressa” ha ribadito la Basile. “Io non so che dirle signora, io dico quello che so e che ho fatto, sotto il vincolo del giuramento. Perché entrambe lo siamo” ha continuato la Palma. “Ma lei lo sa bene dottoressa” ha ribattuto ancora l'ex moglie di Scarantino, senza cedimenti.
Altro tema affrontato è stato poi quello dell'interrogatorio del 18 agosto 1995, dove la Palma mise a verbale le dichiarazioni della stessa Basile. Secondo quest'ultima, in quell'occassione, il magistrato avrebbe rivelato che alcune contestazioni fatte allo Scarantino erano state “fatte apposta” in quanto era stato “tutto preparato”.  
“A me fu detto che erano tutte cose preparate”, ha ribadito ancora l'ex moglie del falso pentito. Anna Palma, da parte sua, ha invece confermato quanto già detto nel corso del processo: “Confermo che una cosa del genere non l'avrei mai fatta, perché si perde la genuinità del collaboratore. In ogni caso i verbali di Scarantino sono lì, se ci sono contraddizioni, se ci sono discrepanze le abbiamo lasciate lì. Se avessimo voluto renderle sovrapponibili ad altre fatte da lui o da altri collaboratori lo avremmo fatto. Non capisco come le dichiarazioni della signora Basile possano inficiare quello che sto dicendo io. Io non ho nessun ricordo di questo chiarimento per parlare di queste occasioni. Se esiste nel verbale l'avrò fatto”. “L'avrà cestinato sicuramente” è stata la dura replica della Basile.
La Palma, da parte sua, sempre sul verbale ha aggiunto: “Io non ho nessun ricordo del verbale, il contenuto, se c'era qualcuno a verbalizzare, se è stato firmato dalla stessa o meno, così come non ricordavo di esserci all'inizio del processo bis. Per me la posizione della Basile è marginale al fine del giudizio”. Ed è a quel punto che l'ex moglie di Scarantino ha ribadito con forza: “Lei sa perfettamente che non ero marginale. Se me ne fossi andata io, il mio ex marito si sarebbe astenuto, sarebbe andato in carcere ritrattando tutto”.
 

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Il confronto fra Anna Maria Palma (in foto) e Rosalia Basile



