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Processo Borsellino Quater, i pm: 'Graviano azionò il telecomando in via d'Amelio' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Francesca Mondin, Miriam Cuccu e Aaron Pettinari   
Sabato 12 Novembre 2016 20:04

di Francesca Mondin e Miriam Cuccu - 10 novembre 2016

“Il boss Giuseppe Graviano (in foto) azionò il telecomando per la bomba dietro un muretto in via d'Amelio, assieme a lui c'era anche Fifetto Cannella”. Così il pm Stefano Luciani, nel terzo atto della requisitoria al processo Borsellino quater, esclude dallo scenario della strage il Castello Utveggio, che dal Monte Pellegrino domina Palermo con una visuale perfetta su via d'Amelio. “Gli accertamenti processuali – chiarisce il pubblico ministero – portano, sulla base di quella che era la funzione originariamente associata all'Utveggio, ad escludere che da lì fosse stato azionato il telecomando”.
La presenza di Graviano in via d'Amelio, prosegue il pm, è corroborata “dalle dichiarazioni del pentito Fabio Tranchina che riportò di quando il boss di Brancaccio gli disse “che si sarebbe messo comodo nel giardino”. Conferma la sua versione il collaboratore Giovanbattista Ferrante, il quale riferisce di come il boss Salvatore Biondino gli disse che il muretto posto alla fine di via d'Amelio “sarebbe potuto cadere addosso a chi avrebbe premuto il telecomando”.

Circostanza che si aggiunge, considera Luciani, “al fatto che Biondino disse a Cancemi (capomafia deceduto nel 2011, ndr) che avrebbe potuto usare meno esplosivo” considerando gli effetti devastanti dell'autobomba. “Abbiamo inoltre il racconto di Antonio Vullo (agente di scorta di Borsellino, sopravvissuto alla strage, ndr) che stava spostando una delle auto di scorta e nel fare manovra per girare la vettura possiamo dire aveva ostruito la visuale del killer. Tanto che la deflagrazione arrivò dopo” quando Borsellino, spiega il pm, una volta superato il cancelletto dell'abitazione dei familiari risultava più distante dall'autobomba. A questo, continua Luciani, si sommano i rilievi che hanno individuato “tracce di sgommata, impronte di scarpe e frammenti di calzature” e “la recinzione metallica in fondo a via d'Amelio, che consentiva l'accesso al giardino, divelta in un punto”.

Riina e l'autobomba collegata al citofono: “Nessun elemento”
Nessun elemento, dichiara ancora Luciani, per sostenere che il congegno necessario per la detonazione dell'esplosivo “potesse essere stato installato nel citofono dell'abitazione dei familiari del dottor Borsellino”, tesi esternata da Riina in carcere in una delle conversazioni con Lorusso. “Non c'è un elemento a sostegno – assicura il pm – lo hanno escluso le perizie e anche la deposizione dell'agente Vullo, che vede Borsellino suonare il citofono e poi attraversare il cancelletto d'ingresso”. Sarebbe inoltre “complicatissimo installare un congegno di quel tipo in un citofono, che ha all'interno parecchi cavi, con il rischio di essere scoperti facilmente”.
Per quanto riguarda poi il palazzo in costruzione in via d'Amelio e riconducibile ai Graziano, imprenditori ritenuti vicini alla famiglia mafiosa dei Madonia “poteva essere un'altra buona base logistica, avendo una buona visuale della strada” considera la pubblica accusa, anche se “quelle indagini iniziali hanno presentato delle lacune” e “potevano essere fatti ulteriori approfondimenti”, come ad esempio su quella terrazza in cui furono ritrovati dei mozziconi di sigarette mai repertati.

