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Borsellino quater, ancora 'faccia a faccia' poliziotti e falsi pentiti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Sabato 14 Maggio 2016 16:58
di Aaron Pettinari - 12 maggio 2016

Da una parte Mario Bo e Vincenzo Ricciardi, ex poliziotti della “squadra Falcone-Borsellino” del capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, dall'altra i due falsi pentiti Vincenzo Scarantino e Francesco Paolo Andriotta. Sono loro i protagonisti dei confronti andati in scena oggi al processo Borsellino quater, in corso a Caltanissetta di fronte alla corte presieduta da Antonio Balsamo e che vede imputati Salvo Madonia e Vittorio Tutino per strage, mentre di calunnia rispondono gli stessi Scarantino ed Andriotta assieme a Calogero Pulci.
I due ex collaboranti sono tornati ad accusare i due funzionari di aver avuto un qualche ruolo nel depistaggio delle indagini sulla strage di via d'Amelio, evidenziando come entrambi fossero consapevoli delle loro false dichiarazioni. In particolare il confronto verteva proprio sul tema della condizione degli interrogatori. Proprio Scarantino aveva parlato delle pause continue durante le verbalizzazioni con i magistrati, che venivano concesse per imbeccarlo. Una circostanza che tutti i pm ed i poliziotti hanno sempre smentito.
Ed oggi non è stato diverso anche se gli interrogativi emersi nel corso dell'udienza sono comunque numerosi.

“Ricciardi lo sapeva che io ero innocente sulla strage di via D'Amelio – ha detto il picciotto della Guadagna - Gliel'ho detto a Jesolo, al Lido dei Pini. E lui mi ha detto di stare attento a quello che facevo perché avrebbe portato i miei bambini in collegio. Le pause negli interrogatori? A volte c'erano Mattei, a volte un altro. E poi mi confrontavo con Ricciardi e Bo.... Venivo ammaestrato come i cani”. E poi ancora: “Parevo un malato di prostata, dovevo andare sempre in bagno. Così mi dicevano di fare La Barbera e Ricciardi quando non mi ricordavo qualcosa”.
Da parte sua il funzionario, oggi in pensione, ha negato decisamente: “Assolutamente non è così. Signor presidente, qui non si tratta di ricordo o non ricordo, non è proprio accaduto”.
Tra gli esempi fatti dal falso pentito vi è l'episodio dei sopralluoghi a Boccadifalco e la descrizione dell'officina di Orofino (dove inizialmente si pensava che fosse stata preparata la 126 utilizzata per l'attentato di via D'Amelio e che poi si è rivelato essere il luogo dove furono rubate le targhe). “Io non ne sapevo niente – ha detto Scarantino - dopo il sopralluogo mi portarono a Boccadifalco, mi fecero vedere le foto della carrozzeria. Poi andai a fare l'interrogatorio a Caltanissetta con Tinebra e ho descritto tutto l'interno come se quel posto l'avessi costruito io. Quando facevo gli interrogatori e non ricordavo le cose mi prendevano in giro, come quando non riuscivo a descrivere la serratura dell'ingresso della carrozzeria”. Sull'interrogatorio in cui Scarantino parlò della carrozzeria anche Ricciardi, sia durante l'esame dello scorso febbraio che oggi, ha rilasciato dichiarazioni spiegando che durante l'interrogatorio aveva persino avvisato il pm (a suo dire Antonino Di Matteo) che il pentito stava sbagliando la descrizione utilizzando un bigliettino. Ma Scarantino ha smentito questa ricostruzione: “Io non ho visto bigliettini. E quell'interrogatorio lo ricordo con il dottor Petralia che era anche tanto gentile e che diceva di stare calmo, perché entrambi alzavamo la voce perché dicevamo che il portone si apriva in maniera diversa”. “Io non ho mai contestato nulla a Scarantino di fronte ai pm. Ho solo dato questo bigliettino” ha ribadito l'ex poliziotto che ha anche accusato il falso pentito di aver detto certe cose solo dopo aver sentito la sua deposizione. Così non è, però, perché i verbali con le accuse di Scarantino sono del 2014.


Informazione sbagliata

Ricciardi ha anche negato di aver mai saputo qualcosa su una colluttazione tra lo Scarantino ed il funzionario Mario Bo (lungo tema trattato nella scorsa udienza) e sulla questione lo stesso falso pentito ha detto di essersi sbagliato: “Ieri ho detto di aver visto Ricciardi a Genova, ma ho fatto confusione con un altro episodio, avvenuto a Firenze. Ci fu un'incomprensione con il dottor Federico, capo della Criminalpol. Lui voleva portare mia moglie a fare un giro per Firenze e io mi alterai perché ero geloso e non ne vedevo il motivo. Poi ci siamo spiegati. Questo lo dissi a Ricciardi”. Ma anche questo episodio è stato negato dal funzionario che invece ha confermato di aver condotto lo Scarantino in Liguria in occasione del suo trasferimento nella località protetta di San Bartolomeo a Mare. “Ci furono contatti telefonici con il funzionario di Imperia, Coltraro. E sicuramente, anche se non ricordo quando lo portammo in Liguria, sono andato anche per presentare il personaggio. Poi ho ricordi di Genova verso la fine del 1994, ottobre, novembre o dicembre 1994 sempre per interrogatori con i magistrati. Poi io lasciai Palermo”.  


