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Filosofia della malagiustizia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Fabio Repici   
Mercoledì 27 Luglio 2016 21:38
di Fabio Repici - 26 luglio 2016

Il fatto presupposto è noto: l’ex procuratore generale di Messina, Antonio Franco Cassata, da una decina di giorni è pregiudicato per la diffamazione da lui commessa mediante un bieco dossier anonimo ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana, che perfino con la sua ultima lettera, scritta la notte prima del suicidio, aveva denunciato, tra gli altri, Cassata. ​Ora, ci sono cose che solo nella patria di “Cafon street”, la saga in cartoon dei “buddaci” (messinesi) Mimmo e Stellario, potrebbero capitare. Ad esempio, rimanendo in tema, stamattina il quotidiano di “Cafon street” (leggasi Messina), che si chiama Gazzetta del Sud, ha ospitato una lettera che serviva a fornire al lettore colto e pure all’inclita un commento sulla condanna di Cassata. La lettera, comprensibilmente non proprio imparziale, recava la firma, per l’appunto, di Antonio Franco Cassata, qualificato dal giornale (voglio augurarmi che non si sia etichettato lui in tal modo) come «EX PROCURATORE GENERALE». Nientemeno! Ho pensato a quale sia stato il circuito logico (quasi una gimkana) seguito dal redattore che si era occupato di mettere in pagina la lettera e di attribuire a Cassata quel titolo. Poteva definirlo «Socio del circolo barcellonese Corda Fratres», oppure «Fondatore del museo Cassata», oppure «Sostenitore dell’attuale sindaco di Barcellona Pozzo di Gotto». Volendo mantenersi pertinente al tema trattato dalla lettera, a dire il vero, cioé la sentenza definitiva di condanna a suo carico, avrebbe potuto definire Cassata solamente così: «PREGIUDICATO». E, invece, aveva optato per «EX PROCURATORE GENERALE».
​Esaminata la lettera, ho capito che la chiave autentica per comprenderne il senso non risiedeva nell’antica veste istituzionale (nostalgia del tempo che fu e che mai più tornerà) ma propriamente nel latineggiante avverbio «ex». Infatti, nella lettera Cassata, dopo varie omissioni e dimenticanze, che gli perdoniamo volentieri perché comprensivi del suo stato d’animo, e dopo aver rivendicato urbi et orbi (soprattutto orbi) non la sua innocenza (ché quella parola non l’ha usata) ma di non aver «mai conosciuto neppure di vista il prof. Parmaliana» (lasciando pertanto al lettore il dilemma sul perché mai si spinse a infangarne la memoria in un modo così abietto) e di non essersi mai «occupato di vicende giudiziarie che in qualsiasi modo lo riguardassero» (e qui il difetto di memoria comincia a essere un po’ più arduo da giustificare), tutt’a un tratto ha lasciato il lettore davvero a bocca aperta. Prima, per la confusione: «non posso che prendere atto di quel verdetto, che però respingo con forza, perché profondamente ingiusto, proponendomi di ricorrere ad ogni possibile, attuabile rimedio di legge, con quanto avrò ancora animo di sorreggermi in futuro» (sic, qualunque cosa voglia dire). Poi, però, per la sorpresa, quasi rivoluzionaria, allorché Cassata ha accusato la magistratura «per gli errori, talora variamente distruttivi, di cui si rendono artefici, anche se in buona fede, alcuni appartenenti a quella categoria». E poi è comparsa una parola che, involontariamente, da parte di Cassata, è peggio di una autoflagellazione, una parola davvero incredibile pronunciata da lui, una parola che mai avrei osato attribuirgli, una parola che detta da lui è più cacofonica di un’unghiata sulla lavagna, una parola che davvero, pensando ad Adolfo, mi è sembrata oscena: «vittima». Sì, proprio così, Cassata si è detto «vittima». Da non credere, Cassata vittima della «Magistratura» (scritta con l’iniziale maiuscola, come avrebbe fatto Adolfo): «oggi che ne rimango vittima, debbo amaramente constatare la labilità del giudizio umano». Laddove immagino che i «labili» siano i pubblici ministeri Giuseppe Pignatone e Federico Perrone Capano che rinviarono Cassata a giudizio, i pubblici ministeri Matteo Centini e Luca Miceli che ne chiesero la condanna, la giudice di pace Lucia Spinella che lo condannò in primo grado, il giudice del Tribunale di Reggio Calabria Alberto Romeo che lo condannò in appello e, da ultimo, i cinque giudici della Corte di cassazione che, rigettando il suo ricorso, lo hanno reso pregiudicato. Ora, pensate a come è cominciata questa storia che ha dell’incredibile. Un integerrimo cittadino (il migliore della provincia di Messina) si uccide dicendosi vittima (e con quante ragioni!) della malagiustizia (cioé, fra gli altri, di Cassata). Poi uno scrittore dalla schiena dritta, Alfio Caruso, decide di raccontarne la storia agli italiani (“Io che da morto vi parlo”, ed. Longanesi). Nel disperato tentativo di scongiurare la pubblicazione di quel libro, l’allora Procuratore generale di Messina orchestra una manovra da bassifondi architettando uno squallido dossier infamante per la memoria di Adolfo. Cassata viene beccato e condannato con sentenza definitiva. E ora è lui, lui che del potere giudiziario è stato nel distretto di Messina il più potente detentore, a dichiararsi «vittima». Nemmeno Anatole France sarebbe stato capace di costruire una narrazione così esatta nella sua geometria, a conferma che non c’è miglior romanzo della realtà. ​Ecco, in un colpo solo: game over per Cassata. Ora nessuno dei tanti suoi colleghi che – chi per pavidità, chi per complicità, chi perché così va il mondo – gli prestarono ossequio e alle volte perfino sudditanza, ora nessuno di quelli (che non so se siano meno peggio di Cassata) gli potrà più tenere bordone, ora che lui si è ammutinato contro la malagiustizia (e proprio la volta che la giustizia funzionò, come negli auspici del mugnaio della tradizione tedesca). ​E viene perfino un po’ di mestizia a pensare a quell’uomo anziano e perduto, un tempo potentissimo, sprofondato nel vaniloquio solipsista: «Concludo col dire che, d’ora innanzi, sarà proprio la coscienza la mia esclusiva referente, il resto riservandolo alliniziative dei miei difensori». Una prece.

Fabio Repici (tratto da: stampalibera.it)



LINK:

La vera storia di Adolfo Parmaliana e del procuratore generale pregiudicato, Fabio Repici, 21 luglio 2016








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