Esclusa la pista del Sisde all'Utveggio
Per quanto riguarda il Castello Utveggio, prosegue la pubblica accusa, “abbiamo analizzato con scrupolo ogni pista, ma non abbiamo raccolto elementi per sostenere che negli uffici del Cerisdi, un ente realmente esistente e non fittizio” con sede nel palazzo di Monte Pellegrino “ci fossero alcuni degli appartenenti al Sisde indicati dal dottor Gioacchino Genchi”. Al suo interno, precisa Luciani, non è stata accertata la presenza di soggetti estranei al Cerisdi, quanto piuttosto quella accertata “di personale della Polizia di Stato per la manutenzione di apparecchi radio custoditi all'interno”. Ridimensionato inoltre il collegamento con il boss Gaetano Scotto e il fratello Pietro: “Come elemento – spiega il pm – c'è solo una telefonata di Gaetano Scotto del 19 luglio '92 all'utenza fissa del Cerisdi. Abbiamo poi appreso che cercava un tale Vincenzo Paradiso che però, quando ha deposto in questo processo, ha detto di non ricordare nulla”.
Considerate poi “non spendibili in questo processo” le dichiarazioni del pentito calabrese Nino Lo Giudice, il quale aveva dichiarato che nelle stragi del '92 fosse coinvolto anche un ex agente dei servizi dal volto sfregiato, conosciuto come “faccia da mostro”.

Non ci fu l'intercettazione abusiva al telefono in via d'Amelio
Oltre a ridimensionare il collegamento tra il Castello Utveggio e Gaetano Scotto, che secondo alcuni pentiti (ritenuti dalla pubblica accusa non attendibili) sarebbe stato il ponte con i servizi segreti e Cosa nostra, il pm Luciani elimina l'ipotesi che vedeva il fratello Pietro Scotto coinvolto nelle fasi di preparazione della strage. Nello specifico nell'operazione di attivare un'intercettazione abusiva nel telefono di via d'Amelio utilizzato dalla madre di Borsellino per comunicare con il figlio. Operazioni che secondo la sentenza di appello del Borsellino bis sarebbe dovuta servire a monitorare quando il giudice Borsellino andava in via d'Amelio.
“Nei processi precedenti si ipotizzavano delle intercettazioni abusive” basandosi sulle “dichiarazioni dei famigliari del dottor Borsellino, che avevano notato delle anomalie sul telefono mesi prima della strage”, spiega il pm Luciani ricostruendo gli elementi emersi precedentemente. A questi si aggiungevano le dichiarazioni di alcuni testimoni che dicevano di “aver notato nel pianerottolo dell'abitazione dei soggetti”. Dagli elementi raccolti “emergeva anche l'intervento ufficiale di due tecnici per installare un impianto telefonico nell'edificio nel pomeriggio del 13 luglio – continua Luciani – quindi si sosteneva che il 14 o il 16 luglio i testimoni avevano visto e riconosciuto Pietro Scotto nel pianerottolo dell'abitazione”. Il magistrato sostiene invece la tesi espressa nella sentenza di appello del Borsellino uno, che “escludeva l'intercettazione abusiva perché i testi avevano confuso i loro ricordi in quanto i movimenti visti erano quelli dei tecnici reali, e confutavano il riconoscimento di Scotto” perché “possibile errore” dato dal tempo e anche dalle “modalità di riconoscimento fotografico dove tre foto su sei erano di Pietro Scotto”.
Altro punto sottolineato con forza dal pm Stefano Luciani riguarda soprattuto “la compatibilità tra le informazioni di chi avrebbe ascoltato le telefonate e l'esecuzione della strage”. Nel ricostruire quanto emerso dai tabulati telefonici del telefono su cui si ipotizzava l'intercettazione abusiva il magistrato nisseno sottolinea: “Chi era in ascolto apprendeva che sabato pomeriggio Borsellino andava in via d’Amelio (per accompagnare la madre dal cardiologo, sennonché la visita fu rimandata al giorno dopo, ndr) e quindi è ragionevole che non torni domenica”. Perciò secondo il pm la strage “si sarebbe dovuta organizzare per sabato pomeriggio o almeno ci doveva essere stato un momento di fibrillazione” per la variazione di programma di Borsellino che, dalla strage di Capaci in poi, andava a trovare la madre ogni domenica. Invece dalle testimonianze dei collaboratori di giustizia “nessuno dei soggetti ci dice questo”.
Il magistrato nisseno, nello scartare la possibilità dell'intercettazione abusiva e del ruolo di Pietro Scotto, sottolinea invece il “ruolo avuto da Salvatore Vitale nella strage”, un mafioso che aveva un appartamento nel palazzo di via d'Amelio. “Un ruolo – evidenzia Luciani - che può surrogare la funzione che era stata attribuita all'intercettazione abusiva”. Cioé verificare i movimenti di Borsellino in via d’Amelio. A sostegno di questa tesi Luciani porta le dichiarazioni di pentiti del calibro di Spatuzza, Grigoli e Brusca, che coincidevano sul fatto che “l’organizzazione decide di eliminare Salvatore Vitale e il fratello Nicola perché temevano delle confidenze”. La requisitoria proseguirà nelle udienze del 12, 13 e 14 dicembre.