La deposizione della Peppicelli

Sul periodo in cui Scarantino è stato presente in Liguria è stata oggi sentita anche l'ex vicecapo della Mobile di Imperia, Francesca Peppicelli, che si occupò in prima persona di trovare l'alloggio per la famiglia di Scarantino. “Venne predisposto un servizio h24 di vigilanza all'esterno perché se non ricordo male Scarantino era ai domiciliari – ha ricordato – da una parte era finalizzato ad evitare una possibile evasione e dall'altra anche per vigilare sul collaboratore di giustizia. Si trattava di un servizio in uniforme con cambi turni sul posto. A farlo era personale della mobile di Imperia ma anche del reparto Mobile di Genova e credo anche con contributi del reparto prevenzione crimine, sempre di Genova”. La teste ha poi riferito di aver visto, in occasione di un controllo sul servizio di vigilanza, alcuni poliziotti che non facevano parte della questura portare in casa la spesa per la famiglia Scarantino. La teste ha detto di avere parlato del fatto con il suo superiore, Salvatore Coltraro, e questi le rispose che si trattava di personale istituzionale addetto alla protezione di Scarantino.
La Peppicelli ha ricordato come dal questore Minerva le fu detta l'importanza che in quel momento aveva lo Scarantino e che “si doveva evitare qualsiasi tipo di problema contingente che potesse influire sulla stessa resa della collaborazione. Lui era nervoso e particolarmente volubile. Un momento pareva tutto a posto e poi si innervosiva. Noi ce lo dovevamo tenere 'caro caro' e per questo furono predisposti anche servizi di assistenza in caso di necessità come il medico, o la sistemazione della tv in casa”.
Il funzionario di polizia ha inoltre detto di non sapere nulla della violenta lite tra Scarantino e il funzionario di Polizia Mario Bo. “Io – ha detto la donna - ho ricordo di una lite familiare. E credo di essermi recata in casa sua solo in quella occasione ma era tutto a posto”. La Peppicelli non ha però escluso che, qualora l'episodio fosse avvenuto in presenza del funzionario Coltraro, gli operatori addetti al servizio di vigilanza possono esseri sentiti non in dovere di effettuare una relazione di servizio.
Su quella colluttazione avvenuta il 26 luglio 1995, il picciotto della Guadagna aveva diversamente affermato di essersi successivamente incontrato con la dottoressa Peppicelli, che gli aveva detto di avere saputo del fatto e di essere dispiaciuta per l'accaduto. La donna, ha anche affermato Scarantino, gli fu presentata uno dei poliziotti di Palermo, ma la testimone ha detto di non avere mai conosciuto nessuno dei colleghi che indagavano sulle stragi del '92. La Corte, su richiesta del legale del falso pentito, ha disposto il confronto tra Peppicelli e Scarantino, ma la poliziotta ha continuato a dire di non sapere nulla della lite: “Non ho contezza di una sua lite con un poliziotto. Se non me lo avesse detto lei (ha affermato rivolgendosi a Scarantino), mi dice come avrei fatto a saperlo? Chi me l'avrebbe potuto dire? Io non c'ero quando successe il fatto”. “Dottoressa - ha ribattuto Scarantino - lei era il funzionario che doveva sapere di ogni foglia che si muoveva, doveva essere a conoscenza di ogni cosa che succedeva e i suoi uomini mi dissero che lei era al corrente di ogni cosa e questo mi tranquillizzava”. “Tra il dover sapere di ogni foglia che si muoveva e saperlo realmente, se qualcuno non me lo dice, c'è una bella differenza”, ha ribattuto la teste. “Quando arrivammo a San Bartolomeo a Mare pare che era arrivato il circo - ha detto Scarantino proseguendo il confronto - C'era Arnaldo La Barbera (allora capo della Mobile di Palermo), che mi accompagnava ovunque. C'era Ricciardi che mi presentò la Peppicelli”. Completamente diversa la versione della poliziotta: “Non escludo che quando arrivò fossi lì ad accoglierlo, escludo però che ci fosse Arnaldo La Barbera; per noi era un poliziotto conosciutissimo, noto e famoso e se ci fosse stato lui sarebbe venuto anche il dirigente della Mobile di Imperia per questione correttezza. Non ricordo chi altri c'era e questo mi fa presumere che forse io nemmeno ero presente. Non escludo di avere avuto contatti con Ricciardi durante la mia carriera, ma sicuramente non per questa vicenda”. Sentito sul punto, però, Ricciardi non ha escluso di aver conosciuto la stessa Peppicelli.


