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Omicidio Caccia, la Procura di Milano chiede la scarcerazione di Schirripa PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Domenica 27 Novembre 2016 22:00
di Aaron Pettinari - 27 novembre 2016

Colpo di scena al processo in corso in Corte d'assise a Milano contro Rocco Schirripa, presunto esecutore materiale dell'omicidio del procuratore di Torino Bruno Caccia, assassinato a colpi di pistola la sera del 26 giugno 1983 in via Sommacampagna, nei pressi della sua abitazione, mentre portava a spasso il cane. Il pm di Milano ha infatti chiesto la revoca della misura di custodia cautelare in carcere per Schirripa in quanto il procedimento è "affetto da irreparabile vizio procedurale".

A rivelare il fatto è il legale di parte civile, Fabio Repici, con una nota: "Apprendiamo la notizia con sconcerto incredibile. Secondo quanto scrive il pubblico ministero il procedimento avviato a carico di Rocco Schirripa è affetto da un irreparabile vizio procedurale compiuto dalla Procura della Repubblica di Milano (la mancata richiesta di autorizzazione al gip per la riapertura delle indagini nei confronti di Schirripa il quale per il delitto Caccia era già stato indagato e su richiesta della Procura della Repubblica archiviato il 21.2.2001) la cui ferale conseguenza è l’assoluta inutilizzabilità di ogni atto d’indagine e processuale compiuto nei confronti dell’imputato Schirripa. Per questo - aggiunge - il pubblico ministero ha avanzato richiesta di scarcerazione".

Rocco Schirripa, panettiere torinese, era stato arrestato nel dicembre 2015, 32 anni dopo l'omicidio Caccia. Per arrivare all'arresto di Schirripa gli investigatori avevano adottato uno stratagemma particolare, inviano una lettera anonima ai sospettati del delitto con una fotocopia di un articolo de La Stampa sull'arresto di Belfiore, con dietro scritta la frase “Omicidio Caccia: se parlo andate tutti alle Vallette (il carcere di Torino ndr) Esecutori: Domenico Belfiore Rocco Barca Schirripa Mandanti: Placido Barresi, Giuseppe Belfiore, Sasà Belfior”.
In quel modo la Dda aveva cercato di sondare le reazioni del sospettato. Non solo, le frasi che inchioderebbero Schirripa sono state captate grazie a un virus, che permette di attivare a distanza i microfoni degli smartphone intercettati, trasformandoli così in registratori. In questo modo sono state catturate le conversazioni tra i boss calabresi Domenico Belfiore, condannato in via definitiva come mandante del delitto e da alcuni mesi scarcerato per motivi di salute, e il cognato Placido Barresi, imputato e poi assolto per l'esecuzione del procuratore torinese. Sollecitati dalla lettera anonima i due avevano scambiato alcune valutazioni sul caso indirizzando gli inquirenti su quella che era ritenuta la pista giusta. Il processo è iniziato nei mesi scorsi, tanto che sono anche stati sentiti testimoni come Belfiore e Barresi. Adesso però l'intera attività investigativa condotta in questi anni rischia davvero di essere spazzata via da questo incredibile colpo di scena.

Vederci chiaro
Tutto nasce dall’udienza del 2 novembre 2016 quando a deporre è stato chiamato il collaboratore di giustizia Vincenzo Pavia. Quest’ultimo ha infatti dichiarato di non essere mai stato sentito sul caso Caccia dai pm di Milano, ma solo da quelli di Torino. Partendo da questo dato giustamente, lo scorso 24 novembre, l'avvocato Repici ha presentato una memoria presso la Corte d’Assise e presso l’ufficio del pm, dove si chiedeva di verificare “Se i verbali degli interrogatori di Vincenzo Pavia innanzi a magistrati della Procura della Repubblica di Torino sull’omicidio del dottor Bruno Caccia siano mai stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Milano; se presso il registro generale delle notizie di reato della Procura della Repubblica di Milano sia stato iscritto, fra il dicembre 1995 e il 1997 (epoca alla quale risalgono i verbali d’interrogatorio di Pavia acquisiti dalla Corte col consenso di tutte le parti), alcun procedimento penale sull’omicidio del dottor Bruno Caccia e, in caso positivo, se a carico di ignoti o contro persone note e, in quest’ultimo caso, a carico di chi; se Vincenzo Pavia sia mai stato, prima del 29 febbraio 2016, interrogato dalla Procura della Repubblica di Milano sull’omicidio del dr. Bruno Caccia”. Nel compiere i dovuti accertamenti la Procura di Milano ha quindi scoperto che il 13 novembre 1996 la Procura di Torino trasmise a quella milanese un fascicolo a “Modello 45” contenente le dichiarazioni del pentito. In quella stessa data, dunque, i pm magistrati milanesi iscrissero un fascicolo a “Modello 21” nei confronti di una serie di indiziati (tra cui vi era lo stesso Rocco Schirripa), salvo poi archiviare l’indagine il 21 febbraio 2001. Ed è proprio qui che ha luogo il “corto circuito”. Nel 2015 la Procura di Milano avvia la nuova indagine senza chiedere la riapertura della vecchia indagine in quanto, spiega il pm, non era nota l’esistenza del procedimento penale archiviato per gli stessi fatti. Come è potuto accadere? Un errore di consultazione? Un difetto di archivio? Certo è che, come ha scritto Fabio Repici nella sua nota, a distanza di 33 anni dall’omicidio del dottor Bruno Caccia un errore procedurale sta per mandare al macero un’intera indagine.
“Un procedimento - ricorda il legale - avviato nel 2015 dalla Procura di Milano solo a seguito di nostre ripetute denunce, proposte a partire dal 10 luglio 2013. Purtroppo, anche a causa di questo inconcepibile errore procedurale, oggi per l’ennesima volta, come da 33 anni, si perpetua l’oltraggio alla memoria di Bruno Caccia e al desiderio di accertamento integrale di verità e giustizia sul suo assassinio, sulla causale del delitto, sulla rete di cointeressenze che quel delitto hanno determinato e sui depistaggi che su quel delitto sono stati perpetrati". "In questa direzione - conclude Repici - il nostro impegno non si interrompe certo qui; proseguirà in coerenza con la dedizione che ci ha accompagnato fino a oggi".


Aaron Pettinari (AntimafiaDuemila)












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