di Francesca Mondin e Miriam Cuccu (10 novembre 2016, AMDuemila)





Requisitoria Borsellino quater: ''Mandamento di Brancaccio motore stragista''

di Francesca Mondin - 9 novembre 2016

Nel secondo giorno di requisitoria al processo Borsellino quater il pm Stefano Luciani ha speso gran parte dell'udienza per sottolineare e dimostrare l'attendibilità del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che dopo ben 12 anni di 41bis nel 2008, in seguito ad una crisi mistica, si autoaccusò del furto della Fiat 126 utilizzata per la strage. Un fatto dirompente che smentì le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino su qui si erano basati i processi per la strage di Via d'Amelio fino a quel momento, il falso pentito che successivamente ammise di aver mentito su pressioni dei alcuni componenti del gruppo Falcone e Borsellino, durante le primissime indagini.
“Spatuzza – ha detto il magistrato - è il collaboratore principe dell’attendibilità perché dice sempre le stesse cose, non c'è mai un oscillazione o una contraddizione rispetto cose fondamentali che dice”.
Una prova esemplare descritta dal pm fu il riconoscimento del posto esatto in qui fu rubata l'auto e il garage in cui fu portata. “In seguito al un corretto riconoscimento fotografico del posto ci fu il sopralluogo e dopo 12 anni che Spatuzza non metteva piede a Palermo lo portammo lì e gli chiedemmo di indicarci il posto esatto in cui aveva rubato l'auto e lui ci portò ed indicò al millimetro lo stesso punto indicato dalla proprietaria Pietrina Valenti” nonostante quel luogo era mutato nel tempo ed ora “presenti delle grossissime fioriere” che impediscono qualsiasi posteggio. Molti elementi emergenti dalle indicazioni dell'ex boss di Brancaccio sulle fasi che portarono la macchina ad essere l'autobomba che causò la strage di via d'Amelio (furto, ripristino efficienza, recupero batteria auto, spostamento vettura e furto targhe) “coincidono e si incastrano con elementi dei precedenti processi - ha spiegato il magistrato - Spatuzza toglie tessere malate del puzzle per inserire quelle sane”.
E' stata toccata solo marginalmente la presenza del “soggetto misterioso non appartenente a Cosa nostra”, nel garage di Villasevaglios dove verrà trasportata la Fiat 126 per essere imbottita di esplosivo. Luciani ha però sottolineato che “può essere una chiave di volta importante questo punto sul quale dovranno concentrarsi ulteriormente le investigazioni perché provengono da questa fonte attendibile”.
Di lui Spatuzza aveva dato una descrizione povera, tuttavia, quelle informazioni avvallerebbero l’ipotesi di una partecipazioni esterna a Cosa nostra nella strage: “Non era un ragazzo, né un vecchio, doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra. Ma non mi allarmò la presenza di quell’uomo perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva. In questi anni mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. Poi nel giugno del 2013, nella sua deposizione a questo stesso processo aveva aggiunto qualche dettaglio: “Ho fatto pure una descrizione, effettuando un riconoscimento fotografico ma non è che posso dire cose. Tra le possibilità c'è che possa appartenere alle forze dell'ordine e la mia vita la gestiscono loro, sono io la prima persona ad avere interesse a vederla in carcere. Ma proprio non ricordo. Questo è un mistero fondamentale da risolvere e io sono qui per la verità”.


