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I pentiti? Indispensabili per la lotta a Cosa nostra PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Pippo Giordano   
Domenica 18 Dicembre 2016 19:06
di Pippo Giordano - 17 dicembre 2016

Il pentitismo tra gli uomini d'onore di Cosa nostra, scaturì dall'onnipotenza posta in essere da Totò Riina, il quale più che “capo dei capi” fu solo capo di se stesso: i “palermitani” mal sopportavano 'u viddano coi peri incritati' (montanaro coi piedi sporchi di argilla). Riina s'era talmente ubriacato di potere a tal punto da non riuscire più a capire le esigenze delle varie “famiglie” mafiose. Divide et impera fu per Riina la scalata al potere. L'escalation di violenza che sconvolse Palermo creò una tale implosione di Cosa nostra, che minò le fondamenta. Nel primo triennio degli anni ottanta, assistemmo nel capoluogo siciliano a una vera e propria mattanza: intere famiglie di sangue sterminate, sol perché alcuni mafiosi non vollero assoggettarsi al predominio violento e dittatoriale di Riina. I media, ancora oggi amano descrivere quel funesto e drammatico periodo, come una guerra di mafia tra i “corleonesi” di Riina e gli “scappati”. Nulla di tutto questo, Salvatore Riina, fece per esclusivo interesse personale, una sorta di pulizia preventiva, eliminando anzitempo tutto coloro che potessero minare il suo potere. E per raggiungere lo scopo, non disdegnò di far uccidere brutalmente donne, uomini e bambini.
Per quando mi riguarda, durante la supremazia dei “corleonesi”, feci fatica a riconoscere le sembianze di quella mafia che avevo conosciuto sin dall'infanzia, il cui motto era “rispetto e onore”. Qui dovrei descrivere dettagliatamente le mie reminiscenze giovanili, allorquando per motivi di lavoro frequentavo le aziende e case dei mafiosi, comprese quelle dei fratelli Greco, Michele il “papa” e Salvatore il “senatore”. Salvatore Riina, cambiò radicalmente la Cosa nostra facendola diventare da icona di “mafia buona”, che ovviamente non era, a icona stragista. Ma il motivo di questo assunto è far conoscere il pentitismo generato appunto dalla violenza di Riina.
Prima dell'avvento dei “corleonesi” era impensabile che tra gli uomini d'onore potesse aleggiare la mera ipotesi di pentirsi. A parte le pregresse guerre di mafia, tutti vivevano felici e mafiosi. Penso che a proposito di pentiti, io possa definirmi un “confessore” e che in buona sostanza operai, sia come psicologo che come assistente sociale verso i loro familiari. Il mio maestro per eccellenza fu il magistrato Giovanni Falcone. Col dottor Falcone, partecipai agli interrogatori di Totuccio Contorno, Stefano Calzetta e Francesco Marino Mannoia. Mi dispiace che analoga attività potei condurla col dottor Paolo Borsellino solo nei tre interrogatori di luglio '92 compreso quello ultimo di venerdì 17.
Poi, una volta in forza alla DIA, m'interessai di Gaspare Mutolo, Pino Marchese (cognato) di Leoluca Bagarella, (cognato di Salvatore Riina), Tommaso Buscetta, Giovanni Drago (cugino di Marchese) e infine Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera.
Una sera avevo intuito dopo che l'avevamo tratto in arresto e mentre redigevo i verbali negli uffici della DIA di Palermo, che Giovanbattista Ferrante poteva pentirsi. Mi mancò il tempo, fummo costretti ad accompagnarlo all'Ucciardone: comunque si pentì dopo. Quindi il pentitismo, che tanto ha fatto discutere non solo l'opinione pubblica, ma anche gli “addetti” ai lavori e politici, vide opinioni contrastanti. Giova ricordare e ho ben donde di affermarlo, che senza l'apporto dei pentiti, oggi non sapremmo nemmeno che la mafia siciliana, si chiamasse Cosa nostra. Non avremmo conosciuto nel dettaglio la composizione delle “famigghie”, gli uomini d'onore che