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''A Di Matteo lo devono ammazzare'' PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 11 Ottobre 2016 11:00
di matteo nino eff c paolo bassani

di Aaron Pettinari - 11 ottobre 2016

“A quello (Di Matteo) lo devono ammazzare”.
E' questa la frase che sarebbe stata intercettata qualche settimana fa, quasi per caso, nell'ambito di un'indagine sulle famiglie palermitane che fornisce una nuova indicazione sul progetto di morte di Cosa nostra per eliminare il sostituto procuratore Nino Di Matteo.
A parlare sarebbe uno dei mafiosi che, litigando con la moglie, si lamentava dell'imprudenza della suocera che, nei giorni precedenti, aveva accompagnato la figlia al Tc2, il circolo tennis in via San Lorenzo. Ed è in questo dialogo che l'uomo spiegherebbe a chiari note il motivo per cui la bambina, in quel luogo, non doveva più andare. Quel circolo è frequentato da Di Matteo e “a quello lo devono ammazzare”.
Nel dialogo si intende, dunque, che il progetto di attentato è più che mai attuale e non potrebbe avvenire solo nel circolo tennis, ma in qualunque luogo della città frequentato dallo stesso pm.
Partendo da questi nuovi elementi il Procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, ha immediatamente disposto la trasmissione di atti alla Procura di Caltanissetta, che indaga proprio sul progetto di attentato, ed ha anche scritto al Csm, spiegando i nuovi sviluppi investigativi.
Non solo. Nella nota vi sarebbe anche un ulteriore riscontro investigativo, rimasto top secret, in cui si parlerebbe di un progetto di attentato con l'utilizzo di esplosivo.

E' facile pensare che si possa trattare di quei 150 chili di tritolo fatti venire dalla Calabria di cui, nel 2014, aveva parlato il pentito Vito Galatolo.
“E' andato troppo oltre - aveva detto quest'ultimo ai pm - Era arrivato il via libera di Messina Denaro per fare questo attentato. A Cosa Nostra non conveniva fare queste cose, sarebbero tornati gli anni ’90 con gli arresti e l’esercito nelle strade, ma c’era l’ordine che si doveva fare. Il fatto delle coperture che erano presenti era proprio scritto nella lettera. Era scritto che facendo quell’attentato non ci dovevamo preoccupare perché questa volta non sarebbe stato come negli anni ‘90 e saremmo stati coperti. E quindi abbiamo accettato”. Sempre Galatolo aveva spiegato che il progetto di attentato si muoveva su due binari, uno per colpirlo a Palermo, con l'esplosivo, ed un altro su Roma, dove Cosa nostra era pronta a colpire a colpi di kalashnikov.

Elementi a riscontro
Dopo quelle dichiarazioni il livello di sicurezza del magistrato che indaga sulla trattativa Stato-mafia è stato portato a quello più alto con tanto di assegnazione del sistema bomb-jammer.
A riscontro delle parole dell'ex boss dell'Acquasanta vi erano state anche le dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia come il barcellonese Carmelo D'Amico o il pentito Francesco Chiarello. Proprio quest'ultimo aveva rivelato di aver saputo che il boss Vincenzo Graziano, colui che era indicato come il custode del tritolo, durante un periodo di scarcerazione avrebbe messo al sicuro il fusto con il carico. Gli inquirenti avevano persino scoperto che il denaro per l'acquisto dell'esplosivo era stato ottenuto dalla vendita di alcuni box, affidati all'avvocato Marcello Marcatajo (morto lo scorso aprile).
A testimonianza dell'assoluta attualità della condanna a morte nei confronti del magistrato che indaga sulla trattativa Stato-mafia vi sono poi le parole del capo dei capi, Totò Riina, intercettato in carcere durante l'ora d'aria. A Di Matteo avrebbe fatto fare “la fine del tonno”.
Ad alimentare il mistero, poi, vi sono anche le parole sibilline di Vincenzo Graziano, forse l'unico che sa esattamente dove si trovi il tritolo, che la notte dell'arresto, nel dicembre 2014, fece una battuta ai finanzieri: “L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti”. Cosa voleva dire? Un riferimento al fatto che a volere la morte del magistrato non vi fosse solo Cosa nostra?
Se così fosse si confermerebbe quanto detto da Galatolo in merito alla disponibilità di un artificiere messo a disposizione da Messina Denaro: “Avevamo l'ordine che non dovevamo presentarci con questa persona. Questo ci stupiva, il fatto che non dovevamo sapere chi era questo uomo di Messina Denaro. Noi capimmo che era esterna a Cosa nostra e che poteva essere qualcuno dello Stato che era interessato a fare questa strage”.

Ancora una volta il Tc2
Sempre l'ex boss dell'Acquasanta, deponendo al processo trattativa Stato-mafia, dopo aver spiegato che l'ordine di morte nei confronti di Di Matteo non era stato revocato aveva aggiunto che il loro gruppo (composto dagli uomini dei mandamenti dell'Acquasanta, Porta Nuova e San Lorenzo) poteva non essere l'unico ad operare (“Noi ci eravamo convinti che erano stati attivati da Messina Denaro anche altri gruppi. L'obiettivo era sempre quello di fermare Nino Di Matteo”). Nel marzo 2015 alcuni ragazzini che frequentavano il circolo tennis del Tc2 avevano segnalato la presenza di uomini armati davanti all'ingresso secondario del circolo tennis di San Lorenzo.
Adesso le nuove parole intercettate riportano la città in uno stato d'allarme tanto che nei giorni scorsi, si è riunito in gran segreto anche il comitato provinciale presieduto dal prefetto di Palermo Antonella De Miro. Non solo. La scorsa settimana, all'ingresso dell'aula bunker dell'Ucciardone, erano stati aumentati i controlli di sicurezza con tanto di metal detector anche nell'area d'accesso per avvocati e giornalisti.
Dopo la nuova allerta il Csm ha convocato Di Matteo con urgenza per sentire da lui stesso qual è la situazione (ovviamente nei limiti riferibili, dato che c'è un'indagine in corso). E durante l'audizione davanti alla Terza Commissione (quella competente sulla “mobilità” delle toghe) gli è stata prospettata anche una nuova disponibilità a trasferirlo da Palermo in tempi stretti per ragioni di sicurezza. Un ulteriore indicazione del fatto che i nuovi elementi emersi non sono da prendere alla leggera.

Foto © Paolo Bassani



da AntimafiaDuemila.com

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