Pm dimostra responsabilità Tutino nella strage in via d’Amelio

Il pm Luciani nella requisitoria ha evidenziato la responsabilità del mandamento di Brancaccio come “unico che ha avuto un protagonismo tanto in Capaci quanto via d’Amelio quanto nelle stragi '93 '94, pur a fronte di una mutevolezza di protagonisti Brancaccio è il filo conduttore dei fatti dal '92 al '94”.
Il magistrato ha poi sottolineato come “già con il quadro offerto dalla sentenza Borsellino bis la prova d'alibi di Graviano (di non essere a Palermo in quel periodo) era stata smontata ma dal 2011 il quadro si implementa ulteriormente perché inizia a collaborare anche Fabio Tranchina” autista di Filippo Graviano. “Tranchina – ha spiegato il pm – parla di due circostanze, una la prima settimana di luglio 92 l’altra la settimana antecedente la strage di via d’Amelio, nella prima occasione Graviano lo conduce in via d’Amelio e dice di procurargli un appartamento in quella zona in contanti”.
Riferendosi poi all'imputato Vittorio Tutino, uomo di fiducia dei Graviano che si è sempre chiamato fuori da ogni implicazione con la strage Luciani ha sottolineato: "Sulla responsabilità di Vittorio Tutino nella strage di via d'Amelio c'è un complesso di prove monumentale". E nel delineare la responsabilità di Tutino ha elencato i diversi collaboratori che confermano il suo coinvolgimento: "Spatuzza ha parlato del suo coinvolgimento nel furto della Fiat 126 usata come autobomba in via d'Amelio. Il pentito di 'ndrangheta Francesco Raimo ha offerto un altro prezioso riscontro, raccontandoci che quando era detenuto con Tutino, quest'ultimo, non appena ricevette l'avviso di garanzia per la strage di via d'Amelio, ebbe il timore che Spatuzza poteva averlo tirato in mezzo per il furto della macchina. E ci sono anche le dichiarazioni di Vito Galatolo, al quale, nel '92, Tutino consigliò di chiudere un parcheggio che lui e alcuni suoi familiari gestivano nei pressi di via d'Amelio". Secondo il racconto di Galatolo, Tutino, dopo l'attentato a Borsellino, gli disse: "Hai visto cosa è successo? Te l'avevo detto di non andare in quel parcheggio".
Con la giornata di oggi il pm Stefano Luciani ha completato il suo intervento riguardo la posizione di Vittorio Tutino. La requisitoria della pubblica accusa continua domani.


Francesca Mondin (AMDuemila)





Borsellino e la trattativa, per i pm ''passi avanti'' nel ''dubbio''

di Aaron Pettinari

Il movente esterno legato alla trattativa Stato-mafia per l’omicidio Borsellino? Per i pm nisseni manca una prova fondamentale, ovvero “il fatto che Cosa nostra avesse appreso che Paolo Borsellino era un ostacolo alla trattativa stessa”. E’ così che il sostituto procuratore Stefano Luciani ha affrontato la questione al secondo giorno del processo dedicato alla requisitoria. Se non è un “dietrofront” rispetto a quanto detto in passato dalla Procura nissena poco ci manca. Basta andare a rileggere le dichiarazioni dell’ex procuratore capo Sergio Lari che, nel dicembre 2010, aveva dichiarato che “la trattativa è il movente di via D'Amelio”. “Le nostre indagini - aveva detto Lari - ci hanno consentito di accertare inconfutabilmente che Paolo Borsellino sapeva dell'esistenza di una trattativa tra Stato e mafia. Ne fu informato dalla dottoressa Ferraro il 28 giugno del '92. Da qui a dire che fu ucciso per questo non è scontato. O Borsellino fu ucciso perché si oppose alla trattativa o Totò Riina decise di accelerare una strage già decisa da tempo perché la trattativa languiva e non dava gli esiti sperati. Comunque la trattativa è il movente”. Anche l’ex procuratore aggiunto Nico Gozzo, intervistato da ANTIMAFIADuemila prima dell’inizio del quarto processo sulla strage, aveva parlato di una forte accelerazione della strage dovuto proprio a causa della trattativa (“Ci saranno state evidentemente anche altre motivazioni, ma secondo le nostre risultanze l’accelerazione nella strage è avvenuta anche per la trattativa. Questo dato è stato messo all’interno del procedimento proprio perché riteniamo che la trattativa sia intervenuta su una parte della deliberazione della strage, e cioè sulla tempistica”). Oggi però la Procura nissena da una parte ha ammesso l’esistenza di “importanti passi avanti”. Dall’altra ha sollevato una serie di punti che non permetterebbero di dipanare ogni “dubbio”.


