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Processo Caccia: riunioni fantasma e atti non scritti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Davide Milosa   
Sabato 12 Novembre 2016 18:40

di Davide Milosa - 9 novembre 2016

Domenico Belfiore
ne decise la condanna. A eseguirla fu il calabrese Rocco Schirripa. Cose di ’ndrangheta. Questa la linea sostenuta in passato (nonostante contraddizioni emerse durante l’istruttoria dell’epoca) e seguita oggi nel processo a carico di Schirripa che si sta svolgendo a Milano. Titolare del fascicolo un magistrato di grande competenza ed esperienza come Marcello Tatangelo con la supervisione del procuratore aggiunto antimafia Ilda Boccassini. Le garanzie, dunque, non mancano. Eppure, alle udienze del 19 ottobre e del 2 novembre scorsi sembrava mancare qualcosa per comporre in maniera definitiva la ricostruzione dell’inchiesta.

Emergono, ad esempio, buchi temporali per fissare le date delle riunioni preliminari all’indagine, attività investigative non segnalate con relative annotazioni di servizio, o anche fatti oggettivamente sbagliati, ma mai rettificati negli atti del fascicolo. Già di per sé appare curioso che un’indagine di tale peso (Caccia è stato l’unico magistrato del Nord Italia ucciso dalla mafia) e rilevanza storica sia, come emergerà in aula, seguita da un solo investigatore, l’ispettore Massimo Cristiano, pur esperto di mafia. Ma così è, tanto che il presidente della Corte, riprendendo le parole dell’accusa, ha spiegato che i dirigenti della Squadra mobile di Torino si sono limitati alla firma degli atti. Basta lui, dunque, per illustrare l’intera vicenda. La Procura di Milano, va detto, si dichiara disponibile a concedere all’avvocato della famiglia Caccia di sentire anche gli altri poliziotti coinvolti.


Il 2 novembre scorso, poi, sulla seggiola dei testimoni si accomoda l’ispettore Cristiano. Primo argomento toccato è quello delle lettere anonime. Giusto per capire: l’intera inchiesta parte dopo che Belfiore viene messo ai domiciliari. Si decide così di inviare alcune lettere a chi si ipotizza possa essere coinvolto nell’omicidio. Le compone la Squadra mobile, in particolare Cristiano. Si getta l’amo e si attende. Il pesce, secondo l’accusa, abbocca. È Rocco Schirripa. Decisive le intercettazioni telematiche. Dietro le lettere, però, ora emerge un singolare retroscena.

Lo racconta lo stesso investigatore che in aula spiega come quella “fu un’iniziativa alquanto strana”. Fatto che confermano anche i magistrati utilizzando il termine “inusuale”. Questo, però, non inquina la regolarità dell’indagine. L’investigatore dice di aver imbucato le lettere “dall’ufficio postale di via San Quintino. È il percorso per andare a casa mia, quindi al termine del servizio”. Non solo, l’ispettore svela che di quell’attività fondamentale per l’intera indagine non fu fatta alcuna annotazione di servizio. Di più: per tutta l’istruttoria le missive non saranno mai citate (e mai utilizzate per ottenere proroghe) se non nell’informativa finale. Le lettere vengono inviate a settembre 2015. In quel periodo è già notizia pubblica che per l’omicidio, dopo gli esposti della famiglia Caccia, sono iscritti Demetrio Latella e Saro Cattafi, il primo uomo di Angelino Epaminonda, il secondo ritenuto vicino a Nitto Santapaola. La storia è diversa, c’è Cosa Nostra e i casinò. La Procura, si leggerà nell’ordinanza del dicembre 2015, scarta la pista. Risultato: il nome di Latella non compare nelle missive. Agli atti del fascicolo, però, non manca solo l’annotazione sulle lettere. Non si trova e non si saprà mai quando polizia e Procura fecero la prima riunione informale. Cristiano non va oltre l’estate 2015. Non esistono, per altro, ricevute su rimborsi per la trasferta. E poi c’è Rocco Schirripa, il presunto killer (l’ipotesi ne prevede un altro seduto al posto del passeggero) visto entrare in casa di Belfiore ad agosto 2015.

È lui? Gli atti dicono di sì. L’ispettore Cristiano smentisce. Ci assomigliava, ma alla fine la comparizione è negativa. “Ma – spiega il poliziotto – per noi è stato un particolare irrilevante che forse non l’abbiamo nemmeno citato nelle successive annotazioni”. Non mancano sorprese al processo Caccia. Il 2 novembre, oltre all’ispettore, depone anche Luca Fagol, uno dei testimoni oculari dell’omicidio. Ricorda il “bang bang” mimato dal guidatore della 128 che dopo l’omicidio gli passa davanti. Oggi svela che “non indossava guanti”. Peccato che all’epoca nessuno pensò di rilevare impronte digitali all’interno dell’auto. Inciampi e misteri, dunque. Che forse saranno chiariti oggi, quando in aula sarà sentito il boss Domenico Belfiore.


Davide Milosa (9 novembre 2016, Il Fatto Quotidiano)









 

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