I confronti drammatici tra i funzionari ed Andriotta

Particolarmente drammatici sono stati poi i due confronti tra Francesco Andriotta ed i due funzionari di polizia. Il falso pentito ha ribadito di aver conosciuto Vincenzo Ricciardi per la prima volta “io lo vedo due volte. Una in carcere a Busto Arsizio e un'altra volta presso la Procura della Repubblica di Milano. Mi trovavo là per un interrogatorio con la dottoressa Boccasini e ero in una stanza attigua. C'era con me Salvatore La Barbera quando ad un certo punto si affaccia Ricciardi. Io mi ricordavo di lui perché lo avevo già visto. La Barbera mi disse pure che faceva parte del gruppo che era 'un pezzo grosso del puzzle anche se il capo di tutto era Arnaldo La Barbera'. Il periodo è il 1993. Invece nell'incontro in carcere mi diede persino un buffetto dicendomi che il dottor La Barbera Arnaldo, che era con lui, aveva cose importanti da dirmi per farmi vedere la luce”.
Ricciardi da parte sua ha ribadito di non aver mai conosciuto Andriotta asserendo che nel periodo tra “maggio e giugno 1993 io non facevo parte del gruppo Falcone-Borsellino. E di Busto Arsizio neanche so dove è il carcere”. Per dar “peso” alla sua deposizione l'ufficiale ha persino consegnato dei documenti “in ordine alla mia attività quando ho avuto incontri con Candura quando non appartenevo più al gruppo Falcone-Borsellino”. Si tratta di una relazione a sua firma del 16 gennaio 1993, inviata alla Boccassini e a La Barbera, a cui “seguì un interrogatorio del Candura da parte della Boccassini” e di un verbale, nel mese di maggio 1993, “dove ebbi un incontro con Candura dopo la strage di via Fauro e che inviai sicuramente a Roma e credo anche a Caltanissetta”. Alla domanda del pm sul perché, se non fosse parte del gruppo Falcone-Borsellino sia stato interpellato per adempire a certe attività ha risposto: “La Barbera mi aveva incaricato dopo che Candura aveva detto di avere dichiarazioni da fare sulla strage. Io vado all'incontro ed ho preso direttamente a verbale pochi giorni dopo. E il 31 maggio ci fu anche interrogatorio della Boccassini. Anche noi siamo come i carabinieri 'obbedir tacendo tacendo morir' subito mi portai sul Candura e feci tutto”. Quindi ha aggiunto: “Intervenni a gennaio perché fino a pochi mesi prima io mi ero occupato di Candura. La Barbera mi riferì di una telefonata che lo stesso fu avvicinato da qualcuno degli Scaranitno per ritrattare. A Maggio invece La Barbera mi disse di vedere quel che stesse succedendo”. Nella sua esposizione Ricciardi, chiamato a rispondere sul motivo (strano in quanto una vicenda come l'attentato di via Fauro non aveva a che fare con le attività condotte in precedenza) che indusse Arnaldo La Barbera a rivolgersi a lui a più volte fatto riferimento a sue deduzioni. “Non mi interessano le sue deduzioni, mi interessa quello che sa” ha detto il pm Stefano Luciani. E a quel punto l'ex poliziotto non ha potuto che concludere la sua deposizione con l'ennesimo “non ricordo”.  
Ultimo atto di questa lunga giornata è stato poi il confronto tra Andriotta e Mario Bo. Quest'ultimo è accusato dal falso pentito di averlo raggiunto in più occasioni, senza la presenza di magistrati, per fornire indicazioni sulle accuse da compiere. “Una volta mi disse anche di denunciare lo Scarantino perché i pm ed i funzionari lo avrebbero fatto. Lo vidi più volte. Quando ero detenuto a Rebibbia c'era anche la dottoressa Palma. Poi a Brescia, in Val d'Aosta”. Ovviamente Bo ha negato dicendo “di esser sempre stato presente in compagnia dei magistrati e mai in altre occasioni”. Inoltre ha escluso di essere stato a Rebibbia. “Se vi sono verbalizzazioni, se c'ero avrò firmato”. All'ennesima negazione, però, Andriotta si è adirato: “Signor presidente lui dovrebbe dire le cose. Sia uomo almeno una volta sola. Loro mi hanno fatto credere che quelle persone erano colpevoli ma che non avevano prove sufficienti. Lo dica. Davanti a Dio lo devi dire”.
L'udienza si è infine conclusa con l'ammissione di una nuova prova con un confronto tra la Peppicelli e Coltraro che si terrà l'8 giugno prossimo. In quella data termineranno le attività istruttorie dopodiché avrà inizio la requisitoria del pm.


Aaron Pettinari  (AMDuemila)



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