Dati certi

Luciani, che ieri aveva spiegato alla Corte i motivi per cui non era possibile fare affidamento sulle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ha evidenziato alcuni elementi che si sono cristallizzati nel corso di questi ultimi anni: “Nel corso del processo è emerso chiaramente che Paolo Borsellino aveva saputo dei contatti tra i carabinieri del Ros e Vito Ciancimino, come ci ha raccontato la dottoressa Liliana Ferraro. Inoltre sappiamo che Borsellino, nel periodo precedente al suo omicidio, era fortemente turbato per qualcosa, ma non sappiamo con precisione a cosa si riferisse. Di quest’ultimo aspetto parlano in particolare il dottore Russo e Camassa i quali raccolsero lo sfogo di Borsellino quando disse ’un amico mi ha tradito’ per poi scoppiare in un pianto”.


Tradimento

“Quello sfogo - ha continuato il pm nisseno - viene individuato in due momenti diversi in base a due ragionamenti logici. Russo lo colloca al 12 giugno 1992, ovvero in occasione dell’interrogatorio del dottor Signorino a Palermo, collegando anche lo sfogo ad un discorso su un pranzo ed una cena che Borsellino avrebbe fatto pochi giorni prima con alcuni carabinieri. La Camassa invece lo colloca la settimana tra il 22 ed il 29 giugno. Perché nel giorno di Signorino lei era molto tesa e ricorda che quell’incontro avvenne pochi giorni prima del 4 luglio, giorno della cerimonia di saluto di Borsellino a Marsala. Sposare una delle due tesi è complicato come complicato è collegare le persone da cui si sarebbe sentito tradito con il generale Subranni”.
Ad essere tranciante in questo senso, secondo il pm, sono le dichiarazioni di Agnese Borsellino. “La moglie del giudice ha spiegato che i rapporti tra suo marito e Subranni erano solo di natura istituzionale. Al di là di questo lei ha anche raccolto uno sfogo del marito in un periodo dove era particolarmente turbato. Il marito le disse di aver visto ‘la mafia in diretta’ e che ‘Subranni era punciuto’. L’aggancio è difficile da fare anche in questo senso”.


L’operato del Ros

Parlando delle testimonianze della Ferraro di Martelli e di Violante, sull’operato del Ros e gli incontri con Ciancimino padre, il pm ha messo in evidenza come vi siano due “dati certi”: “che i due ufficiali del Ros (Mori e De Donno, ndr) andavano cercando coperture politiche, e che di quella loro azione non fu informata l’autorità giudiziaria. Un fatto che stride con quanto riferito dai carabinieri che hanno sempre parlato del fine investigativo di quegli incontri. Sia che volessero iniziare l’indagine sugli appalti, sulla cattura dei latitanti o qualsiasi altra attività di natura giudiziaria, appare curioso che si cercano dei terminali politici differenti anziché, appunto, informare l’autorità giudiziaria competente”.
Luciani ha anche ricordato come non aiutino a fare chiarezza sulla natura dei contatti tra il Ros e Vito Ciancimino neanche le dichiarazioni di teste come Fernanda Contri, ex consigliere del Csm ed ex sottosegretario generale di Palazzo Chigi, o l’onorevole Folena, che il 22 luglio si incontrarono con il generale Mori. Anche recentemente, al processo trattativa Stato-mafia, la Contri, non è riuscita a chiarire le modalità di quell’incontro, in particolare se questo si svolse su sua iniziativa o su quella dell'allora colonnello. Chi avrebbe potuto colmare quei "vuoti" sulla ricostruzione sarebbe potuto essere Ciancimino jr. Secondo i pm, però, "essendosi sottratto al vaglio dibattimentale" non è utilizzabile.