ne facevano parte e soprattutto gli autori degli omicidi rimasti insoluti. Insomma, per noi si presentò una grossa opportunità, riuscimmo ad entrare nel mondo di Cosa nostra, scardinando il bunker omertoso. Ovviamente, per ottenere il PIN, lo Stato dovette sacrificare un po' del proprio orgoglio. É innegabile che l'utilizzo dei pentiti rappresentò per intero l'inefficienza di uno Stato che non fu capace di agire con le proprie gambe. Vuoi per scarsa propensione, vuoi perché allo Stato faceva comodo la mafia: organizzazione foriera di voti, tanti voti che per decenni foraggiò un solo partito. E quindi perché un uomo d'onore si pente? Le ragioni le ho elencate, ma tuttavia, appare doveroso esaminarle con obiettiva imparzialità: imparzialità che contraddistinse il mio operato, sulla scorta dell'insegnamento di Falcone. Parimenti, giova a questo punto entrare nel merito della bontà dei pentiti. Intanto, mi duole dirlo, fu commesso un grosso errore laddove si permise a “chiunque” di salire sul carrozzone del pentitismo. Occorreva condurre un'accorata selezione degli aspiranti pentiti, onde evitare eventuale azioni premiali, che invero, poi non furono concessi per la scarsità dell'apporto dato e finanche per la falsità delle dichiarazioni rese. Il caso Scarantino è l'icona del fallimento. Le motivazioni di Totuccio Contorno, di Tommaso Buscetta e di Francesco Marino Mannoia, sono ampiamente note. Il loro pentimento scaturì da atroci vendette trasversale, culminate con l'assassinio di mamme, sorelle, mogli, parenti e figlie. Invero, altri pentimenti furono possibili per intimo convincimento, talché non si riconoscevano più in quel sodalizio, divenuto ai loro occhi, non più Cosa nostra, ma Cosa terribilmente diversa da quando loro stessi erano stati “punciuti”. Per tutti, cito l'esempio di Gaspare Mutolo e Pino Marchese. Mutolo e Marchese non ebbero esitazioni ad autoaccusarsi degli omicidi da loro perpetrati. Gaspare Mutolo, fece un percorso di pentimento senza trauma, perché maturato con convinzione, con genuinità. Ci fu un momento di scoramento, specialmente dopo la strage di via D'Amelio e dopo il suicidio del magistrato Domenico Signorino, che Mutolo stesso aveva chiamato in causa per essere colluso con Cosa nostra. In quella circostanza, misi in campo tutta la mia saggezza per cercare di alleviare quei momenti dolorosi. E quindi dissi a Mutolo che la sua collaborazione era necessaria e che egli, alla pari di Buscetta, ci stava aprendo i portoni di Cosa nostra. Oggi, posso dire che la collaborazione di Mutolo fu estremamente importante e necessaria, facendoci raggiungere obiettivi, altrimenti non conseguibili. Non per niente il Mutolo, oggi è un affermato pittore che espone i suoi quadri in varie gallerie. Per quanto riguarda Pino Marchese, da me conosciuto quando diciottenne fu arrestato per la strage di Natale a Bagheria, gli darei il premio del pentito più genuino che io abbia mai conosciuto. E' ovvio che ogni pentito aveva avuto un travaglio interiore e che le motivazioni erano radicate nell'animo, ma quella di Pino Marchese, rappresentò la purezza del pentimento. Passai giorni e notti insieme a Marchese, e nel corso dei nostri dialoghi, colsi la sua determinazione nel saltare il fosso. Pino Marchese, sarebbe uscito dal carcere da lì a poco per fine pena e l'aspettava un'attività commerciale che gli avrebbe permesso di condurre una vita dignitosa. E, invece le immagini della strage di Capaci lo spinsero a uscire dal sodalizio. Pino ripudiò la famiglia di sangue, il padre mafioso e il fratello Nino pericoloso killer, per non parlare del cognato Bagarella. “Pippo, non voglio avere più nulla a che fare con questi macellai”.

Pippo Giordano (AMDuemila)








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