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Omicidio Caccia, la famiglia chiede l'avocazione dell'indagine su Cattafi e Latella PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 28 Novembre 2016 10:23

di Aaron Pettinari - 28 novembre 2016

Il processo contro il presunto killer del giudice Bruno Caccia rischia l’azzeramento, dopo il “vizio procedurale” con cui era iniziata la nuova inchiesta del 2015. Una notizia “sconcertante” per la famiglia Caccia che da trentatre' anni attende una completa verità sull’assassinio in merito alla causale del delitto, sulla rete di cointeressenze che hanno portato all’omicidio e sui depistaggi che sono stati perpetrati nel corso del tempo. Proprio Fabio Repici, legale della famiglia Caccia, commentando la richiesta di scarcerazione di Rocco Schirripa presentata dalla Procura di Milano, aveva ricordato che l’impegno non si sarebbe interrotto e che lo stesso sarebbe proseguito “in coerenza con la dedizione che ci ha accompagnato fino a oggi”.

Ed è sicuramente in questo senso che va letta l’istanza di avocazione, avanzata dallo stesso avvocato alla Procura generale di Milano, dell’inchiesta a carico di Rosario Pio Cattafi e di Domenico Latella, entrambi iscritti nel registro degli indagati il 2 luglio 2015. “Durante il corso delle indagini - scrive Repici nell’istanza di avocazione presentata lo scorso 14 novembre - durante il corso delle indagini preliminari il pubblico ministero trascurava di compiere indagini nei confronti delle due persone sottoposte a indagini e dirigeva le indagini nei confronti di altra persona, Rocco Schirippa, a novembre iscritto sul registro degli indagati, poi sottoposto a ordinanza di custodia cautelare e oggi a giudizio innanzi alla Corte di assise di Milano”. Successivamente, ricorda sempre il legale, “la posizione degli indagati Cattafi e Latella veniva stralciata con provvedimento del pubblico ministero del 28 aprile 2016 e, conseguentemente, per gli stessi veniva aperto altro fascicolo a modello 21”. Tenuto conto che il termine delle indagini preliminari per Cattafi e Latella quali indagati per l’omicidio Caccia decorre dall’originaria loro iscrizione a modello 21 Repici evidenzia come “nelle more è interamente decorso il termine delle indagini preliminari” senza che il pubblico ministero abbia avanzato richiesta di proroga delle indagini, o abbia avanzato una richiesta di archiviazione o di esercizio dell’azione penale.
Secondo il legale della famiglia Caccia, dunque “ricorrono i presupposto dell’avocazione obbligatoria”.

La denuncia dei familiari
Secondo quanto veniva denunciato dai familiari nel giugno 2015, Caccia non sarebbe stato solo ucciso dalla ‘Ndrangheta, ma sarebbe stato vittima di un’unica e più ampia “rete criminale che aveva pressoché fagocitato la gestione dei Casinò del nord Italia e della Costa Azzurra, sotto il controllo di esponenti delle mafie catanesi, palermitane, calabresi, corse e marsigliesi”. Una rete che ha goduto di inspiegabili “trattamenti di favore” da parte di alcuni esponenti delle istituzioni nel corso delle indagini.
In particolare Repici poneva l’attenzione su alcune anomalie contenute nelle indagini che negli anni Novanta hanno condotto alla versione ufficiale sulla morte del capo della procura torinese e che erano condotte dal pm Francesco Di Maggio. “La principale (quasi esclusiva) fonte di prova sulla quale venne fondata l’intera impalcatura accusatoria, cioè il collaboratore di giustizia Francesco Miano, era stato un prodotto di attività del Sisde” scrive Repici. “Nella storia dei processi alla criminalità organizzata Miano è probabilmente l’unico pentito che risulta ufficialmente essere reclutato dal Sisde”.
Nell’esposto veniva evidenziato come quella collaborazione, risalente al 1984, di fatto chiuse la pista investigativa che conduceva al Casinò di Saint Vincent, che la procura di Bruno Caccia aveva individuato come una delle basi per il riciclaggio dei proventi dei sequestri di persona. Quindi si chiedeva di ascoltare anche alcuni magistrati che avrebbero potuto “riferire sulle anomalie che hanno accompagnato l’azione giudiziaria a Milano negli anni Ottanta nei confronti di Cattafi”.
Rosario Pio Cattafi, boss siciliano indicato dai pentiti come trait d’union tra cosa nostra e servizi segreti, viene indicato nel documento di Repici come ulteriore ipotetico mandante del delitto. Del resto nel fascicolo sull’omicidio il nome di Cattafi compare diverse volte, spesso associato a uomini legati ai servizi segreti.
Tra questi vi è anche l’imprenditore milanese Franco Mariani, al quale “tale colonnello Bertella” chiede di trovare informazioni sull’esecuzione. Mariani così si rivolge allo stesso Cattafi.
Ascoltato dai magistrati nel settembre 1984, Mariani spiegò di essere stato lui a chiedere “a Cattafi se ne sapesse qualcosa. Ciò avvenne mentre stavo redigendo il rapporto da consegnare al colonnello Bertella. Senza alcuna esitazione il Cattafi mi riferì le notizie da me trascritte nel rapporto”. Rapporto che è agli atti del fascicolo sull’omicidio e in cui si  parla del giudice con il nome di architetto Caccia Dominoni. “L'architetto Caccia Dominioni - viene scritto testualmente - è stato fatto fuori non dai calabresi (…) ma da un gruppo capeggiato da Epaminonda (catanese). Sempre come sfondo vi è la questione (…) inerente Saint Vincent, Sanremo, Campione (…) era convinto che tutti i soldi sporchi arrivassero lì. Il killer è legato a Santapaola”. Sul killer soprannominato Luciano, invece, sempre Cattafi riferì a Mariani di potergli fare avere una sua foto pubblicata sul Corriere della Sera. Secondo la procura e la ricostruzione dell’avvocato Repici si trattaerebbe di Demetrio Latella, calabrese, coinvolto e mai condannato per il sequestro di Cristina Mazzotti, rapita nel 1975 e fatta morire di stenti.

di Aaron Pettinari - 28 novembre 2016 (AMDuemila)




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