Questione Mancino

Tra i temi affrontati durante la requisitoria vi è anche l’eventuale consapevolezza della trattativa da parte dell’ex ministro Nicola Mancino, tirato in ballo sia da Giovanni Brusca che Ciancimino jr. Secondo i pm nisseni “non vi sono riferimenti per sostenere che fosse al corrente della trattativa". Per arrivare a questa conclusione il pm ha ricordato le parole di Martelli, il quale disse di un Mancino che “cadeva dalle nuvole” quando gli parlò degli incontri tra il Ros e Vito Ciancimino. “Fa riflettere che Mancino neghi di aver mai saputo qualcosa sull’attività del Ros - ha aggiunto Luciani - ma se la sostituzione Scotti-Mancino è repentina ed anche Martelli dice che quando gli parla è palese che non fosse a conoscenza come si sposa la dichiarazione con i riferimenti di Brusca e Ciancimino?”.
Certo è che sul punto in questione è attualmente in corso il processo della Corte d’assise di Palermo (Mancino è imputato per “falsa testimonianza”) e che al Borsellino quater l’ex politico Dc si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Non solo. Anche di recente Martelli, sentito al processo trattativa Stato-mafia, ha raccontato dell’incontro avvenuto il 4 luglio con Mancino ma ha anche evidenziato un altro aspetto: “Ricordo che durante una deposizione di Mancino alla Commissione antimafia, parlando del suo insediamento, riferì dell’esistenza all’interno di Cosa nostra di due brutte correnti, una stragista di Riina e una più moderata di Provenzano. Disse: ‘appena arrivato al ministero mi resi conto’. Io non avevo notizie di questo. Io avevo dalle fonti ministeriali e giudiziarie che Provenzano era il vice di Riina e che i due erano intercambiabili tanto che alle riunioni andava uno o all'altro. Ma se questo delle due correnti è maturato è stato dopo la cattura di Riina, non prima. Ma che Mancino lo sapesse da luglio... fa riflettere…”. Magari certi spunti saranno evidenziati nella memoria analitica annunciata dai pm sia ieri che oggi, e che verrà depositata al termine della requisitoria.
Luciani ha ricordato anche l’episodio del primo luglio 1992, giorno in cui Paolo Borsellino incontrò il ministro Mancino a Roma: “È un dato di fatto che Borsellino, il 1° luglio '92, incontrò l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino. Fa riflettere che Mancino mostri di non ricordare quell’incontro con quello che all’epoca era il magistrato di punta della lotta alla criminalità organizzata si stampo mafioso, che prese voti pure per la Presidenza della Repubblica e che pubblicamente fu proposto come capo della Procura nazionale antimafia, ma l’incontro è certo, è nell’agenda grigia del giudice, e lo riferiscono anche i testi, Mutolo, Aliquò, ed altri. Proprio Aliquò è l'unico testimone oculare, il magistrato Vittorio Aliquò, ci ha parlato di un breve incontro in cui non si parlò della trattativa".
Di quell’incontro ha riferito anche il teste Gioacchino Natoli. “Mentre aspetta di essere ricevuto dal ministro appena eletto, Borsellino sta fumando nervosamente, allorché vede aprirsi la porta del salotto dove sarebbe stato ricevuto e gli appare Bruno Contrada, l’allora numero tre del Sisde. Questo fatto lo meravigliò non poco. Dietro Contrada c’era l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi - aveva detto proprio innanzi alla Corte presieduta da Antonio Balsamo - Borsellino e Contrada si scambiarono un veloce saluto e nell’allontanarsi Contrada gli disse ‘So che ha incontrato Mutolo. Si ricordi che in passato mi sono occupato di lui. Se ha bisogno, può rivolgersi a me’”. Della presenza di Contrada oggi non si è fatto alcun accenno durante la requisitoria ma il pm ha più volte spiegato che diversi aspetti saranno affrontati analiticamente con una memoria conclusiva. “A noi - ha detto Luciani - interessa colmare i punti che vanno dalla strage di Capaci fino al 19 luglio 1992”.


Aaron Pettinari (AMDuemila)











 

 



 

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