Lo scontro a San Barolomeo a Mare
Se Di Ganci si è avvalso della facoltà di non rispondere non ha potuto esimersi dal confronto, dopo l'archiviazione dell'indagine sul depistaggio, l'ufficiale Mario Bo. Messo di fronte alla donna, ancora una volta, ha negato totalmente di aver malmenato Scarantino, dicendo di essere stato aggredito dallo stesso. “Scarantino era agitato si era appena allontanato - ha detto il funzionario - io rimasi a chiedere spiegazioni se fosse successo qualcosa tra loro alla signora Basile e all'improvviso entra in casa con irruenza scagliandosi addosso. Per fortuna gli agenti che c'erano sono riusciti a bloccarlo perché mi si stava avventando addosso. Lo ammanettiamo e lo conduciamo in macchina a Genova”. Una versione in totale contrasto con quella della Basile. “Fu traumatico – ha detto la donna – Il mio ex marito aveva ritrattato e lui voleva sapere chi gli aveva dato il numero dei giornalisti. Dopo un po' che Scarantino era andato via con la scorta. E poi inizia il finimondo quando rientra. Bo gli disse che lui non 'era un cazzo, non sei più un cazzo'. Lo bloccarono e non ricordo se al mobile o al muro e l'altro, Di Ganci prese la pistola e la puntò alla tempia. E queste cose le fecero davanti ai bambini. Poi lo ammanettarono e lo portarono via. Quando mio marito è ritornato mi disse che lo avevano interrogato e che se l'erano fatto a piacimento anche quell'interrogatorio”. “La contesto integralmente questa ricostruzione che è inverosimile” ha ribadito il funzionario di polizia che ha spiegato di aver agito sempre su “delega dei pm”.
Il confronto sul punto si è fatto ancora più drammatico quando di fronte, al posto della donna, si è seduto lo stesso picciotto della Guadagna che ha aggiunto particolari: “A San Bartolomeo a Mare mi hanno aggredito davanti ai miei figli, mi hanno puntato una pistola in bocca. Mia moglie che piangeva, i miei figli traumatizzati e ora questi sono qua 'senza russuri 'nta a facci' (senza arrossire in viso). Loro hanno potuto fare solo loro, neanche i mafiosi avrebbe fatto tanto. Anzi, se in questo momento ha la pistola vorrei chiedere se se la può togliere”. E poi ha aggiunto: “Era Bo che aveva alzato la voce con mia moglie, gesticolava... C'erano i miei figli a casa e lui mi ha detto 'non sei più un cazzo, ti mando in un carcere peggio di Pianosa' e l'altro suo collega, Giuseppe Di Gangi, mi ha afferrato per il collo e mi ha puntato la pistola in bocca. È la verità, se volevo dire una bugia, avrei detto che era Bo ad avere preso la pistola e non Di Gangi”.
Bo, dal canto suo, ha respinto ogni accusa: “Non è andata così, lui è entrato in casa e mi ha aggredito. Per bloccarlo abbiamo dovuto fare fatica e abbiamo dovuto ricorrere alle manette”. A differenza di precedenti udienze ha però “ricordato solo oggi” che effettivamente Di Gangi era l'altro operatore presente. “Si trovava a metà strada tra me e lo Scarantino e così è riuscito ad intervenire. Poi sono intervenuto anche io e abbiamo faticato. Forse è intervenuto anche qualcun altro. Tutto avvenne in pochissimo tempo. Scarantino era appena uscito perché lo dovevamo portare da Petralia e appena mi rivolsi alla moglie lui entrò con tutta quella furia (il falso pentito sostiene, invece, che non rientrò in casa prima di dieci minuti). Se c'erano anche i figli? Non lo escludo, ma non lo ricordo”.
Sugli altri membri del Gruppo Borsellino presenti in quel giorno, Bo ha ricordato solo che erano in quattro e che furono loro a condurre Scarantino a parlare con il magistrato. Diversamente il falso pentito ha ribadito di essersi recato a Genova con gli agenti della Territoriale di Imperia.
Scarantino ha anche riferito di aver denunciato quell'episodio allo stesso Petralia ed anche a Ricciardi, che dice di aver visto alla Caserma prima di andare a colloquio con il magistrato. “Lui allargò le braccia anche - ha ricordato - come a dire 'mi dispiace'. Quando sono uscito lui non c'era più. Di questi fatti parlai anche con un'altra funzionaria di polizia, la Peppicelli (che sarà sentita domani in udienza). Mi disse che aveva saputo tutto e che le dispiaceva che quelle cose erano accadute davanti ai bambini”. Da sottolineare che la presenza di Ricciardi in Liguria, negata da Bo (“credo che al tempo non fosse parte del Gruppo Falcone-Borsellino”) è confermata da Salvatore Coltraro, dirigente della Squadra Mobile di Imperia dal '91 al '95.
 

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Mario Bo durante i confronti all'udienza odierna


Scarantino e il caso Agostino
Anche se non si trattava di un tema di approfondimento del confronto Vincenzo Scarantino, così come aveva fatto in udienza lo scorso anno, è tornato ad accusare Bo e Arnaldo La Barbera di aver tentato di convincerlo ad autoaccusarsi anche di altri omicidi, tra cui anche quello dell'agente Nino Agostino e di sua moglie incinta, uccisi in circostanze tuttora non chiare a Villagrazia di Carini nell’estate del 1989.
“I poliziotti mi hanno detto di accusarmi dell'omicidio del poliziotto Nino Agostino - ha detto Scarantino - Mi hanno fatto terrorismo psicologico, mi hanno fatto sputare sangue, mi hanno massacrato. Ma io non accettai di accollarmi anche questa”. Sul punto però Bo è stato lapidario: “Questo sarà un elemento per una nuova querela di calunnia”. E Scarantino, a quel punto, ha urlato: “Non mi minacci con questa calunnia”.
Sollecitato dalle domande del presidente della Corte d'assise, Antonio Balsamo, Scarantino ha ribadito che della cosa aveva parlato anche con il dottor La Barbera ed anche con un'altra persona. In un primo momento sembra volersi avvalere della facoltà di non rispondere su chi fosse questo soggetto, poi però ha aggiunto: “Non la voglio coinvolgere... è stata una cosa che ho detto due anni fa...lo potrei dire con chi ho parlato... mi riservo... se vuole spuntare da solo spunterà a chi ho detto questo fatto...”. E alla domanda del pm Luciani se con questa persona abbia parlato prima o dopo l'ultimo verbale fatto con la Procura di Caltanissetta nel 2014 il picciotto della Guadagna è stato deciso: “Dopo!”. L'udienza è stata quindi rinviata a domani per il nuovo “faccia a faccia” che sarà con l'altro funzionario di polizia, Ricciardi.

Aaron Pettinari (AMDuemila)







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