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Home Documenti Ho sconfitto in aula anche il procuratore Mollace, ma così il giornalismo muore
Ho sconfitto in aula anche il procuratore Mollace, ma così il giornalismo muore PDF Stampa E-mail
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Scritto da Claudio Cordova   
Domenica 25 Settembre 2016 11:46
di Claudio Cordova - 12 settembre 2016

Fino all'ultimo ha provato a ottenere la mia condanna e il risarcimento richiesto: 100mila euro. Alla fine, però, il sostituto procuratore generale di Roma, Francesco Mollace, ha perso. Sonoramente. Il giudice monocratico di Cosenza, Francesca De Vuono mi ha assolto – perché il fatto non sussiste – dall'accusa di aver diffamato Mollace con un mio articolo, pubblicato nel settembre 2012, sul Quotidiano della Calabria. Un articolo (leggi il link del testo sul Dispaccio) in cui davo atto delle risultanze investigative scaturite dall'inchiesta "Assenzio-Sistema", che ha scoperchiato le infiltrazioni della 'ndrangheta nella grande distribuzione di Reggio Calabria. In quel testo, non facevo altro che riprendere in maniera fedele le conversazioni di uno dei soggetti coinvolti (e attualmente imputati), Giuseppe Crocè, che raccontava del "favore" fatto al giudice Mollace, riguardante l'assunzione del figlio dell'autista del magistrato, poi rivelatosi un lavoratore lavativo. Intercettazioni, che la Dda di Reggio Calabria stralcerà, inviando gli atti alla Procura di Catanzaro. Altro fatto provato documentalmente.

Il procuratore Mollace ha denunciato, ha richiesto, come spesso accade in questi casi, una cifra spropositata, 100mila euro a titolo di risarcimento del danno. Ha insistito, anche quando, già in fase d'indagine, la Procura di Cosenza avanzò nei miei confronti una richiesta di archiviazione. Poi il processo, scaturito da un'imputazione coatta, l'attività dibattimentale e, infine, l'assoluzione piena: il fatto non sussiste. Lo stesso pm, il dottor Giuseppe Cozzolino, aveva richiesto la mia assoluzione, ravvisando che quell'articolo rispettasse pienamente i tre capisaldi su cui si fonda il diritto di cronaca: verità del fatto, continenza della forma e interesse pubblico. Ma fino all'ultimo, il magistrato Mollace, costituitosi parte civile nel procedimento, ha insistito per una responsabilità penale che, già dagli albori dell'inchiesta, era stata esclusa: anche il tentativo estremo di far modificare il capo d'imputazione (dopo che la richiesta di assoluzione era già stata formulata) è naufragato.


Cosa resta di anni di processo?

Resta la fatica e l'amarezza di aver subito un procedimento penale che probabilmente poteva essere evitato. Resta la difficoltà di difendersi per aver svolto il proprio lavoro, su un territorio difficile, nel tentativo di affermare un diritto di cronaca che in un luogo come la Calabria vale ancora di più: perché un territorio può crescere solo se correttamente informato. Resta la stanchezza dei lunghi viaggi in una città che non è la mia, la preoccupazione di subire un procedimento penale che – qualunque sia l'esito – è un'esperienza devastante per la vita di un essere umano. Resta il confronto costante con gli avvocati Giovanna Cusumano e Rosa Maria Messina, il migliore "scudo" che potessi avere per affermare qualcosa che va ben oltre il destino processuale di un singolo giornalista: il sacrosanto diritto di informare la gente, anche quando il soggetto del proprio lavoro è un "potente". Hanno difeso con me la liberta' di stampa, principio cardine di ogni Stato democratico, hanno, accolto i miei sfoghi e vinto. Senza alzare mai i toni, hanno fatto valere le uniche cose che in un'aula di tribunale dovrebbero entrare: la verità e il diritto. Resta inoltre l'amarezza di aver letto e ascoltato affermazioni gravissime, offensive e lesive della mia dignità. Resta il dispiacere di aver arrecato gravi preoccupazioni alle persone che mi sono care. Resta la frustrazione di non poter ottenere un risarcimento morale e materiale per le preoccupazioni e per lo stress, per i viaggi, per lo studio del caso, per la ricerca di documentazione, per il tempo sottratto al lavoro e alla propria vita privata.

Tutte cose che nessuno potrà mai restituirmi.

Sì, perché un giornalista querelato, un giornalista che subisce un'enorme richiesta di risarcimento danni non può mai vincere. Può perdere e se ha sbagliato è giusto che ciò accada. E può "pareggiare", anche quando ha ragione da vendere. Anche una vittoria piena – come quella ottenuta davanti al Tribunale di Cosenza, non la prima, soprattutto quando a querelare è stato il "potere" – restituisce sì dignità al giornalista, scrollando di dosso l'illazione di essere un diffamatore, ma non consente di punire chi ha temerariamente insistito per una condanna che, evidentemente, non era da comminare.
Così il giornalismo, in Italia, ma soprattutto in Calabria, muore. Così è possibile chiudere la bocca ai cronisti: senza ricorrere a minacce o intimidazioni. La giustizia come Spada di Damocle sul capo. Perché restare imbrigliato in queste dinamiche può capitare a me, che per storia familiare, personale e professionale (sebbene, in aula, si sia tentato di infangarle) non ho inteso arretrare di un millimetro. Ma può capitare a giovani colleghi, preoccupati di vedere rovinata non solo la propria carriera, ma un'intera esistenza, con il rischio di dover sborsare cifre che talvolta un giornalista raccoglie in diversi lustri di lavoro.
Serve che la categoria faccia quadrato. Che Ordine e Sindacato si impegnino per tutelare chi svolge il proprio lavoro con dignità. Perché, come dice il giornalista e scrittore argentino Horacio Verbitsky, "giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda".


Claudio Cordova - 12 settembre 2016 (fonte: www.ildispaccio.it)








 

 

 

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